“Ma lasciate parlare Tariq Ramadan”
Ayaan Hirsi Ali con Daniele Castellani Perelli 5 giugno 2007

Costretta a vivere sotto scorta dopo l’omicidio di Van Gogh, la scrittrice spiega perché l’infibulazione sia così diffusa nei paesi musulmani, e poi attacca il multiculturalismo: “La sinistra ragiona solo per gruppi”, è la tesi di Hirsi Ali, che lavora a Washington per un think tank repubblicano ed è stata a Roma per presentare Infedele, la sua autobiografia edita da Rizzoli. “E’ proprio qui che sbagliano i democratici. Non mi importa se il presidente degli Stati Uniti è bianco o nero, se è uomo o donna – aggiunge riferendosi alla sfida tra Hillary Clinton e Barack Obama – Un presidente lo si sceglie non secondo questi criteri, ma alla luce della sua agenda politica”.

Gran parte delle cose terribili che lei ha dovuto subire nella sua vita sono state causate da tradizioni tribali (come l’infibulazione) o da pratiche diffuse in ogni cultura, come gli abusi sui bambini. Perché allora lei attacca così duramente l’Islam?

E’ vero che picchiare i bambini non ha a che fare con la religione in sé. Nel mio caso, come in quello di molte altre persone, capitava a causa della frustrazione di mia madre e della stupidità del mio maestro. La mutilazione genitale femminile esisteva già prima dell’Islam, ma se guardiamo a quali paesi praticano oggi quest’orrore scopriamo che sono tutti paesi musulmani. Molti popoli hanno smesso di praticarla quando hanno compreso quanto fosse crudele, ma i paesi musulmani hanno continuato, perché presso di loro l’infibulazione serve a un obiettivo, la riduzione del piacere sessuale femminile e la possibilità di verificare lo stato di verginità della sposa. Dunque è una pratica pre-islamica asservita a un fine della cultura musulmana, la verginità. La mia crisi con l’Islam è cominciata quando ho capito che la donna vale più della sua verginità.

Anche per questo ritiene che l’Islam non sia compatibile con i diritti delle donne?

L’Islam sottomette i diritti delle donne, perché è una religione totalitaria. I miei amici cristiani mi raccontano che la religione chiede loro di andare a messa la domenica e di celebrare il battesimo. Non li impegna per la maggior parte della giornata, come invece succede nell’Islam, in cui la donna deve obbedire al padre e alla madre, rimanere vergine, poi obbedire ancora e sempre al marito. Nessuno controlla se l’uomo sia rimasto vergine, nessuno gli chiede di obbedire alla moglie, e in più ha il diritto di sposare quattro mogli, mentre la donna può sposare solo un uomo. La testimonianza di lei vale metà di quella di lui, e così, secondo la shari’a, se un uomo stupra una donna, in tribunale la parola di quest’ultima vale la metà di quella dell’uomo.

Molti intellettuali musulmani, tuttavia, non sono d’accordo con lei. Il premio Nobel iraniano Shirin Ebadi ci ha detto: “Persone come Ayaan Hirsi Ali fanno il gioco dei mullah”. Paradossalmente infatti anche per il regime iraniano, che lei certamente disprezza, l’Islam non è compatibile con i diritti delle donne.

Il regime iraniano ha ragione! Almeno è onesto! Shirin Ebadi confonde l’Islam reale con quello che dovrebbe essere. Se si batte per un Islam compatibile con i diritti delle donne, non se la dovrebbe prendere con me, ma con il profeta Maometto, con il Corano, con la shari’a. Il Corano è un testo scritto nel settimo secolo, per il settimo secolo, e non può essere un esempio per noi oggi. Il profeta Maometto sposò una bambina di nove anni, e oggi questo sarebbe contrario ai diritti dei bambini.

In un recente dibattito internazionale, sviluppatosi sulla New York Review of Books e su Signandsight.com, lei è stata opposta a Tariq Ramadan. C’è chi non vorrebbe che fosse invitato a parlare a Roma come a Udine.

Io sono una liberale, in senso classico. Non mi piace quello che dice Ramadan. Il suo messaggio è il peggiore che si possa immaginare, per un liberale. Ma in una società liberale dobbiamo permettere a tutti di partecipare al dibattito. E’ una caratteristica fondamentale della civiltà europea e occidentale. Lasciate parlare Ramadan, e lasciateci essere in disaccordo con lui. Il suo messaggio è più imbarazzante della sua presenza. Ho dibattuto con lui, e si è arrabbiato molto quando ho criticato i punti chiave del suo pensiero.

Lei ha definito Maometto un “tiranno” e un “pervertito”. Non crede che un linguaggio così provocatorio possa essere controproducente?

L’ho fatto perché ha Maometto fece sesso con una bambina di nove anni, e per questo molti musulmani oggi seguono il suo esempio. I miei critici mi rimproverano l’uso di questo linguaggio, perché alzerebbe dei muri. Ma io dico: i muri già esistono. Sono quelli dietro i quali sono nascosti i diritti di quelle bambine. Io cerco di abbattere quei muri. Osama Bin Laden, il regime saudita, Ahmadinejad, quando vogliono fondare una teocrazia nel nome dell’Islam non fanno che seguire l’esempio del profeta Maometto. Per questo lo chiamo “tiranno”. Se vogliamo provocare la gente, indurla a ragionare sulle origini di queste tirannie, dobbiamo portare Maometto al nostro livello, e spiegare che quello che faceva era normale nel settimo secolo, ma non è normale oggi.

Lei ora vive negli Stati Uniti. Come secolarista radicale, che cosa pensa dell’atteggiamento che l’America ha verso la religione?

L’America è molto complessa, molto più complessa di tutti i pregiudizi che esistono contro di lei. Non c’è nazione al mondo che possa vantare maggiore libertà per l’individuo, maggiore libertà d’espressione e di religione. Non è un posto perfetto, ma è il posto migliore per le libertà dell’individuo. Ci sono persone molto religiose negli Stati Uniti, ma quando la religiosità di un gruppo limita i diritti di altre persone, allora l’America sa porre un limite.

Lei difende i diritti delle donne e si oppone all’invadenza delle religioni. Sono due temi tradizionalmente di sinistra. Eppure i suoi principali sostenitori militano a destra. Come mai?

Davanti a un padre musulmano che porta via le figlie da scuola o le costringe a sposare chi decide lui, i partiti socialisti dicono che “questa è la loro cultura”, “questo è il multiculturalismo”. Allora io penso che questo non è essere di sinistra. Se essere di sinistra significa difendere i diritti degli individui, come era nel liberalismo classico dell’Ottocento, allora sì, la mia è una battaglia di sinistra. Ma oggi la sinistra sa parlare solo di gruppi: lavoratori, musulmani, poveri e ricchi, uomini e donne.

Alle primarie democratiche si affrontano per la prima volta una donna e un nero. Chi guarda con più interesse?

E’ proprio qui che sbagliano i democratici. Non mi importa se il presidente degli Stati Uniti è bianco o nero, se è uomo o donna. Un presidente lo si sceglie non secondo questi criteri, ma alla luce della sua agenda politica. Non si può dare un lavoro a una persona solo perché è una donna o solo perché è nera. E’ l’ossessione dei gruppi di cui parlavo prima a proposito della sinistra europea.

A Nairobi sorella Aziza, la sua terribile maestra, la ammoniva che, ovunque lei andasse, avrebbe portato sulle spalle due piccoli angeli. Quello di sinistra avrebbe annotato i suoi peccati, quello di destra tutte le sue opere buone. Cosa stanno scrivendo, ora che lei è diventata atea?

Temo che quello di destra si sia addormentato, mentre quello di sinistra ha già scritto una bella libreria.