“Ma il futuro è solo l’Europa”
Una conversazione con Wolfgang Petritsch 16 settembre 2008

Ambasciatore, di recente alcuni esperti si sono concentrati sul futuro della Bosnia. Sostengono che il paese rischi il collasso a causa delle divisioni tra le etnie e dell’assenza di uno spirito autenticamente riformista tra l’élite politica. Lord Paddy Ashdown, che come lei è stato Alto rappresentante per la Bosnia, è su queste posizioni. Lei, invece, sul quotidiano sarajevese Dnevni Avaz, dov’è intervenuto lo scorso 5 agosto, si dice più ottimista…

Innanzitutto c’è da dire che la Bosnia non può essere paragonata con gli altri paesi “normali”. Se fosse stata normale, la comunità internazionale, dopo tutti questi anni, non starebbe ancora lì. La comunità internazionale, misurandosi con la questione bosniaca, ha tratto alcune “lezioni”. La prima è che i processi di transizione e democratizzazione sono assai complessi. La seconda è che queste dinamiche hanno i loro alti e i loro bassi, la terza che la democrazia non può essere semplicemente esportata, dev’essere creata dall’interno e questo richiede tempo. La trasformazione, ancora in via di definizione, della carica di Alto rappresentante in Special Representative of the EU, testimonia d’altronde che se è vero che ci sono stati dei progressi, è altrettanto vero che c’è ancora molto da fare a livello di consolidamento delle istituzioni, specie dal punto di vista della ripartizione delle competenze tra lo stato centrale e i livelli di governo locali. Tuttavia sono convinto che la Bosnia può riformare le proprie istituzioni e non dobbiamo inoltre dimenticare – a proposito di riforme – che la stessa Europa ha le sue rogne.

Per superare lo stallo e le problematiche di cui la Bosnia soffre, occorre rispettare due condizioni. La prima è lo sviluppo di una forte cooperazione con i paesi vicini, la seconda è l’integrazione europea. Sul primo criterio, c’è da sottolineare come ci si stia muovendo positivamente. La Bosnia è fortemente impegnata nella cooperazione regionale. Dal febbraio 2008, per esempio, Sarajevo ospita il Segretariato del consiglio regionale per la cooperazione (RCC), il successore del Patto di stabilità per l’Europa sud-orientale. In più, ci sono importanti legami tra i paesi dell’ex Jugoslavia (il Trattato che istituisce una comunità energetica regionale è stato siglato a Atene il 25 ottobre 2005), nonché rapporti economici. Quanto all’integrazione europea, anche qui ci sono stati degli avanzamenti. La Bosnia, lo scorso 16 giugno, ha firmato gli Accordi di associazione e stabilizzazione. Un passo importante, su questa direzione.

A proposito di integrazione europea, lei ha sempre sostenuto che l’allargamento dell’Ue ai Balcani non sarebbe così difficile come alcuni leader Ue argomentano. È ancora di quest’avviso?

Sì, credo che l’Ue debba aprire le sue porte ai Balcani. Questa è la cosa più importante che l’Europa dovrà fare nei prossimi anni. Certo, serve del tempo. Anche perché i Balcani devono soddisfare le condizioni richieste da Bruxelles per la membership e anche perché l’Europa deve rinnovare il suo slancio in vista di questo traguardo, fissato nel corso del vertice Eu di Salonicco, il 21 giugno del 2001. Tutto questo va spiegato ai cittadini dei paesi balcanici. Inoltre, l’Ue non deve “drammatizzare” i suoi sforzi, l’allargamento ai Balcani non è così difficile. La cooperazione regionale – e qui torniamo al primo requisito – registra risultati impressionanti e dovrebbe convincere i leader europei della necessità di integrare pienamente i Balcani.

Non crede che l’Ue, prima di imbarcarsi in questa sfida, debba risolvere la questione del Trattato di Lisbona?

Portare i Balcani nell’Ue sarà un’operazione più lunga dell’approvazione del Trattato di Lisbona, ma io credo che se il dibattito sulla Costituzione Ue durerà altri dieci anni, ci saranno seri pericoli: sia per i Balcani, sia per l’Europa stessa. Dobbiamo muoverci più rapidamente e appare inoltre chiaro che il superamento dei problemi legati al Trattato non deve bloccare il processo d’allargamento. L’Ue deve aiutare i Balcani, avvicinarli a Bruxelles. Ma anche i paesi della regione devono essere “attivi”. È vero, devono serbare una certa pazienza, ma allo stesso tempo devono promuovere le riforme e rafforzare le relazioni con l’Europa. Non basta: devono anche mostrare ai propri cittadini quali opportunità e quali chance l’Europa può portare in dote.

La cultura può giocare un ruolo importante in chiave di integrazione regionale?

Certamente. La cultura aiuta i popoli che vivono in paesi diversi a costruire tra loro relazioni e aiuta a superare le divisioni etniche e politiche. Inoltre, contribuisce a diminuire il gap tra i Balcani e l’Europa. Infine, la cultura è importante per i giovani. L’ho visto personalmente, lavorando per la European Cultural Foundation. I giovani artisti dei Balcani sono molto aperti, non hanno approcci nazionalisti. A volte, i membri dei governi e noi diplomatici, sottovalutiamo il valore della cultura come strumento politico, e anche economico. Dobbiamo concentrarci di più su questo settore. Dobbiamo pensare a come promuovere la cultura nella regione e più specificatamente a come incoraggiare i giovani artisti balcanici. Anche perché il vantaggio della cultura è che costa poco, rispetto a strategie e strumenti che la comunità internazionale ha utilizzato nell’ultimo decennio nella ex Jugoslavia.

In molti ritengono che la Costituzione di Dayton non funzioni più. La Bosnia ha bisogno di un cambiamento istituzionale?

La Costituzione di Dayton, firmata nel 1995, riflette la situazione presente alla fine della guerra. Da una parte i confini etnici vengono “ratificati”, dall’altra si impone uno stato unico. Abbiamo lavorato per anni, per incoraggiare una riforma costituzionale e oggi questa necessità è più forte che mai. Bruxelles deve mandare un chiaro segnale alla leadership bosniaca. Deve dire: “Se volete l’Europa, dovete avere un governo centrale forte”. La Bosnia, chiaro, può avere le sue istituzioni regionali. Questo non è un problema. Il problema è che un paese non può funzionare senza un governo centrale forte. E come detto prima, la Bosnia, questo governo, non ce l’ha ancora. Il paese ha bisogno di un governo forte a Sarajevo, dove tutti i partiti politici cooperino tra loro e affrontino le questioni principali del paese, specialmente le faccende economiche e sociali. Infatti, Bruxelles non è interessata all’etnia alla quale questo o quel politico appartengono, Bruxelles pensa piuttosto sulla base del principio “dentro o fuori l’Europa”. Rispetto agli altri paesi della regione, la Bosnia è indietro, perché il peso della guerra civile si fa sentire ancora. Ma la leadership bosniaca deve iniziare a concentrarsi sui problemi del paese e non sugli interessi nazionali dei croati, dei musulmani e dei serbi. Il punto è questo.

Milorad Dodik, primo ministro della Republika Srpska, può portare i serbi di Bosnia all’indipendenza?

Non credo proprio. Cosa sarebbe, la Republika Srpska, una volta indipendente? Sarebbe una regione economicamente depressa, una mera provincia della Serbia. E Dodik diventerebbe un politico provinciale. Io ritengo che Dodik sappia che smembrare la Bosnia significherebbe per lui bruciare ogni chance di promuovere il progresso in quello che lui ritiene il “suo” paese: la RS. Ci sono, quindi, ragioni pragmatiche che gli sconsigliano di portare avanti questa sfida. Tuttavia, la RS deve avere la possibilità di cooperare strettamente con la Serbia. Perché no? La Serbia è un vicino, i serbo-bosniaci e i serbi parlano la stessa lingua, fanno parte dello stesso ceppo culturale. I serbi di Bosnia guardano a Belgrado come il loro centro di gravità culturale, perché Belgrado è la capitale storica dei serbi, in ogni senso. Che c’è di male in tutto questo? Eppure Dodik non deve spingere per l’indipendenza, perché la Republika Srpska non ha nulla da guadagnare da questa opzione. E poi c’è un altro grande rischio. La RS è internazionalmente riconosciuta dal Trattato di Dayton e dire “Dayton è morta” significare che la RS non ha più legittimità internazionale. Dunque, Dodik non ha solo ragioni pragmatiche per evitare questa strada. Ci sono anche ostacoli istituzionali. La RS non può esistere senza Dayton e lo stesso vale per la Federazione di Bosnia e Erzegovina. Ciò significa che i serbi, i croati e i musulmani devono vivere sotto lo stesso tetto. È un compromesso. A qualcuno può non piacere, ma questo è il meccanismo stabilito da Dayton. Nessuno, cambiandolo, ne trarrebbe beneficio.