L’Occidente e l’Orientalismo della sessualità
Joseph Massad (Columbia University) intervistato da Ernesto Pagano 1 dicembre 2009

La visione di Massad ha fatto infuriare diverse organizzazioni gay, che lo hanno tacciato d’omofobia, ma il suo discorso va ben oltre i semplici slogan ideologici e tiene in considerazione la complessità delle trasformazioni sociali ed economiche avvenute in Occidente, che hanno a loro volta influenzato la costruzione intellettuale dell’Oriente. Alcuni critici hanno infatti individuato nella sua opera un proseguimento, nel campo della sessualità, del discorso avviato da Edward Said nel suo celebre Orientalismo. Un Orientalismo della sessualità, dunque.

Si può dire che gli omosessuali non esistevano nel mondo arabo islamico prima della nascita del movimento gay?

Possiamo anche dire che gli omosessuali non esistevano in Europa prima che il discorso medico e giuridico della seconda metà del XIX secolo non li “inventasse” come soggetti medici e giuridici. Non esistevano prima che il capitalismo creasse delle relazioni di produzione che hanno reso possibile lo sviluppo di nuove dinamiche residenziali e migratorie e di conformazioni della parentela all’interno e all’esterno della famiglia biologica. Cosa che ha portato allo sviluppo di forme di intimità sessuale legate alla comunità e all’identità.

Come si inserisce il movimento gay in questo processo?

Il movimento gay americano, di cui i movimenti dell’Europa Occidentale non sono altro che copie secondarie, ha cercato un’ulteriore istituzionalizzazione delle identità e dei diritti di gay e lesbiche, ed è venuto alla luce come il prodotto di un secolo durante il quale la sessualità è stata istituzionalizzata come asse principale di normalizzazione in senso eterosessuale della società. Cosa che necessitava a sua volta di un asse deviante: l’omosessualità.

Cosa è accaduto invece nelle altre società?

Fuori dagli Stati Uniti e dall’Europa Occidentale non è avvenuto nessuno di questi sviluppi in giurisprudenza e in medicina. Le altre società punivano con sanzioni (sociali e talvolta giuridiche) le pratiche sessuali che fuoriuscivano dalla sfera del “socialmente lecito”. Ma non identificavano i praticanti di queste forme di sessualità con l’atto sessuale in sé, né questi ultimi formavano dei gruppi sociali connotati in base ai loro atti sessuali.

In che modo avviene il contatto tra questi due universi?

Il capitalismo coloniale e in seguito quello globale hanno generato nel mondo nuove forme di intimità sessuale e di identità sessuali, ma non sempre le hanno riprodotte come negli Usa o in Europa Occidentale.

Ovvero?

Ovvero non in forme facilmente inscrivibili nella categoria binaria omosessuale-eterosessuale. Desiring Arabs mappa le strade con cui il darwinismo sociale, il culturalismo, il pensiero civilizzazionista, l’orientalismo, la medicina coloniale occidentale, le leggi coloniali hanno condizionato gli intellettuali arabi a partire dal diciannovesimo secolo nel loro modo di pensare alle questioni sessuali e alla loro centralità in quelle che gli Europei insistevano nel chiamare questioni di civilizzazione. Questo ha portato, a partire dalla fine del XIX secolo, a ulteriori dibattiti sui legami tra le pratiche sessuali e il progresso della civiltà (un tema che continua ad avere forza nei dibattiti occidentali sui diritti sessuali) che sarebbero sfociati negli anni ’80 in più forti posizioni ideologiche e politiche impegnate nella questione dell’identità sessuale. L’obiettivo degli internazionalisti gay americani ed europei è quello di creare un mondo a loro immagine. La loro strategia leninista è quella da partito d’avanguardia delle masse mondiali che da sole non sono capaci di portare ad istituzionalizzare il sistema binario eterosessuale-omosessuale, generatore di gay e lesbiche insieme a donne e uomini “retti”. Questo è il motivo per cui l’avanguardia euroamericana dirigerà “per loro” la lotta verso la liberazione.

Qual è allora in sintesi la differenza tra omosessualità “occidentale” e quella che lei chiama, nel suo libro, la pratica e il desiderio dello stesso sesso?

In definitiva, la prima è un’identità che rivendica una comunità socialmente riconosciuta insieme a diritti politici, mentre l’altra è una delle tante forme di intimità sessuale che va alla ricerca del piacere corporale.

Questo vuol dire che gli “omosessuali” arabi non hanno bisogno di definire se stessi attraverso un’identità specifica…

Gli antropologi occidentali e gli internazionalisti gay sono rimasti delusi nello scoprire che gli uomini arabi (o anche latinoamericani, indiani, iraniani ecc..) fanno sesso con altri uomini (lo stesso vale per le donne, anche se per questo c’è meno interesse nella letteratura) senza identificarsi o definirsi in base alle loro pratiche intime. Esattamente come gli uomini che, facendo sesso con le donne, non si identificano in base alle loro pratiche sessuali. Esiste poi un piccolo numero di arabi occidentalizzati sedotti dall’esempio americano di omosessuale che appartengono alle classi alte e medio alte. Tuttavia non sono rappresentativi, né possono parlare per la maggioranza degli uomini e delle donne che hanno rapporti con lo stesso sesso senza per questo identificarsi in base a tali rapporti.

Cosa pensa delle organizzazioni gay che nascono direttamente nei paesi arabi, come Helem in Libano…

Helem è un’organizzazione fondata da una piccola minoranza di individui che vogliono assimilarsi al movimento gay occidentale. Sono spesso usati dagli internazionalisti gay come esempi di omosessualità locale. A parte l’influenza e la partecipazione attiva di non libanesi nella fondazione dell’organizzazione, Helem rappresenta soltanto i suoi membri e può parlare soltanto per loro. Secondo il portavoce Sharbil Mayda, l’organizzazione conta soltanto 40 membri, 30 dei quali si identificano come omosessuali, in un paese di quattro milioni di persone, ed in una regione di 300 milioni di arabi. È difficile considerarlo un grosso fenomeno al pari dei cambiamenti nella concezione sessuale dell’identità.

Ma qual è allora l’effetto delle organizzazioni gay sulle società arabe?

Parlando delle organizzazioni gay di stanza in Europa e negli Usa, il loro effetto principale è stato quello di incitare il discorso sulla sessualità nei paesi arabi. Esse rivendicano il tentativo di spingere queste società a proteggere i diritti delle loro popolazioni omosessuali, laddove queste “popolazioni” vengono create dalla stesse organizzazioni gay. Quello che voglio dire è che, in nome della solidarietà internazionale, questi gruppi arrivano nei paesi arabi (così come fanno in Africa, in Europa dell’Est, in America latina, in India ecc.), insistendo sul fatto di rappresentare i “gruppi gay locali”, inculcando i loro insegnamenti e portando avanti una battaglia in nome di suddetti gruppi. È una strana forma di solidarietà. La solidarietà internazionale col popolo palestinese ad esempio, non impone un’identità palestinese sui palestinesi, anzi, avviene il contrario: sono i palestinesi che si identificano come tali, e le organizzazioni internazionali sostengono la loro identità. In più, sono i palestinesi a chiedere il sostegno delle organizzazioni internazionali, non il contrario. L’internazionale gay, invece, si è autoinvitata a parlare in nome di gruppi inesistenti, di cui difende e definisce l’identità. Infine, la solidarietà internazionale per i palestinesi non solo segue la linea palestinese su come difendere i loro diritti, ma impara a riconoscere dai palestinesi le più efficaci forme di solidarietà. L’internazionale gay, invece, rifiuta di imparare dai gruppi che dice di difendere e, anzi, pretende di insegnare. Questa non è solidarietà internazionale, è un progetto imperialista non diverso da molti altri noti.

Come hanno reagito le organizzazioni gay alla sua critica?

Alcuni portavoce dell’Internazionale Gay erano (e sono) rimasti scioccati, perché sostengono che ogni critica fatta ai loro sforzi sia un segno di omofobia. In realtà non sono diversi dalle donne razziste bianche che attraverso l’imperialismo Usa vogliono difendere le donne afgane o definire la natura delle difficoltà affrontate dalle donne che vivono in società non occidentali. Tutto questo in base alle priorità del movimento femminista bianco. Anche quest’ultimo pensa che chiunque rivolga critiche alla sua azione sia misogino o antifemminista. I movimenti femministi del terzo mondo hanno attaccato questi approcci razzisti a partire dagli anni ’60, e continuano a farlo.

Quanto alle organizzazioni gay?

Il problema delle organizzazioni internazionali gay è che, a differenza dei movimenti femministi bianchi che vogliono parlare in tutto il mondo a favore delle donne, non hanno una base naturale di persone che si identificano con loro. Per questo devono creare una base insistendo sul fatto che chiunque abbia rapporti con lo stesso sesso debba essere assimilato all’omosessualità. Cosa che creerebbe i militanti di cui hanno bisogno per imporre il loro progetto universalista.

Ci sono omosessuali arabi che sostengono le sue teorie?

La mia è una critica, non una teoria. A differenza dell’Internazionale Gay, io non rappresento un movimento, un gruppo, un’organizzazione o una cultura, né la mia critica cerca dei membri che la sostengano. Mi oppongo all’approccio dell’internazionale gay perché pretende di rappresentare e parlare in nome di gruppi e movimenti inesistenti. Non sono in competizione con loro nel cercare una base popolare, ma critico la violenza epistemica e fisica che insistono nell’infliggere ad altre persone e società in nome della liberazione e della creazione di un mondo a loro immagine.

Edward Said, autore di Orientalismo, è stato uno dei suoi maestri. Cosa pensava di Desiring Arabs?

Come ho scritto nella prefazione, Edward ha molto apprezzato il mio progetto e avrebbe voluto pubblicarlo nella collana da lui creata. È riuscito a leggere tre capitoli del libro prima di morire nel settembre del 2003. Desiring Arabs è stato pubblicato nel 2007.