Le conseguenze di Tienanmen
Andrew J. Nathan intervistato da Maria Elena Viggiano 3 giugno 2009

Qual è l’impatto che gli eventi di Tienanmen hanno avuto sulla politica cinese a partire dal 1989?

L’impatto di Tienanmen è stato paradossale. Invece di segnare l’inizio della fine dell’autoritarismo in Cina, in modo diretto o indiretto Tienanmen ha portato al rafforzamento dell’autoritarismo, un fenomeno che ho definito con il nome di “autoritarismo permissivo” in un articolo pubblicato sul Journal of Democracy nel 2003. Primo, gli eventi hanno impresso sui leader del CCP la necessità di rimanere uniti e la lezione è stata così forte che il partito di governo ha gestito il passaggio del potere da Deng Xiaoping a Jiang Zemin e, poi, da Jiang a Hu Jintao (in prospettiva da Hu a Xi Jinping) con pochi segnali di una lotta di potere. Secondo, gli eventi di Tienanmen hanno insegnato al regime la necessità di migliorare il suo apparato repressivo, per esempio è stata rafforzata la Polizia Armata del Popolo (esistente ma non operativa nel 1989), il Ministero di Pubblica Sicurezza ha creato una speciale unità di polizia detta guobao (Ufficio per la protezione nazionale), e con lo sviluppo di internet il regime ha creato una effettiva e reale polizia per internet. Terzo, non come un risultato diretto di Tienanmen ma indiretto, il regime ha ricordato a se stesso l’importanza della crescita economica come un modo per mantenere il sostegno popolare e, con il “viaggio nel Sud” di Deng Xiaoping nel 1992, le politiche di riforma economica e di libero mercato sono state riconfermate. Con un’ottima amministrazione nel corso degli anni, queste politiche hanno prodotto una crescita economica di alto livello che ha permesso al regime di mantenere il favore popolare. Così, dopo venti anni, possiamo assistere ad un regime apparentemente più sicuro di quello dell’epoca di Tienanmen. Assistiamo ad un’atmosfera generale che dà meno valore all’idea di democrazia rispetto a venti anni fa (certamente ci sono dei cinesi che rappresentano un’eccezione a questa generalizzazione). Vediamo anche la generazione dei più giovani che non sa cosa sia accaduto venti anni fa o perché sia successo.

Lei ha scritto The Tienanmen Papers, un libro basato in parte su una nuova conoscenza offerta dalla pubblicazione di centinaia di promemoria segreti, trascrizioni di incontri e altri documenti riservati. Cosa è veramente accaduto nel giugno 1989 in Cina?

Sapevamo già cosa accadde in Piazza Tienanmen, cosa facevano gli studenti e quali erano le loro richieste. Ciò che non sapevamo prima, era cosa succedeva nella cerchia dei leader, anche se in parte è trapelato. Quello che realmente avvenne fu che il segretario del Partito, Zhao Ziyang, credeva che gli studenti chiedessero riforme volute anche dal Partito e fosse possibile un dialogo con loro per persuaderli a mettere fine alle loro dimostrazioni in modo pacifico. Il premier Ling Peng aveva una visione più pessimistica, pensava che gli studenti volessero un rovesciamento del regime e fossero aiutati da forze ostili esterne. Mentre Zhao si trovava in visita ufficiale nella Corea del Nord, Li esternò le sue preoccupazioni a Deng Xiaoping, che stabilì la pubblicazione di un editoriale sul People’s Daily del 26 aprile etichettando le dimostrazioni come “tumulti”. Questo costrinse gli studenti a ritirarsi in un angolo, perché sapevano di non poter lasciare la piazza fin quando sarebbero stati racchiusi in questa definizione. Così la crisi fu prolungata e intensificata dalla visita, pianificata in precedenza, di Gorbaciov in Cina. Il Comitato permanente del Politurbo arrivò ad un punto morto quando fu il momento di decidere cosa fare in seguito, così Deng ordinò la legge marziale e, dopo circa due settimane, misure militari.

Qual era la prospettiva dei leader cinesi e il punto di vista degli studenti?

Gli studenti agivano spinti da buoni motivi e da ideali, i leader dovevano parlare con loro, assicurargli che le loro preoccupazioni sarebbero state condivise e persuaderli a smobilitare in modo pacifico. Zhao era sicuro di poter agire in questo senso ma, prima di avere una possibilità, la situazione era stata polarizzata dall’editoriale del 26 aprile. Secondo la visione di Li Peng, del Ministero alla Pubblica Sicurezza e degli “anziani” (Deng e altri) era invece pericoloso permettere un movimento sociale spontaneo che intervenisse negli affari del governo attraverso dimostrazioni. Una volta presa questa strada, sarebbe stato difficile ristabilire l’ordine, e le autorità del Partito potevano subire un collasso. Credevano anche che i governi stranieri (per esempio gli Usa attraverso VOA), le Ong (gruppi per i diritti umani ecc.) e i media internazionali sarebbero stati avvantaggiati dalle dimostrazioni degli studenti, per iniziare un confronto e indebolire o rovesciare il regime.

Qual è stato l’impatto di Piazza Tienanmen sulle relazioni della Cina con il resto del mondo?

Certamente, nel periodo immediatamente successivo, la pubblica opinione dei paesi più ricchi rimase scioccata e i governi del G7 imposero delle sanzioni alla Cina. Nel resto del mondo fu data meno importanza all’accaduto e i governi del Terzo Mondo e quelli in ambito socialista non solo non imposero sanzioni ma considerarono appropriate le azioni del governo cinese. Appena passato un po’ di tempo, quando la Cina ha incominciato una rapida crescita economica, la memoria di Tienanmen in occidente è svanita. Le società di affari e i governi hanno posto l’enfasi sulla necessità di mantenere buone relazioni con il regime cinese. Penso comunque che Tienanmen abbia lasciato un segno permanente sull’immagine del governo. Rimane un punto vulnerabile per questo regime, successore del regime che ha usato la mano pesante attraverso la forza militare nel 1989, uccidendo un accuratamente non precisato numero di cittadini. Il regime non ha contato i morti e i feriti, non ha permesso discussioni indipendenti relative all’episodio, mostra la sua sensibilità considerando questo evento storico irrisolto, solo come una leggera macchia sulla propria legittimità.

Adesso i leader cinesi hanno ulteriormente liberalizzato l’economia, ridotto l’inflazione e, in generale, migliorato le condizioni di vita dei cinesi ma non hanno ancora riformato il suo rigido sistema politico. Perché?

L’attuale sistema politico sta effettivamente funzionando. Ha prodotto ordine politico, crescita economica e una serie di successi in politica estera. Il sistema è stato in grado di tirar fuori nuovi leader molto qualificati. Con la crescita economica, molte persone vivono meglio e sono più ottimiste riguardo al loro futuro economico. Tutto ciò potrebbe cambiare nel corso di questa crisi economica globale ma, per ora, la Cina ha agito bene economicamente. Il pubblico non è chiamato ad un cambiamento. Esistono però molti problemi, uno dei più pressanti è la corruzione. Da Tienanmen ad ora, non si è verificata né una crisi interna del regime né una crisi nelle relazioni stato-società. Dunque, niente costringe il regime a cambiare le regole del gioco politico.

Quali sono le aspettative dei singoli cinesi e il loro atteggiamento nei confronti del governo e della democrazia?

A questo punto, sulla base dei sondaggi riferiti dall’Asian Barometer Surveys in un nuovo libro a cui ho partecipato, How East Asians View Democracy, potrei riassumere il punto di vista di molti cittadini cinesi dicendo che a) danno valore e credono nella democrazia; b) accettano la posizione ufficiale del regime che è una democrazia, non perfetta, ma fondamentalmente una democrazia, in quanto c) il regime lavora per procurare benefici (o prendersi cura) alle persone. Sebbene ci siano dei severi critici del regime, sostenitori eroici dei diritti umani e dissidenti politici, sono in realtà una minoranza e le loro voci sono ostacolate poiché sembra difficile il raggiungimento di una maggioranza.

Perché il massacro di Piazza Tienanmen rappresenta ancora un tabù in Cina? Quando i cinesi si confronteranno con il loro passato?

Le azioni repressive di Tienanmen hanno rivelato una vulnerabilità di base del regime e, aprendo una discussione pubblica, i cinesi potrebbero ricordare questa debolezza che consiste in un regime non disponibile a dialogare o a prendersi delle responsabilità verso il popolo. Come ha dichiarato ufficialmente il regime, i cinesi hanno preso una decisione storica volendo il CCP nel 1949 e la questione non può essere riaperta. Inoltre, molti beneficiari di Tianamen sono ancora al potere (come Hu Jintao) o hanno prestigio e influenza all’interno del Partito come alcuni “anziani” (Jiang Zemin, Li Peng e altri). Riparlare di Tienanmen potrebbe danneggiare gli interessi di queste persone e quindi, risvegliare una lotta tra fazioni all’interno del Partito che potrebbe essere veramente dannosa. Infine, discutere di Tienanmen potrebbe essere avvertito dal popolo come un segno di disaccordo nel Partito e scatenare disordini civili. In base a tutte queste considerazioni, non penso che il regime permetterà una discussione su Tienanmen (o altre delicate questioni politiche come la rivoluzione culturale) per molto tempo, almeno fin quando persiste il lignaggio ininterrotto dei capi del CCP, scelto dai loro predecessori.

Qual è il collegamento tra i diritti umani in Cina e gli interessi strategici degli Stati Uniti e del resto del mondo?

Il legame è percepito più chiaramente dagli europei che dagli americani. L’Europa è infatti geograficamente vicina a molte zone di instabilità che causano problemi di sicurezza (sud-est Europa, Russia, il Caucaso, il Nord Africa e il Medio Oriente) e anche perché il potere militare europeo è abbastanza limitato. L’Ue ha formalmente riconosciuto nelle sue politiche di sicurezza l’importanza di promuovere valori europei, in modo che a lungo termine queste aree limitrofe possano diventare zone di pace, stabilità e prosperità. Gli Usa sono lontani da queste regioni e hanno una maggiore scelta di indirizzare il potere militare dove percepiscono una minaccia alla sicurezza. Applicando la stessa logica, gli Usa e l’Europa saranno più sicuri quando altri sistemi politici saranno aperti e stabili. Il sistema politico cinese oggi è stabile e per la maggior parte effettivamente funzionante, ma senza una regola di legge e diritti umani reali, è anche vulnerabile. Il regime cinese, in modo diretto e indiretto, incoraggia la persistenza di regimi autoritari.