La paura fa bene all’audience. Ma fa male al dialogo
Valeria Fraschetti 25 ottobre 2010

Un’Europa sempre più diffidente, quando non intollerante, verso “gli altri”. Un’India che, a dispetto dell’esempio di convivenza multiculturale che da sempre rappresenta, continua a non essere immune da istanze settarie e discriminazioni interreligiose. Di fronte a queste realtà, dove troppo facilmente prevalgono divisioni e mancanza di dialogo, i media avrebbero il dovere professionale di aiutare la società civile a comprendere e comprendersi, attraverso un’informazione quanto mai equilibrata e accurata. Invece, sia nel vecchio continente che in India, i media sembrano dare un contributo alla polarizzazione più che alla comprensione tra maggioranza e minoranze. Sul come e il perché ciò stia accadendo si è focalizzata la tavola rotonda a cui hanno preso parte Jörg Lau, Pankaj Pachauri e Shoma Chaudhury – nell’ambito della conferenza promossa da ResetDoc “Cultural and Religious Pluralism. The Musilm minority in the Indian democracy. East-West Comparison”.

Secondo Shoma Chaudhury, managing editor di Tehelka, con l’aumento di attacchi terroristici sul suolo indiano negli ultimi anni i media stanno assumendo posizioni allarmanti sul tema della sicurezza. Le notizie diffuse dalle autorità sui casi di terrorismo vengono prese istantaneamente per buone: mancano verifiche indipendenti, così come un approccio critico. Sui media, spiega la giornalista del settimanale indiano, le accuse si trasformano in verità: una persona indagata è automaticamente colpevole, specie se parte della comunità musulmana. Le rimostranze per una maggiore inclusione socio-economica delle minoranze religiose, ma anche sociali ed etniche – come quelle di intoccabili e tribali – vengono trattate dal sistema mediatico come un problema di sicurezza, «una minaccia alla sicurezza economica». E ciò accade perché «i media stessi sono diventati parte dell’elite economica del Paese»: da aziende create da famiglie di imprenditori si sono trasformate in colossi quotati in borsa.

La mancanza d’indipendenza dei media e l’asservimento alla legge dell’audience e del mercato come cause di parzialità e superficialità nella copertura giornalistica sulle minoranze è tema che riecheggia anche nelle parole di Pankaj Pachauri. Ma nell’analisi del conduttore del canale televisivo Ndtv le svantaggiate condizioni socio-economiche delle minoranze, in particolare di quella islamica, rappresentano un elemento in più per spiegare il fenomeno. L’arretratezza economica dei musulmani indiani – è il ragionamento di Pachauri – fa sì che essi non siano considerati un target dai media. Più poveri della maggioranza indù e di altre minoranze, i musulmani consumano meno: sia prodotti commerciali che informativi. Il risultato è che le minoranze, con i loro problemi e le loro istanze, sono pressoché assenti dai discorsi dei media. «Il target degli editori sono gli induisti – sottolinea l’anchorman – poiché essi sono i principali consumatori del Paese». A provare lo squilibrio le cifre: nel subcontinente esistono 180 canali televisivi in 18 lingue diverse, ma solo due hanno un’audience islamica, e su 330 milioni di lettori di quotidiani, i musulmani sono solo un milione. Non solo: le minoranze sono sottorappresentate anche all’interno del sistema mediatico stesso, dove, per esempio, esistono solo tre editori di fede musulmana. Con l’emergere dei “corporate media”, dove la regola suprema è il profitto, i giornalisti hanno perso la loro indipendenza e, quindi, la possibilità di rendere più bilanciata e meno strillata la copertura informativa sul rapporto tra maggioranza e minoranze. Eppure, crede Pachauri, non è compito dei media amalgamare maggioranza e minoranze.

Una posizione vicina a quella di Jörg Lau, per cui «i giornalisti non sono dei preti» che devono cercare di riunire le divisioni interne a una società: la pace sociale non è responsabilità loro. Piuttosto, sostiene il giornalista di Die Zeit, devono adempiere il loro compito che è quello lasciare gli spazi della comprensione aperti. Un ruolo che risulta sempre più difficile in Europa, dove la retorica anti-immigrazione ha contagiato anche la Germania, paese che rispetto ad altri si era fino a poco tempo fa dimostrato piuttosto ragionevole su questo tema. Eppure il milione di copie vendute in poche settimane dal libro di Thilo Sarrazin, “La Germania si autodistrugge”, è solo uno degli episodi accaduti di recente nella patria di Lau che dimostrano come sia urgente il bisogno di formulare un nuovo “Noi”, aperto, inclusivo e partecipativo. Tanto più perché gli immigrati che tanto spaventano l’Europa vi resteranno. E, quindi, come evitare che i media diventino parte della politicizzazione sul discorso delle minoranze e lascino piuttosto quegli spazi per la comprensione aperti? Esporre i casi di razzismo è certamente doveroso, ma non sufficiente. Bisogna anche, suggerisce Lau, «smettere di creare più musulmani ogni giorno islamizzando il discorso sui problemi sociali, dal terrorismo all’educazione». Arrestare, dunque, la tendenza a raggruppare tutti assieme, laici e religiosi, sciiti, sunniti e sufi. Allo stesso tempo, il tentativo di difendere i musulmani può degenerare nella stereotipizzazione dei musulmani europei in vittime. Ma in realtà, ricorda Lau, la storia della migrazione islamica in Europa è fatta anche di molte storie di successo e di eroismo che vengono ignorate.