Turchia, attenzione alla libertà di stampa
Nicola Mirenzi 5 febbraio 2012

L’accusa è di far parte di un’organizzazione terroristica che vuole rovesciare il governo democraticamente eletto di Recep Tayyip Erdogan. Il punto è che sono passati più di cinque anni da quando Hrant Dink venne ucciso con un colpo di pistola alla nuca davanti alla sede del suo giornale – Agos – nel pieno centro di Istanbul, ma la verità sulla sua vicenda non è ancora stata accertata fino in fondo. La magistratura turca formalmente ha chiuso il caso di recente condannando all’ergastolo Yasin Hayal. L’accusa è quella di avere istigato Ogün Samast – un ragazzo che all’epoca aveva soli 17 anni – a compiere il delitto. Con questa pronuncia il giudici turchi hanno liquidato la faccenda come un semplice fatto di criminalità, escludendo l’ipotesi che dietro l’omicidio ci sia un’organizzazione più articolata e che potrebbe fare capo a pezzi dello stato stesso, come molti sospettano.

Per una parte importante dell’opinione pubblica turca questa pronuncia è in realtà un affronto alla realtà delle cose, una vera e propria ingiustizia. La sua morte, secondo la grande maggioranza dell’opinione pubblica liberal turca, è il frutto di un’operazione più larga e oscura che lambisce la profondità dello stato turco e le sue deviazioni. Ma la sentenza che chiude formalmente il caso Dink arriva inoltre in un momento in cui la libertà di stampa, in Turchia, è sotto una pressione fortissima.

Attualmente sono in galera più di centoventi giornalisti, accusati di fiancheggiare il terrorismo. Più di un centinaio di loro è accusato di avere a che fare con il famigerato Pkk, il partito dei lavoratori curdo, un’organizzazione considerata terroristica oltre che da Ankara anche da Stati Uniti ed Unione Europea. Poco meno di una decina di persone è finita in manette con l’accusa di spalleggiare organizzazioni di estrema sinistra e gli altri che rimangono sono accusati di aver tramato a fianco all’associazione Ergenekon, un’organizzazione accusata di voler rovesciare il governo di Recep Tayyip Erdogan, e che farebbe riferimento al cosiddetto “stato profondo turco”, un coagulo di potere diviso tra l’esercito, i servizi segreti deviati e l’antico establishment statalista. Tra questi giornalisti arrestati c’è Nedim Sener.

Secondo Freedom House, che ha condannato più volte gli arresti dei giornalisti, la stampa in Turchia è solo «parzialmente libera». Il maggiore limite all’esercizio della sua libertà, secondo l’International Crisi Group, risiede proprio nel fatto che ancora esista una norma che consenta di accusare le persone di vicinanza ad associazioni terroristiche: un reato di così larga interpretazione che può essere di fatto utilizzato per trarre in arresto persone che con le associazioni terroristiche non hanno mai avuto niente a che fare e che nella realtà consente di silenziare giornalisti che svolgono soltanto il proprio lavoro.

Molti osservatori internazionali hanno puntato il dito contro il governo Erdogan per spiegare il perché di questa stretta sull’informazione. Al partito dell’Akp, quello per la giustizia e lo sviluppo, viene contestata la responsabilità di non aver cambiato le leggi che consentono alla magistratura di agire come ha agito e di non aver preso in considerazione l’ipotesi di cambiarle nel breve termine. Ma questo tema, in realtà, è fuori dal dibattito pubblico turco. Nemmeno il maggior partito d’opposizione, quello repubblicano, pone il tema di un cambio della normativa. Le loro proteste si levano per proteggere i giornalisti a loro vicini politicamente ma non si estendono sino a mettere in discussione le regole che hanno consentito il loro arresto e quelli degli altri colleghi. La drammaticità della situazione della libertà di stampa è così aggravata dal fatto che la gran parte dei giornalisti oggi in galera rimarrebbe dietro le sbarre anche se la maggioranza di governo dovesse cambiare domani mattina.

Il fatto nuovo, invece, è che alcuni intellettuali che sono stati e sono vicini al governo Erdogan – e che dunque hanno una formazione politica islamica – stanno cominciando a mettere in discussione la posizione del governo su questo tema, aggiungendosi a quella parte dell’opinione pubblica turca che da tempo insiste su questi punti. Tra questi c’è Mustafa Akyol, autore di un volume pubblicato negli Stati Uniti di recente che s’intitola Islam without Extremes, nel quale sostiene l’idea che sia possibile pensare un islam liberale. Akyol è editorialista del quotidiano Star e di Hurriyet Daily News e in quest’ultimo giornale ha scritto recentemente che a suo avviso «anche l’esaltazione del terrorismo dovrebbe essere legale» ma il problema è che in Turchia quest’idea è tutt’altro che popolare: «Per questo il governo non trova nessuna buona ragione per liberalizzare il sistema», scrive. Tuttavia, prosegue, «queste leggi illiberali sulla libertà di stampa stanno danneggiando sempre di più la nostra democrazia e bisogna agire con tutti i mezzi a disposizione per cercare di cambiarla». Vedremo se verrà ascoltato.