La fine del monopolio della violenza
Giuliano Amato 13 October 2011

Abbiamo giustamente parlato di come le rivolte non sempre diventino rivoluzioni, il che significa che le persone posso rivoltarsi in diversi contesti ma solo in alcuni casi hanno successo nel sovvertimento del sistema di potere esistente. Generalmente pensiamo alle rivoluzioni come a sequenze di eventi che hanno il loro picco nella conquista del palazzo reale e nell’arresto o nell’uccisione del regnante precedente: la soddisfazione in quest’atto finale è qualcosa da tenere in considerazione; la politica può essere crudele, anche se in questi casi recenti ciò non è avvenuto. In Tunisia Ben Ali ha inaspettatamente lasciato il Paese cosicché non c’è stata neanche l’opportunità di arrestare il sovrano, mentre Mubarak si è dimesso dopo le proteste montanti nelle piazze. Ha parlato agli egiziani come se fossero suoi fratelli e figli ma nel giro di poche ore è stato costretto a realizzare che essi non si consideravano né suoi fratelli né figli. Gheddafi invece è ancora lì.

Cosa innesca la trasformazione di una rivolta in una rivoluzione? In che modo la reazione del preesistente sistema di potere influenza l’intera sequenza? Come possono attori esterni interferire con gli eventi? Gli Stati Uniti hanno abbastanza chiaramente giocato un ruolo cruciale in ciò che è successo in Egitto mentre essi non hanno avuto alcun ruolo in Tunisia e un ruolo incerto nel caso della Libia.

Inizialmente c’è da dire che le dottrine secondo le quali i paesi arabi o islamici sono incompatibili con la democrazia sono state spazzate via. Larry Diamond pochi mesi fa ha scritto che anche indipendentemente dal petrolio – la sua dottrina fondamentale è che i paesi che si basano sul petrolio e non sulle tasse per la realizzazione di opere pubbliche e per favorire l’occupazione non necessitino di una democrazia – queste autocrazie hanno così tanti mezzi per prevenire il dissenso che è impossibile dare avvio a un processo vittorioso per rimuoverle. Ciò si è dimostrato inesatto.

La disuguaglianza e la corruzione manifesta sono bastate per dare avvio al processo di cambiamento. La disuguaglianza è esistita per anni sia in Tunisia che in Egitto, ma la visibilità e la conseguente consapevolezza della corruzione l’ha resa improvvisamente insopportabile. I nuovi mezzi di comunicazione (ma anche la TV in Egitto) hanno giocato un ruolo cruciale per il raggiungimento di questo effetto.

“Posso accettare la mia vita povera ma non posso accettare di essere derubato”, è questa la corretta interpretazione dei fatti supportata anche dalle reazioni che abbiamo nei nostri regimi democratici. Consideriamo l’Italia: al nostro Primo ministro piace scatenarsi in molti modi e tanti reagiscono dicendo: “Uomo felice, può permetterselo” (dal momento che sta usando il proprio denaro). La gente può considerare la sua condotta inappropriata, ma non ci saranno rivolte per questo. Ad ogni modo, se uno dei suoi ministri usa un velivolo del governo per andare a Milano a vedere una partita di calcio, questo diventa un caso nazionale. Usare il denaro dei cittadini per fini non appropriati è più inaccettabile di altri atteggiamenti comunque negativi.

La disuguaglianza, la corruzione e le tecnologie che rendono le persone consapevoli di entrambe sono la principale spiegazione delle rivolte vittoriose. Il modo in cui i governanti reagiscono, però, è un secondo importante fattore, potendo essi resistere alle proteste. In Tunisia ed Egitto i governanti si sono accorti che le forze di polizia non stavano arrestando i dimostranti ma prendendo le loro parti. Di conseguenza sono stati costretti ad arrendersi. Non dimentichiamo che l’essenza dello Stato è il cosiddetto “monopolio della violenza”; ciò che è successo in questi due Paesi è stato una profonda erosione di questo monopolio, accompagnata da una perdita del controllo politico precedente su quello che era rimasto. Gheddafi, al contrario, ha avuto successo nel preservare una buona parte di esso, la Libia è diventata un mercato competitivo riguardo l’uso della violenza e come risultato non si è avuta una rivoluzione vittoriosa ma una guerra civile in cui il leader precedente ha ancora carte da giocare.

L’ultimo punto da considerare è il ruolo degli attori esterni. Senza il rapporto tra il governo americano e l’esercito egiziano dovremmo stupirci se i risultati fossero gli stessi. Per anni gli Stati Uniti hanno dato denaro all’esercito egiziano per ragioni di strategia regionale. A causa della relazione conseguente l’esercito è stato l’interlocutore degli Americani ed è divenuto un canale molto efficace per l’esercizio della loro influenza.

Traduzione dall’inglese di Salvatore Corasaniti