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Lessico Interculturale
EN lunedì, 20 novembre 2006

Antisemitismo

Anna Foa

L’uso del termine antisemitismo per indicare l’ostilità verso gli ebrei – solo verso gli ebrei e non, contrariamente a quanto si crede, verso tutti i popoli “semiti” – risale alla seconda metà dell’Ottocento, quando la parola, un neologismo derivato dalla linguistica, si diffuse in Europa ad opera di un agitatore tedesco antisemita, il giornalista Wilhelm Marr.


Ben più antica era naturalmente l’ostilità verso gli ebrei, presente già nell’età antica, e poi consolidatasi in forma diversa nel Medioevo, quando gli ebrei vivevano sparpagliati sul suolo europeo, come piccole comunità di minoranza in un contesto maggioritario tutto cristiano. Ma è significativo che l’uso di un termine specifico per designare l’ostilità antiebraica nasca soltanto quando tale ostilità ha cessato di essere un elemento naturale della società e quando gli ebrei sono stati integrati nella società esterna, indistinguibili dagli altri, cittadini a tutti gli effetti.

In realtà, anche nell’età precedente, quella in cui barriere più o meno visibili separano la minoranza ebraica dall’esterno, è difficile distinguere nettamente l’antigiudaismo, cioè l’ostilità di tipo puramente religioso, che vede nell’ebreo il deicida e l’ostinato negatore del Messia, dall’ostilità antropologica, che vede in lui un essere naturalmente perverso a cui attribuire colpe reali o immaginarie di ogni tipo, dall’uccisione a Pasqua di bambini cristiani, all’avvelenamento dei pozzi alla diffusione della peste.

Ma a partire dall’Ottocento, l’antico stereotipo antigiudaico a carattere religioso si accresce di elementi nuovi, tutti volti a definire come diverso l’ebreo in quanto persona fisica e non in quanto appartenente ad una diversa fede religiosa: l’idea dell’esistenza di una “razza” ebraica, inferiore a quella cosiddetta “ariana”; l’idea di un complotto ebraico volto al predominio mondiale o, in modo complementare, quella di una propensione naturale degli ebrei alla rivoluzione e alla sovversione; l’idea di una diversità fisica dell’ebreo, distinto o per il suo naso, o per la sua sfrenata sessualità, o per la sua natura femminea, o perfino per la sua furbizia e intelligenza. Perché anche il mito dell’ebreo intelligente è parte dell’armamentario antisemita, così come lo è l’idea del fascino particolare delle donne ebree, mirabilmente dipinto nella sua ambiguità nel romanzo di Gregor Von Rezzori, Le memorie di un antisemita.

L’agitazione antisemita conquista tra gli ultimi decenni del secolo XIX e l’inizio del XX una parte non indifferente dell’opinione pubblica dell’Europa occidentale e divampa in violenze e pogrom nell’Europa orientale, dove gli ebrei continuano ad essere privi di ogni emancipazione politica e civile. Negli anni che precedono la prima guerra mondiale, la spinta antisemita sembra però esaurirsi, fino ad apparire come un fenomeno residuale destinato a scomparire con il progresso della civiltà e della scienza. Sono le devastazioni materiali e morali della prima guerra mondiale e dei totalitarismi che riportano d’attualità l’antisemitismo, fino alla seconda guerra mondiale e alla Shoah: un tentativo di distruzione fisica di tutti gli ebrei mai neppure immaginato prima di Hitler, nei pur lunghi secoli di ostilità antiebraica.

Dopo la Shoah, l’antisemitismo sembra un fenomeno destinato a non potersi più ripresentare, tanto forte si afferma la consapevolezza delle sue disastrose conseguenze. Al tempo stesso, però, esso assume un valore sempre più paradigmatico, fino ad allargarsi a comprendere tutte le forme di rifiuto del diverso. Combattere l’antisemitismo diventa un modo per combattere anche il razzismo, l’ostilità allo straniero, al nero, all’immigrato. Dopo essere stato simbolo dell’errore, l’ebreo diventa simbolo della persecuzione. In questa trasformazione, tuttavia, se da una parte l’antisemitismo allarga ed universalizza il suo significato, come griglia interpretativa dell’odio verso il diverso, dall’altra perde concretezza e realtà.

Si rischia così di non vedere i fenomeni nuovi di antisemitismo, il suo nuovo uso politico nella propaganda del fondamentalismo islamico, le nuove forme che finisce per assumere inevitabilmente in quella che uno storico francese, Jean-Michel Chaumont, ha definito “la concorrenza delle vittime”, cioè la tendenza di ogni vittima ad esaltare il primato della sua sofferenza. Ma come rinunciare, nonostante i rischi, a trarre significati universali dalla memoria della Shoah e a confrontare i suoi meccanismi con le modalità e le forme di ogni genocidio, del passato come del presente? Diventare un simbolo ha sempre comportato gravi rischi, e lo sanno bene gli ebrei che nella storia hanno suscitato ben più ostilità quando erano assenti o immaginari che quando erano persone reali, in carne ed ossa. Speriamo che anche questo appartenga al passato.

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