“La crisi finanziaria porterà più razzismo”
I piccoli gesti quotidiani, e le paure generate dall’economia. Ecco da dove nasce il razzismo secondo lo scrittore Tahar Ben Jelloun, intervistato in videochat dal nuovo sito di Telecom Avoicomunicare.it. “Temo che questa crisi economica e finanziaria abbia conseguenze sulla società europea. Produrrà maggiore disoccupazione, e per questo la gente cercherà un capro espiatorio, ed è possibile che lo trovi negli stranieri”, ha ammonito lo scrittore, che ha parlato anche dell’essere straniero, del ruolo della religione, e di cosa chiederebbe oggi al Mahatma Gandhi.
In questi giorni in cui in Italia si susseguono violenti episodi di razzismo, è risuonata forte la voce dello scrittore franco-marocchino Tahar Ben Jelloun. In videochat con Avoicomunicare.it, sito internet che Telecom ha aperto per riflettere sulla comunicazione globale, l’autore de Il razzismo spiegato a mia figlia ha ammonito che “non esiste un razzismo light”: “L’odio verso l’altro – ha detto – nasce dalle piccole cose, dal dire che gli ebrei hanno il naso lungo, dall’apostrofare una persona con ‘sporco arabo’”. Il razzismo, come l’antisemitismo, nasce dalle piccole cose della vita quotidiana, ma anche dall’economia.
Se gli ebrei, sotto il nazismo e non solo, venivano “accusati” di essere troppo ricchi, di comandare le banche e gli affari, anche oggi i “diversi”, gli “stranieri”, vengono accusati di impoverire – seppur in quanto poveri che fanno “concorrenza sleale”, e non in quanto ricchi – gli autoctoni. Per questo bisogna essere vigili, soprattutto in questo momento in cui l’economia occidentale soffre: “Temo che questa crisi economica e finanziaria abbia conseguenze sulla società europea – ha confessato lo scrittore – Produrrà maggiore disoccupazione, e per questo la gente cercherà un capro espiatorio, ed è possibile che lo trovi negli stranieri”.
Lo straniero
“Siamo tutti stranieri, e non solo quando viaggiamo al di fuori dei confini nazionali. Anche un siciliano a Milano lo è. Non c’è uno straniero assoluto – ha ricordato Ben Jelloun, che vive a Parigi dal 1971 e collabora con Le Monde e la Repubblica – Il concetto di ‘essere straniero’ si muove con noi”. Nell’intervista l’autore di Partire (Bompiani 2007) ha fatto l’elogio della diversità (“Nel mondo siamo più di sei miliardi di persone, e non ci sono due persone uguali l’una all’altra. Questa diversità è la ricchezza dell’umanità, sarebbe spaventoso se fossimo tutti uguali”), ma con grande onestà intellettuale ha anche sottolineato la difficoltà del non farsi prendere dal razzismo. “Non si può amare tutti, ma rispettare sì, senza tener conto della ricchezza o dell’aspetto fisico”, ha detto, riconoscendo però quanto tutti noi facciamo a volte fatica a non generalizzare, a “non cedere ai nostri istinti più bassi”, a “non essere razzisti”.
Infatti, ha ammesso, “la morale e la cultura non bastano per non diventare razzisti, serve la volontà”. Per evitare il razzismo serve però anche la collaborazione degli immigrati: “Cosa direi ai miei connazionali marocchini che vengono in Francia? Rispettate le leggi, rimanete sempre nella legalità. Quando si è invitati a casa di qualcuno, non si comincia rompendo i piatti. Ma serve anche un lavoro pedagogico per l’integrazione. Bisogna parlare agli immigrati, e non insultarli e basta”. A questo proposito, Ben Jelloun ha criticato le politiche del governo Berlusconi in tema di immigrazione, e ha pronunciato parole affatto scontate, anzi problematiche, sulla questione dei diritti umani.
Riferendosi a “paesi come la Libia, il Sudan e la Bielorussia”, ha ricordato che “solo i popoli, lottando, possono sbarazzarsi dei propri dittatori, perché la dottrina di Bush, dell’esportazione della democrazia tramite le armi, non funziona”. Ma poi, a proposito della Cina, si è domandato: “Sarebbe utile condizionare gli affari con Pechino al rispetto dei diritti umani da parte loro? A quel punto, semplicemente, la Cina deciderebbe di fare affari con altri paesi, e nulla cambierebbe. Tutta la nostra speranza, ancora una volta, va riposta solo nella popolazione cinese stessa”. Anche se una cosa il mondo potrebbe farla, per combattere le dittature: “Le Nazioni Unite d’ora in poi – ha suggerito – non dovrebbero riconoscere un regime che è nato da un colpo di stato, con la forza”.
Il ruolo della religione
Parlando del suo paese d’origine, il Marocco, Ben Jelloun ne ha lodato la tradizione filo-occidentale (“E’ inscritta nella nostra storia, siamo stati il primo paese a riconoscere gli Usa”), e si è augurato che il re e il governo continuino a impedire che il paese cada nelle mani dei fondamentalisti musulmani. Per fare ciò, sarà necessario strappare la popolazione dalla povertà (“Far star bene la gente aiuta a tenere lontani gli estremisti”), e non mescolare troppo religione e politica. Come già aveva raccontato a Resetdoc, Ben Jelloun crede nella laicità, che per lui “non è ateismo, non è la fine delle religioni”: “Se pregate in casa, e non nella moschea, non cambia nulla. La religione dovrebbe rimanere nella sua sfera privata, perché se si fa politica può diventare un pretesto per discriminare”.
“Internet mi ha ringiovanito”
E internet, è una risorsa o un pericolo per la società contemporanea? “È come quando è apparsa la televisione – ha risposto lo scrittore – Tutto dipende da cosa si fa con questo medium. Può diffondere la pedofilia, ma può anche diffondere comunicazione e conoscenza. “Internet mi ha ringiovanito, lo uso tutti i giorni, per cercare una citazione o il titolo di un’opera che ho dimenticato”, ha confessato Ben Jelloun, che oggi a Gandhi, ispiratore della campagna Telecom, chiederebbe: “Avrebbe fiducia ad affidare il suo messaggio a internet?”.



