Rebiya Kadeer, la guerriera gentile
“Penso che Barack Obama e la sua amministrazione stiano lavorando in privato per promuovere i diritti umani. Sono fiduciosa nel suo operato anche se i cinesi continuano ad avere la mano pesante nei confronti degli uiguri”. A parlare è Rebiya Kedeer che, in occasione della presentazione del suo libro La guerriera gentile (395 pag., Corbaccio, 2009, 22,60 euro), ha rilasciato un’intervista a Resetdoc. La leader del popolo uiguro commenta la missione a Pechino del presidente americano, prova a spiegare la situazione attuale del popolo a cui appartiene e racconta la sua storia personale.
“Sono madre di undici figli, ho sessantatré anni e sono stata imprigionata per circa sei anni” - continua la Kadeer - “Dopo la mia liberazione ho deciso di far conoscere con determinazione la terribile sofferenza del mio popolo, privato delle libertà fondamentali di cui tutti dovrebbero godere”. L’ultimo episodio di repressione risale al giugno di quest’anno, quando una manifestazione tenutasi a Urumqi, la capitale della regione dello Xinjiang, è degenerata in una serie di scontri etnici repressi nel sangue dalla polizia cinese, con un bilancio di ottocento morti e tremila feriti. La vicenda è stata però solo l’occasione per far esplodere tensioni già esistenti e, come spiega Rebiya Kadeer, si è trattato “di masse di cinesi mobilitate contro gli uiguri che avanzavano la richiesta del riconoscimento dei diritti civili. Il governo cinese ha però fomentato questa situazione e, per isolare la regione e nascondere i suoi crimini contro l’umanità, dallo scorso luglio ha interrotto ogni forma di comunicazione, tra cui internet e i telefoni. Ancora oggi gli uiguri vivono isolati e continuano ad essere sottoposti a torture, anche mortali”.
A pochi giorni dalla violenta repressione, Pechino accusò Rebiya Kadeer di essere stata la mente delle proteste avvenute nello Xinjiang. “Le accuse dei cinesi sono false” - afferma la leader uigura, con tono infastidito - “Ogni volta che il governo si trova in difficoltà, muove delle calunnie. Danno la colpa a me se si tratta dello Xinjiang e al Dalai Lama quando si parla del Tibet”. Kadeer e il Dalai Lama sono dunque due figure carismatiche che da anni lottano per l’indipendenza e l’autonomia dei propri popoli ma, nello stesso tempo, da buoni amici si incontrano e si supportano in questa battaglia comune contro il regime cinese. Continua la Kadeer: “Crediamo che un giorno saremo vittoriosi come Gandhi. Quando combatti nella pace, il risultato non può che essere la fine di tutte le dittature. Dobbiamo essere pazienti e continuare a fare sacrifici nonostante le sofferenze a cui siamo sottoposti”.
Rebiya Kadeer è una donna minuta, ha lunghe trecce e ogni tanto accenna un sorriso, ma il tono della sua voce è sicuro e determinato. Parla in difesa di venti milioni di uiguri nel mondo, otto milioni dei quali rappresentano una delle 56 minoranze etniche presenti in Cina, turcofoni e di origine islamica. “Il nome del nostro paese è Turkestan orientale - precisa - e siamo collocati in un punto geograficamente strategico tra Cina e Asia centrale. Nel 1949 l’esercito cinese occupò la regione e Pechino cambiò il nome in Xinjiang o Regione autonoma uigura. In 60 anni, il regime comunista ha privato il popolo uiguro di tutte le libertà fondamentali e non abbiamo goduto di nessuna autonomia”.
La mancanza di diritti e le difficoltà incontrate nel preservare la propria identità etnica e religiosa sono state le principali motivazioni che hanno spinto la Kadeer a intraprendere la lotta per il suo popolo soprattutto dopo l’11 settembre 2001, quando le autorità cinesi hanno iniziato ad accusare i gruppi etnici musulmani di essere “terroristi, separatisti ed estremisti”. Sottolinea l’attivista per i diritti umani: “Con la scusa del fondamentalismo islamico, il governo cinese ha accelerato il processo di assimilazione e aumentato gli imprigionamenti e le esecuzioni. Solo negli ultimi 5 anni oltre diciottomila uiguri, che rivendicavano migliori condizioni di vita, sono stati arrestati con l’accusa di mettere a repentaglio la sicurezza del paese. Un numero incompleto, poiché esclude chi è stato messo in carcere durante le Olimpiadi e a seguito delle proteste di giugno”. Gli uiguri dunque continuano a chiedere a Pechino di seguire le regole contenute nei trattati internazionali, senza volersi sottrarre completamente al rispetto della legge cinese. Continuare un braccio di ferro non solo rende impossibile la convivenza tra le diverse etnie, ma rischia di compromettere la stabilità di tutto il paese.



