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martedì, 17 novembre 2009

Quel muro nella testa di noi europei

Daniele Castellani Perelli

A vent'anni dalla caduta del muro Matteo Tacconi, giornalista freelance che scrive per diverse testate (tra cui Limes, Europa, East e Resetdoc), ha intrapreso un “viaggio nell'Europa ex-comunista”, per verificare i progressi di questa parte d'Europa ancora colpevolmente sconosciuta a molti europei. Ne è nato C'era una volta il muro (288 pag., Castelvecchi, 2009, 18,50 euro), un libro che racconta l'Est Europa con gli occhi di quella generazione che la cortina di ferro non l'ha mai vista, e Praga, Berlino e Budapest le ha cominciate a conoscere grazie ai voli low cost.


«Fino a quando li chiameremo new, i newcomers dell'Est? I Paesi ex-comunisti hanno trovato posto nella casa comune europea, sono stati ammessi nella Nato, hanno sfoderato vitalità, voglia di riscatto, fedeltà atlantica e spirito europeista. Ma nell'idea degli italiani, dei francesi, dei britannici e di tutti gli Stati europei che nel salotto occidentale e in quello comunitario ci stanno da tempo, l'altro versante del continente rimane comunque un'entità differente, in parte aliena. Rimane Est». Dice bene Matteo Tacconi. Il muro di Berlino non c'è più, ma quello che divide l'Ovest dall'Est dell'Europa è ancora in piedi, ben saldo dentro le nostre teste. Eppure, come dimostra nel suo C'era una volta il muro (288 pag., Castelvecchi, 2009, 18,50 euro), i Paesi dell'Est sono oggi caratterizzati da democrazie e economie vivaci, con società civili che fanno i conti con la loro tragica storia guardando però al futuro.

A vent'anni dalla caduta del muro Matteo Tacconi, giornalista freelance che scrive per diverse testate (tra cui Limes, Europa, East e Resetdoc), intraprende un “viaggio nell'Europa ex-comunista”, da Berlino a Lipsia, da Varsavia a Praga fino a Bratislava a Budapest, per verificare i progressi di questa parte d'Europa ancora colpevolmente sconosciuta a molti europei. Tacconi ha acquisito una ancora maggiore naturalezza di scrittura, rispetto al suo precedente Kosovo, anche grazie alla scelta di abbandonare il più possibile la forma del saggio per fare spazio al racconto di viaggio (a questo proposito risulta particolarmente azzeccata la scelta dell'autore di “esporre” gli economici mezzi e alloggi che gli permettono le sue finanze: aerei low cost, treno, automobile, bicicletta, «stamberghe umidicce», come a dire che è un viaggio alla portata di tutte le tasche).

Ma non è solo racconto di viaggio. C'è spazio anche per l'analisi, ovviamente, come quando – con acume – spiega l'Ostalgie (la nostalgia della Ddr che pervade oggi una parte della Germania Est) come «una ricerca di segno neutrale (dunque non filocomunista, ndr) con cui i tedeschi dell'Est cercano di recuperare o preservare alcuni aspetti delle loro esistenze precedenti». Lo si sente poi più volte scuotere la testa per le meraviglie della storia (come a Alexanderplatz, dove il 4 novembre 1989 si accamparono cinquecentomila persone, «come se gli spettatori di cinque grandi stadi da calcio si fossero riversati su questo catino. Pazzesco»), emozionarsi (come nei cantieri di Danzica) o entusiasmarsi per quelle storie fantastiche che fanno impazzire chi si occupa di politica internazionale (la doppia comunità vietnamita di Berlino, l'orda di turisti giapponesi a Bratislava, il legame tra Frank Zappa e il movimento Charta 77 di Vaclav Havel, i dentisti ungheresi di Sopron, il perché la Slovacchia sia uno dei pochi Paesi europei a non riconoscere il Kosovo).

C'era una volta il muro è un libro che riesce a picconare un bel po' di pregiudizi di noi europei occidentali, come la sensazione che i Paesi dell'Est siano «una matassa omogenea di popoli», che si rivela decisamente falsa. Ogni Paese ha fatto infatti i conti con la storia in modo diverso, ognuno intrattiene rapporti diversi con l'ex “padrone” russo o con il capitalismo, e ognuno – persino – guarda in modo diverso al mitico 1989 (per la Polonia la liberazione dal comunismo inizia infatti nel 1980, mentre per l'Ungheria il 1956 è un anno ancora più importante). Questa, infine, è l'opera di un ragazzo che nel 1989 aveva undici anni, e pertanto rappresenta un pezzo di storia e di vita decisivo per una “generazione Erasmus” che, a destra come a sinistra, è cresciuta nel mito europeo della libertà e della democrazia. Un volume scritto con umiltà e anche una sana dose di autoironia, che riesce a farci sentire più vicini dei luoghi che, dopo il 1989, fanno parte integrante dell'immaginario e della geografia personale di ogni europeo.

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