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venerdì, 16 gennaio 2009

L’Islam, Voltaire e il sacro nell’Occidente

Nicola Mirenzi

Mentre si chiude l’era del neoconservatorismo con la fine della presidenza di George W. Bush, nel mondo occidentale non è solo tempo di bilanci, ma anche di comprensione. Di cosa siano stati la “guerra al terrore, la battaglia senza quartiere al fondamentalismo islamico, la materializzazione dello scontro di civiltà”. Analisi che in questo caso non arriva dal mondo culturale progressista, ma dalla parte opposta. Cabaret Voltaire. L’Islam, il Sacro, l’Occidente (Bompiani, 2008, 240 pp., 18 euro), l’ultimo libro di Pietrangelo Buttafuoco, scrittore e giornalista de Il Foglio e Panorama, si pone la questione dei rapporti odierni tra il nostro mondo, che si autoproclama «superiore», e quello musulmano, considerato al contrario bigotto, fanatico e superstizioso.


«L’attualità inchioda l’Islam al muro del più radicato pregiudizio», nota contrariato Buttafuoco, imputando delle precise responsabilità: è stata «la destra angloamericana del mondo ridotto a uno (…) quella stessa destra imbecille e ottusa che ha condotto contro l’Islam la crociata razzista e perfino ignorante» che ha alimentato l’errore di valutazione. Ma la questione in realtà è più antica. E lì vuole arrivare l’autore siciliano: «Di questa nostra contumelia vogliamo farne zappa per raschiare la gramigna ideologica cresciuta intorno al totem dell’Occidente, al prezzo di scoprirne le radici, (…) così radicalmente ostili al sacro».

La vera posta in gioco della “guerra al terrore”, secondo Buttafuoco, non è infatti la supremazia dell’occidente crociato su un islam impazzito nella febbre integralista. Ma è la lotta tra il sacro e il profano. «La vittoria di una destra scimmiesca ed empia negli Usa ha contribuito, in età contemporanea, alla demolizione del sacro», spiega. Ed è una battaglia, questa, che non fa altro che riproporre l’antico scontro condotto da Voltaire contro la fede. A prova di ciò, secondo Buttafuoco, basta rileggere l’opera teatrale volterriana del 1736, Il Fanatismo, ossia Maometto profeta, nella quale il pensatore francese non farebbe altro che ricondurre alla «paura» e alla «superstizione» le forme dell’«emozione religiosa» per «smontare ogni teologia». Ed è così che l’invettiva di Voltaire contro l’islamismo diventa una lotta per interposta religione («E’ solo per comodità politica - non potendo certo scivolare in una più vicina polemica col cristianesimo - che Voltaire rivolge la sua demolizione all’Islam»), il cui fine ultimo è quello di rimuovere il sacro dalla sfera pubblica.

Vista così, l’offensiva antifondamentalista lanciata dopo l’11 settembre – Buttafuoco si pone solo di sfuggita il problema dell’integralismo islamico, considerandolo speculare al modernismo, il nemico da abbattere – è solo una ripetizione del vecchio mantra antisacrale. E si capisce perché il libro è «dedicato» e «destinato» a Giuliano Ferrara. Ovvero colui che del neoconservatorismo in Italia è stato una sorta di propagatore, pur rimanendo convinto sostenitore dei valori del cattolicesimo e della funzione pubblica della religione. Suona come una sorta di avvertimento fraterno questo pamphlet. Così che Ferrara sappia (e con lui tutta la destra italiana ed europea) in che razza di guazzabuglio s’è cacciato. Perché sono «gli eserciti della democrazia Usa i degni eredi della rivoluzione francese». E nell’«Abc della politica», come la chiama Buttafuoco, questi sono quelli che si battono perché «si possa edificare la città laica dove perfino alla Madonna si può togliere il velo e mettere la minigonna».

Ma quanto la brillante prosa di Buttafuoco possa fare breccia nei think thank conservatori è dubbio, considerando come siano fuori linea le sue posizioni. «L’Islam è una delle radici dell’Europa», scrive, fornendo alla cultura musulmana pari dignità rispetto a tutte le altre culture europee (affermazione che spiega anche perché sostenga l’ingresso della Turchia in Europa): quella «grecoromana», «cattolica», «giudaica», «giacobina», «germanica», «slava». Così, allo scontro tra le civiltà, Buttafuoco contrappone una sorta di ecumenismo della sacralità. Uno spazio pubblico in cui le religioni, pur rimanendo differenti, s’incontrano pacificamente, concedendosi scambi e mescolamenti. E alla laica convivenza basata sulla separazione della sfera religiosa da quella pubblica, Buttafuoco invece obietta una «convivenza ghibellina» delle fedi, in cui ognuno mantenga intatte le proprie differenze, nella convinzione che solo così possa innescarsi un dialogo vero. Un modello del quale si trova traccia nella storia della Sicilia, terra dell’incontro profondo tra mondo arabo ed europeo, e nella biografia di San Francesco d’Assisi, il quale «era nemico in concorrenza, ma amico in essenza dell’Islam».

Nei suoi numerosi viaggi in Saracenia, infatti, il santo incontrò più volte il sultano, dal quale ricavò idee e suggestioni. Come per esempio «l’uso del saio e la costituzione dell’ordine dei poveri». Nient’altro che «una trasposizione cristiana del sufismo». E l’indicazione di - sono parole di Francesco - «portare nel mondo la grande guerra e la piccola guerra». Tale e quale alla distinzione tra la grande e la piccola jihad. Insomma: cose innocenti. Almeno fino a quando qualcuno non decida di passare dalle parole ai fatti.

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