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lunedì, 22 dicembre 2008

La Croazia molteplice

Matteo Tacconi

La sagoma allungata, a forma di arco, è la cifra della Croazia. La dice lunga sulla storia di una nazione segnata dal concetto della frontiera, come mette in luce il ricercatore universitario Egidio Ivetic, a cui viene affidata la postfazione di Croazia, storia nazionale e vocazione europea (pagine 320, euro 20), scritto dalla storico tedesco Ludwig Steindorff. Si tratta, dopo Slovenia, storia di una giovane identità europea, del secondo volume della collana, edita da Beit, dedicata alla storia dei paesi dell’Europa centro-orientale.


La Croazia, una terra di confine. Sono morti imperi e dalle loro rovine sono sorti nuovi stati nazionali. Epoca dopo epoca la storia ha preso una piega diversa, ma il paese è rimasto piazzato lì, nella porzione superiore dei Balcani, a separare una cultura da un’altra, a scandire il limite tra tradizioni, regioni e culture di segno differente. Un tempo tra gli Asburgo e l’impero ottomano, oggi tra l’Unione europea che già è e quella – i Balcani occidentali – che presto o tardi sarà. «Mai Oriente, ma neanche pienamente Occidente», «una periferia equidistante tra Est e Ovest», sentenziava brillantemente Miroslav Krleza, il più famoso intellettuale croato. Fuori il diverso. Dentro pure. Anche per la Croazia è sempre valsa la regola che, salvo poche eccezioni, connota ogni marca di frontiera: il meticciato. Italiani, tedeschi, serbi, ungheresi e – ovviamente – croati. Cattolici, protestanti e ortodossi. Culture molteplici disseminate sul territorio nazionale. Retaggi di incursioni veneziane, bizantine, ottomane.

Il libro di Steindorff, un buon libro, documentato e ricco di episodi, ripercorre il tragitto della Croazia tracciandone una biografia storica illuminata dal tema ricorrente dell’identità di confine, dello stare sul crinale, dell’amalgama tra popolazioni diverse. Dal volume arriva anche una lezione storiografica importante, che scardina le tesi, costruite dagli storici locali negli ultimi anni, intese a vedere nel rapporto tra la maggioranza croata e le altre popolazioni una dinamica di “separazione”, dell’uno contro l’altro. È frutto, tale interpretazione, della recente storia di Zagabria, dell’impulso a costruire una cultura nuova voluto da Franjo Tudjman, il primo presidente della Croazia indipendente, il cui pensiero “croatocentrico” così tanto ha inciso nell’elaborazione dell’identità nazionale, tirando una linea netta tra la Croazia e la Serbia, anche a livello di vocabolario. Durante l’epoca di Tudjman, infatti, alcuni linguisti di regime lavorarono sodo per differenziare la lingua croata da quella serba, inventando parole nuove e cercando di rendere l’idioma serbo-croato meno spurio e più croato.

Sarà difficile, comunque, che una tale parentesi incida sul corso della storia, deviandolo e portando a dimenticare che l’identità del paese si è costruita sulla frontiera e sul melting pot, tra l’Europa e quei Balcani che Europa sono, ma anche no. È questa la grande dote che Zagabria, prossima a entrare nella Nato e sicuramente in pole position nel panorama post-jugoslavo, per quanto concerne l’entrata nell’Ue, porterà all’Occidente nel momento in cui dell’Occidente diverrà definitivamente parte, al termine di un cammino lungo diversi secoli. Ma questa è una dote non solo croata. Appartiene bensì a tutti i Balcani, delle terrae incognite, per usare la definizione dello storico croato Ivo Banac, la cui peculiarità – il meticciato, appunto – è troppo spesso percepito come un limite, piuttosto che come una risorsa.

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