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lunedì, 20 ottobre 2008

La corsa più lunga, due visioni dell’America

Giuseppe Martella

Al centro de La corsa più lunga – Obama vs McCain: due visioni, una nazione (Lindau, Torino, 17 euro), John Samples e Alberto Simoni realizzano una istantanea che mette a fuoco le posizioni e le linee guida di John McCain e Barack Obama. Per dirla con un termine caro a Bauman, il senatore dell’Arizona e quello dell’Illinois hanno un approccio liquido ai temi della campagna elettorale. Fatta eccezione per le due visioni in merito alla politica economica da attuare, i due senatori hanno posizioni quasi eterodosse rispetto alla tradizione dei rispettivi partiti.


Mai come nelle presidenziali del prossimo 4 novembre l’America mostra i nervi scoperti e le contraddizioni che, a partire dall’ 11 settembre, passando per la crisi immobiliare e quella dei mutui subprime per f inire al suo ruolo sullo scacchiere mondiale, la contraddistinguono e la dividono fino alle proprie radici. A poche settimane dall’Election day, ecco un testo, breve ma dettagliato e denso nelle informazioni, che John Samples, professore associato alla Johns Hopkyns University e direttore del Center for Representative Government al Cato Institute, ha scritto a quattro mani con Alberto Simoni, giornalista della redazione esteri dell’ “Avvenire” e curatore del sito blogwolfie. Al centro de La corsa più lunga – Obama vs McCain: due visioni, una nazione (Lindau, Torino, 17 euro), i due autori realizzano una istantanea che mette a fuoco le posizioni e le linee guida di John McCain, senatore dell’Arizona e candidato repubblicano, e di Barack Obama, senatore democratico dell’Illinois.

Le pagine de La corsa più lunga restituiscono in realtà una foto dai contorni piuttosto mossi. E non certo per imperizia o scarsità documentale. Al contrario, le posizioni dei due candidati per l’ingresso alla Casa Bianca, il prossimo 20 gennaio 2009, non hanno contorni ben definiti. Per dirla con un termine caro a Bauman, il senatore dell’Arizona e quello dell’Illinois hanno un approccio liquido ai temi della campagna elettorale. Politica economica: McCain promette una riduzione dei costi di gestione della macchina istituzionale attraverso uno small government, una riduzione delle tasse e una maggiore attenzione al mercato come naturale regolatore degli scambi e della crescita economica.

Dal canto suo, Obama intende aumentare la sorveglianza delle istituzioni sul mercato, una tassazione più mirata nei confronti dei ceti più facoltosi, l’abolizione dei privilegi fiscali e un supporto più efficace dello stato verso il singolo cittadino. Ma, fatta eccezione per le due visioni in merito alla politica economica da attuare, i due senatori hanno posizioni quasi eterodosse rispetto alla tradizione dei rispettivi partiti. A partire dalla sanità, l’health care, che in queste presidenziali è diventato argomento di programma anche per i repubblicani che, pur allergici a ogni intervento pubblico in merito, hanno capito di non poter lasciare questa importante carta agli avversari: per McCain, la ricetta vincente consiste nel dare un buono compreso tra i 2500 e i 5000 dollari per l’acquisto di una polizza, da acquistare non necessariamente nello stato di residenza, e da cucirsi addosso in base alle proprie necessità; Obama, più sospettoso nei confronti del mercato, punta a una riduzione del costo delle polizze, cercando di calmierare l’offerta.

Anche la voce immigrazione rischia di lasciare perplessi gli elettori. Entrambi i candidati puntano soprattutto sulla sicurezza. E se McCain è sul solco della, quasi, precedente amministrazione Bush, Obama deve affrontare una delle due questioni più spinose: la sospettosità, se non la rivalità, che unisce e separa le due più grandi classi di immigrati, i latini e i neri, non permette al senatore dell’Illinois di giocarsi a pieno la carta della razza. Per questa ragione, nei suoi discorsi Obama ha parlato di una sola nazione, piuttosto che dei singoli componenti. Eppure, entrambi hanno votato in Senato il Dream Act, una sanatoria a favore di 400.000 clandesti al di sotto dei 16 anni di età e, per tornare al tema della sicurezza, il recente Secure Fence Act, per il rafforzamento dei confini nel sud del paese, porta la firma di entrambi. La questione della razza è legata poi a doppio nodo con il fattore, importantissimo, della confessione religiosa e degli orientamenti politici che ne conseguono. Obama, che riconosce nel matrimonio l’unica unione possibile tra un uomo e una donna, ha comunque dimostrato apertura per le unioni civili. La stessa apertura che gli alienerebbe il consenso dei latini, che sono cattolici e del tutto refrattari a qualsiasi forma di legame istituzionalizzato tra persone dello stesso sesso. Per Obama, c’è il rischio di perdere 13 milioni di voti (tanto è infatti il numero degli elettori di origine latina).

La politica estera è l’ultimo argomento, non certo per importanza, al quale sono chiamati a rispondere McCain e Obama. Ed è un’altra zona grigia, vista con gli occhi dei sostenitori repubblicani e democratici, per i rispettivi candidati. Sia McCain che Obama sono infatti favorevoli al ritiro delle truppe dal territorio iracheno. Anche se per ragioni differenti: il primo, che ha sempre sottolineato la irresponsabilità strategica dell’intervento, vorrebbe lo stesso dispiegamento sul territorio afgano, con un occhio puntato anche verso l’Iran; il secondo, che non ha certo un profilo pacifista, ha bisogno del ritiro per recuperare dollari da impiegare per affari interni. McCain, che considera l’America vera guida del mondo non solo occidentale, nutre diffidenza per Cina e Russia. Dal canto suo, Obama promette un approccio più morbido, fatto di relazioni internazionali, anche di tipo personale, e negoziati, senza comunque escludere il ricorso alle armi.

Questi, dunque, i nodi che Samples e Simoni mostrano al lettore italiano. Nodi che gli elettori americani - stando alle statistiche rappresentano il 60% degli aventi diritto al voto – scioglieranno il 4 novembre. Per dirla con un’altra metafora: sarà forse solo il photofinish a stabilire chi, tra McCain e Obama, avrà vinto di lunghezza questa lunga corsa verso la Casa Bianca.

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