Yehoshua, l’Iran e quel titolo sbagliato
Daniele Castellani Perelli 26 settembre 2008

Che cosa ha detto veramente Abraham Yehoshua? In questi giorni, sui media italiani, si è scatenata una polemica intorno ad alcune frasi che il grande scrittore israeliano avrebbe pronunciato in un’intervista pubblicata il 22 settembre dal quotidiano La Stampa, dal titolo “Teheran non è un pericolo per Israele”. Due giorni dopo lo stesso Yehoshua, intellettuale da anni impegnato per la pace tra israeliani e palestinesi, si è sentito in dovere di precisare a La Stampa di non aver “mai detto che l’Iran non è un pericolo per Israele”. La faccenda merita di essere approfondita perché rivela anzitutto l’aggressività e la partigianeria di alcuni media vicini al centrodestra italiano, e anche le pressioni da cui si sente condizionato persino un grande intellettuale come Yehoshua.

Su diversi siti l’autrice dell’intervista, la studiosa italo-iraniana Farian Sabahi, è stata immediatamente accusata di “mancanza di professionalità” e di faziosità. E’ stata presa per buona la smentita di Yehoshua, e si è creato un caso intorno a sfumature che, in fin dei conti, non cambiano molto il senso dell’intervista. Partiamo dagli insulti e dalle accuse dei siti vicini al centrodestra italiano. “L’opinione delle libertà”  ha parlato di “errori macroscopici”. Tralasciando gli analoghi commenti di alcuni blog riconducibili alla stessa area culturale e politica, va sicuramente sottolineata la presa di posizione di Informazionecorretta.com. Si tratta di un sito che con la sua rassegna stampa dimostra sempre una grande prontezza nel segnalare e commentare la copertura mediatica italiana delle questioni riguardanti Israele e il Medio Oriente. Peccato che questa prontezza sia messa al servizio di una linea politica che combacia con quella della estrema destra israeliana.

L’intervista di Sabahi non era ovviamente loro sfuggita. Da subito, coerentemente con il loro stile, avevano condannato le presunte “domande tendenziose” e le “risposte sconcertanti”. Il 24 settembre il sito ha poi salutato con squilli di tromba la precisazione di Yehoshua, rincarando la dose verso la povera Sabahi, accusata appunto di “mancanza di professionalità”: “Quello che dà all’intera faccenda un peso diverso dalla semplice. e pur grave, scorrettezza professionale – ha scritto Informazionecorretta.com – è l’abitudine della giornalista a presentare le vicende iraniane in modo assolutorio, tanto da far pensare a chi legge che il diavolo non è poi così brutto come lo si dipinge. In questo lavoro di abbellimento c’è cura, attenzione, anche abilità. Nei suoi articoli non c’è la difesa a spada tratta del regime dei Mullah, anzi, vi si possono trovare anche alcune critiche, l’appoggio aperto otterrebbe un effetto opposto”. Le accuse andavano oltre, perché si usavano argomenti davvero offensivi. Farian Sabahi veniva così apostrofata: “La nostra è anche usa a scrivere, sempre sulla Stampa, articoli che riguardano argomenti ebraici, una buona carta da giocare in caso di bisogno. Per fortuna non sempre le frittelle riescono col buco, ogni tanto, non siamo soltanto noi ad accorgercene, può capitare l’incidente che fa sobbalzare sulla sedia una firma illustre come quella dello scrittore israeliano, oltre a tutto collaboratore del medesimo quotidiano. E allora il gioco si fa chiaro, le frasi mai dette, qualche parola in meno e qualcuna di troppo, fanno saltare il coperchio della tecnica usata da Farian Sabahi quando scrive di Iran”.

Il “gioco” più chiaro, in realtà, è quello dei commentatori della destra italiana (in questo non diversi da quelli della destra americana). Quelli per cui chi critica Israele è un antisemita, un antisraeliano o, come in questo caso, un furbetto cripto-filo-Ahmadinejad. Chi ha letto i libri di Sabahi (da “L’identità inquieta dell’Europa” a “Un’estate a Teheran”) sa bene però che l’autrice, che insegna “Islam e democrazia” all’Università di Torino e collabora da tempo con La Stampa, è tutt’altro che giustificazionista nei confronti dell’Islam radicale e del regime iraniano. Non sarà vano, a questo punto, ascoltare la voce di Sabahi. Ma che dico, la voce autentica di Yehoshua! L’intervista è infatti disponibile su Youtube, dove tutti possono verificare che gli errori non sono quelli della Sabahi (straordinariamente onesta, per la media dei giornalisti, nel riportare le parole dell’intervistato), ma di chi a La Stampa ha fatto il titolo (Sabahi è una collaboratrice esterna). Yehoshua ricorda male. E’ comprensibile, visto il bombardamento mediatico cui è sottoposto e il numero di interviste che gli vengono richieste. Non si è trattato di un’intervista telefonica, ma di una conversazione a tu-per-tu avvenuta vicino Tel Aviv.

E’ vero. Yehoshua non ha detto che “L’Iran non è un pericolo per Israele”, come sostiene il titolo dell’intervista. Ma non ha nemmeno detto, come sostiene nella replica, che “l’Iran è un pericolo non solo per Israele”. L’audio conferma che l’autore ha parlato di “minaccia molto limitata” per lo Stato ebraico. Lo scrittore ha anche effettivamente detto che “Ahmadinejad non è Hitler” e che si augura che Israele non attacchi l’Iran. Dunque, in ragione di tutto ciò, non si spiega (titolo escluso) il “grande rammarico” con, cui nella replica, Yehoshua si riferisce agli “errori” contenuti nel testo pubblicato. La vicenda è però servita a un pezzo della destra italiana per sparare a zero su Farian Sabahi, che, in quanto autrice “equidistante” e di buon senso, finisce ovviamente nella colonnina degli anti-israeliani. Il “gioco” è sempre il solito. Ma funziona davvero?