L’analisi dell’International crisis group ha come punto di inizio il novembre 2005 e, in particolare, il lungo processo elettorale finalizzato al rinnovo dell’Assemblea popolare egiziana, la Camera bassa del Parlamento. Allora, fin dalla prima giornata del voto, articolato per governatorati, fu chiaro l’exploit della Fratellanza, unica vera alternativa allo strapotere del Partito nazionale democratico (Ndp) del presidente Hosni Mubarak. Immediata la stretta del regime: i turni successivi non furono più liberi, ma ‘assistiti’, ‘pilotati’, ‘indirizzati’ (“repressione della polizia e frodi elettorali”, recita il rapporto Icg) fino alla chiusura dei seggi giudicati più a rischio. Nonostante questo, fu inevitabile l’ingresso di 88 deputati – eletti come indipendenti, dato che i Fratelli musulmani sono ancora ufficialmente banditi in Egitto – nell’Assemblea, composta da 444 membri elettivi e altri 10 scelti dalla presidenza.
In ogni caso, un risultato ‘contenuto’, non sufficiente per impensierire la maggioranza, ancora saldamente nelle mani dell’Ndp. Ma comunque tre volte superiore a quello precedente. Alcuni osservatori sono convinti che Mubarak e consiglieri, ben prima del voto, fossero perfettamente a conoscenza del peso politico raggiunto dalla Fratellanza, ma volessero dimostrare agli alleati europei e americani quali rischi comportassero le tanto richieste riforme democratiche. Meglio un regime militare laico – mascherato da democrazia, in modo da non urtare gli investitori stranieri – oppure una repubblica di matrice islamista dagli obbiettivi incerti? A giudicare dalle quasi inesistenti sollecitazioni a procedere sulla strada delle riforme democratiche registrate dal 2005 ad oggi – tranne una risoluzione del Parlamento europeo in materia di violazioni dei diritti umani, poi subito ritrattata dal suo stesso presidente – le elezioni di fine 2005 hanno lasciato il segno. Il timore che l’Egitto diventi una repubblica islamica nel solco di Teheran paralizza le diplomazie straniere. La repressione scatenata all’indomani delle elezioni è sotto gli occhi di tutti e, nonostante siano ormai passati quasi tre anni, continua a sradicare con violenza qualsiasi forma di opposizione: il report dell’Icg entra nello specifico di un “periodo sia di incertezza politica intorno alla successione presidenziale (il presidente ha compiuto 80 anni lo scorso 4 maggio) sia di seria irrequietezza socio-economica”.
L’instabilità è un pericolo concreto. “La strategia – si legge nel testo dell’Icg – è a forte rischio boomerang”: l’attuale “degradata qualità della vita politica e parlamentare” sta nuocendo al paese. Ma l’International crisis group non si limita a fotografare la realtà, si spinge fino a suggerire future strategie politiche: “Benché sia auspicabile che il processo sia prolungato e graduale, il regime dovrebbe adottare misure preliminari per normalizzare la partecipazione alla vita politica da parte della Fratellanza musulmana”. Un argomento di scottante attualità, alla luce delle tensioni che dilaniano altre repubbliche del bacino del Mediterraneo, come quella turca. Il paese reale, protagonista di una progressiva islamizzazione sociale, contro il paese che vorrebbero gli europei, commentano alcuni osservatori dell’Islam politico contemporaneo.
Fino ad ora, la scelta della quasi trentennale presidenza Mubarak è stata quella di chiudere qualsiasi via d’accesso al potere per i Fratelli, anche se diffusi capillarmente sul territorio e in tutte le fasce sociali. Ma le opposizioni laiche non se la passano meglio. Ed ecco che l’accusa principale rivolta ai Fratelli musulmani, cioè di non avere un progetto politico per il paese limpido e trasparente, da presentare all’opinione pubblica, può essere rivolta anche all’attuale maggioranza, incapace di accettare il confronto con altri movimenti politici e il ridimensionamento del proprio strapotere. Fra gli oppositori laici ne sta pagando le spese Ayman Nour, ex leader del partito Al Ghad (Il Domani), in prigione dal dicembre 2005 per aver falsificato le firme necessarie alla costituzione di Al Ghad. Malato di diabete e affetto da problemi cardiovascolari, Nour dovrà scontare altri cinque anni nel famigerato carcere di Torah. L’ex uomo politico ha ‘rubato’ un misero, ma significativo, 7% di voti a Hosni Mubarak alle elezioni presidenziali del settembre 2005, le prime con più candidati.
Osservando da vicino l’evoluzione in corso all’interno della Fratellanza, l’Icg riscontra una presa di coscienza politica da parte della leadership del movimento, impegnata a dare battaglia all’Ndp in Parlamento e nei tribunali. La violenza dei gruppi eversivi sembra ormai rinnegata. Eppure, si attende ancora “una revisione dottrinale” approfondita, che rassicuri sulle intenzioni democratiche del movimento di ispirazione islamista, di cui “alcuni pronunciamenti”, soprattutto in materia di libertà religiosa e ruolo della donna, “sono ambigui” e caratterizzati da “un tono illiberale”. Sotto il regime di Hosni Mubarak, conclude il rapporto, un dialogo fra maggioranza e Fratelli “è altamente improbabile”. In futuro, sarà possibile solo se esteso a tutti gli attori della scena politica e sociale, compresa la cospicua minoranza cristiana, allarmata da una possibile ascesa incontrollata dei Fratelli musulmani.