“I musulmani europei seguano le leggi dei paesi in cui vivono”
“E’ la democrazia che auspichiamo, intesa come un sistema basato sull’educazione politica e l’alternanza pacifica dei governi, che ha alla base la libera scelta da parte del popolo dei suoi rappresentanti”. Mohammed Habib è il numero due della Fratellanza Musulmana, il movimento islamico egiziano che rappresenta la principale opposizione popolare al regime del presidente Mubarak. In questa intervista a Resetdoc, Habib, volto moderato di un’associazione a volte discussa, spiega che i Fratelli Musulmani credono nel dialogo e nella democrazia. Accettano la reinterpretazione del Corano, e auspicano “una separazione reale tra le istituzioni religiose, governative, giudiziarie e legislative”. Dei musulmani europei Habib dice: “Il musulmano che ha accettato di vivere in Occidente potrà seguire la sharia fino a dove lo consentono le leggi dello stato in cui vive”.
Professor Habib, quali effetti ha avuto in Egitto la colonizzazione europea dei secoli scorsi?
Ci sono senza dubbio molti effetti che hanno seguito la colonizzazione britannica e francese nella regione, sul piano politico, sociale, economico e, naturalmente, culturale. Questi effetti si sono prodotti in primo luogo attraverso i giovani rampolli delle élites egiziane che venivano mandati a studiare in Francia e nel Regno Unito, le quali ritornavano in Egitto con nuove idee e una nuova visione del mondo. D’altro canto i francesi e i britannici che vivevano nel nostro paese hanno tentato di imporre con forza l’idea che modernità e civiltà siano arrivate in Egitto insieme a Napoleone. In realtà queste idee hanno incontrato una resistenza tenace in Egitto, in particolar modo da parte di coloro che erano legati alla loro identità e alla loro cultura e desideravano preservarla e difenderla da questo processo di “francesizzazione” imposto dall’alto.
Oggi, nonostante il passato coloniale e le politiche di prossimità del partenariato euro-mediterraneo, gli Stati Uniti sembrano rappresentare comunque il partner numero uno dell’Egitto. Per quale motivo?
Vede, oggi stiamo assistendo al tentativo dell’amministrazione americana di assumere il controllo del mondo. Ma per assumere il controllo del mondo è necessario assumere il controllo della nostra regione, in primo luogo attraverso la conquista dei luoghi strategici e dei centri nevralgici del Mar Rosso e del Golfo; in secondo luogo, attraverso il controllo delle risorse petrolifere e infine attraverso la protezione degli interessi sionisti nella regione e la schiacciante supremazia in termini tecnologici e militari di Israele sugli altri paesi arabi e islamici. Chi riuscirà ad avere il controllo totale della regione, riuscirà ad avere il controllo di tutte le prossime decisioni economiche e politiche a livello mondiale. L’amministrazione americana sta inoltre tentando di minare il diritto dell’Europa ad avere una sua identità propria e una sua strategia politica autonoma nella regione.
Quindi lei è convinto che l’Europa abbia oggi un ruolo subalterno all’amministrazione americana…
Non completamente. Esiste un margine di differenza tra l’America e l’Unione Europea, questo margine è ampio in alcuni casi, più stretto in altri. Talvolta però scompare completamente, facendo apparire l’Europa come fosse un’agenzia dell’amministrazione americana. Noi naturalmente ci auguriamo che la distanza tra Stati Uniti ed Europa divenga più ampia, ed immagino che questo possa avvenire nell’interesse dei paesi arabi e dei popoli europei. Perché esiste una storia condivisa, ed è molto auspicabile che questo patrimonio comune funga da ponte attraverso cui si stabilisca una comunicazione tra i popoli europei da un lato ed arabi dall’altro. Purtroppo però, i paesi dell’Unione Europea restano in linea con l’amministrazione americana nel sostenere i regimi dittatoriali, e nel tentare di avere un ruolo nel reprimere i movimenti islamici nei loro paesi. Questo senza dubbio diminuisce le occasioni di sviluppo dei legami economici e diminuisce o annichilisce del tutto le occasioni di comunicazione tra noi e l’Europa.
Cosa dovrebbe fare secondo lei l’Europa per cambiare questo stato di cose?
L’Europa dovrebbe manifestare con sincerità e chiarezza la volontà di risolvere la questione mediorientale. Vede, noi abbiamo tante questioni aperte: la questione palestinese, la questione irachena, la questione del nucleare iraniano, la questione siriana, la questione libanese, la questione sudanese. Se l’UE si allinea in un'unica trincea insieme all’amministrazione americana, le frontiere tra UE e paesi arabi non faranno che innalzarsi perché in tal caso il comportamento dell’UE sarà pedissequo, non autonomo e non costruito nell’interesse dell’Europa e del suo popolo. È assolutamente necessario che vi sia un’emancipazione dell’Europa dalla sfera d’influenza dell’amministrazione americana perché si possano allacciare dei legami fruttuosi col mondo arabo e perché l’Europa giochi un ruolo di primo piano nello scenario mediorientale. Inoltre, penso che le generazioni di arabi e musulmani che sono cresciuti e vivono in Europa possano rappresentare l’anello di congiunzione tra il nord e il sud del Mediterraneo sul piano culturale, sociale ed economico… L’Unione Europea dovrebbe riuscire a trarre beneficio da questa presenza araba e islamica sul suo territorio.
A proposito di migrazioni. Ogni anno migliaia di migranti arabi, tra cui molti egiziani, cercano di raggiungere illegalmente le coste italiane, anche a costo di perdere la vita. Qual è la soluzione secondo lei?
Io penso che le ragioni reali che stanno dietro a questo fenomeno risiedano nei regimi tirannici sotto i quali vivono tutti i paesi arabi. Se noi riuscissimo ad eliminare le dittature arabe potremmo porvi fine facilmente. Lo stato di paralisi e di rigidità della guida politica del paese produce l’arretratezza scientifica, tecnologica e culturale della quale è al momento testimone l’Egitto; produce il fallimento nel risolvere i problemi che ogni giorno affliggono il cittadino egiziano, come la disoccupazione, l’inflazione, le malattie, l’inquinamento, l’emergenza abitativa, quella dei trasporti etc. ; produce infine un forte ridimensionamento del ruolo dell’Egitto nello scenario strategico regionale e internazionale. Nessun cittadino egiziano vuole vivere sotto le vessazioni dell’ingiustizia e della dittatura. Al contrario vuole respirare aria di libertà e vivere in un ambiente “pulito”, in cui i suoi diritti non vengano calpestati quotidianamente. E sta qui la responsabilità dell’Europa, nell’aiutare i regimi dittatoriali non fa che alimentare il bilancio dell’immigrazione. Se invece in questi paesi si cercasse di sbloccare lo status quo attraverso l’instaurazione della democrazia e della libertà di espressione, si diminuirebbe di gran lunga il fenomeno dell’immigrazione illegale e anche di quella legale.
In Italia oggi l’Islam è la seconda religione del paese, tuttavia si verificano talvolta problemi di incompatibilità su questioni che sono anche giuridiche. Ad esempio lo Stato italiano non prevede legittimo sposare più di una donna oppure, come anche in Francia, si è posta la questione del divieto dei simboli religiosi nei contesti pubblici. Come reputa il comportamento dei paesi europei a tale riguardo?
In questo caso siamo di fronte alla peculiarità culturale delle società europee da un lato e a quella delle nuove generazioni di arabi e musulmani dall’altro. Se venisse avviato un dialogo, culturale, civile e sociale tra queste nuove generazioni di immigrati e gli stati europei, penso che si potrebbe raggiungere una soluzione equilibrata che da un lato preservi l’identità culturale dell’Europa e il rispetto per le sue leggi, e dall’altro tenga conto della specificità culturale degli arabi e dei musulmani immigrati.
Ma cosa accade quando il problema di convivenza è di tipo giuridico? Ad esempio: il musulmano che vive in Italia e vorrà sposare due donne, deve attenersi alla sharia o al diritto italiano?
Anche il diritto è espressione della cultura di un popolo ed è fortemente legato alla sua identità. In molti paesi occidentali la poligamia è vietata. Tuttavia, proprio riguardo a questo tema, mi sembra siano in atto in Occidente delle riforme giuridiche che danno la possibilità ai cittadini musulmani di praticare la poligamia. In ogni caso fino a quando non avverranno le dovute riforme giuridiche, il musulmano che ha accettato di vivere in occidente potrà seguire la sharia fino a dove lo consentono le leggi dello stato in cui vive.
Quali sono secondo lei le ragioni che hanno portato a episodi come l’omicidio del regista olandese Theo Van Gogh, o ai disordini verificatisi dopo la pubblicazione delle caricature del Profeta Muhammad?
Io credo che le cause principali risiedano nella differenza dei sistemi di valori esistenti tra gli europei da un lato e le comunità islamiche dall’altro. In Europa il valore più prezioso è la libertà dell’individuo, mentre nell’Islam ci fondiamo sul valore dell’equità nell’ambito della comunità, nel senso che la libertà del singolo termina dove inizia la libertà degli altri. Un altro punto cruciale è la questione del rispetto per le altre culture. Questo tema richiede un dialogo continuo e duraturo, soprattutto quando ci si trova a dover fronteggiare i pregiudizi che colpiscono i reciproci sistemi di valori. In terzo luogo penso che si debbano risolvere i problemi generati da divergenze di pensiero o di valori mettendo da parte la violenza e utilizzando lo strumento del dialogo. Noi chiediamo agli altri il rispetto della nostra cultura attraverso l’abolizione dei pregiudizi nei nostri riguardi, perché esiste una differenza tra il pregiudizio e la libertà di pensiero. Io penso che se l’altro si pone in una condizione di parità nei miei confronti, io ho il dovere di rispettarlo, tuttavia se egli si porrà nei miei confronti in una prospettiva di superiorità, questo è inaccettabile. In ogni caso il dialogo pacifico rappresenta l’unico mezzo per stabilire una comunicazione fruttuosa tra le diverse culture.
In Europa molti ritengono che la laicità dello stato sia uno dei principi fondanti di un paese moderno e democratico. Qual è invece secondo lei il ruolo che spetta alla religione nel governo di un paese?
L’Islam ha le sue peculiarità, è un sistema completo che attraversa tutti i campi della vita dal punto di vista politico, sociale, culturale ed economico. Quindi non sarebbe corretto recidere una parte del sistema tenendosi solo un pezzo e gettando via il resto. Inoltre noi diciamo che l’Islam è “religione e stato”: non è quindi necessario tenere separate le due dimensioni. D’altro canto questo assunto non contraddice il principio della cittadinanza né si oppone alla democrazia, anzi è la democrazia che noi auspichiamo, intesa come un sistema basato sull’educazione politica e l’alternanza pacifica dei governi, che ha alla base la libera scelta da parte del popolo dei suoi rappresentanti e del programma politico che più si accorda alle loro esigenze e ai loro desideri. Noi sosteniamo che il governo islamico sia il governo della società civile per eccellenza. Ma faccia attenzione, in questo discorso non esiste nulla che porti i concetti di dominio della classe religiosa sulle questioni di governo, né esiste qualcuno qui da noi che parli in nome del diritto divino, né tantomeno auspichiamo distinzioni di carattere religioso di fronte al diritto. Questo è inammissibile. Quando noi parliamo di Islam come “religione e stato”, intendiamo un ordine che si accorda al principio di cittadinanza, all’uguaglianza di diritti e doveri dei cittadini di fronte alla legge, a prescindere dalla loro religione.
E’ possibile continuare a far evolvere l’interpretazione dell’Islam in funzione della modernità, o anche lei è dell’opinione che la porta dell’igtihad (lo sforzo interpretativo delle fonti del diritto islamico - Corano e sunna), si sia chiusa nel IX secolo d.C.?
L’Islam porta pochi valori immutabili, mentre esiste una parte molto ampia che può essere assolutamente soggetta a reinterpretazione e noi siamo assolutamente a favore dell’igtihad.
Questo vuol dire che sostenete una completa libertà interpretativa del Corano e delle altre fonti religiose?
Naturalmente lo sforzo interpretativo si basa su delle fonti e delle regole precise. Nel caso in cui tale sforzo viene fatto nell’interesse del popolo, noi lo sosteniamo.
Alcuni intellettuali egiziani come Nasr Abu Zayd hanno tentato di applicare una metodologia critica innovativa nell’interpretazione del Corano, analizzandolo nel quadro del contesto storico in cui è stato rivelato e aprendo in questo modo la strada per una revisione in chiave moderna dei suoi contenuti. Questa posizione però gli è costata la scomunica da parte di al Azhar e una vita da esiliato in Olanda…Come giudica la questione?
Il Corano è per noi un testo sacro e bisogna sempre tenerlo presente quando si prova ad interpretarlo. La vicenda Abu Zayd rimane per me un grosso punto interrogativo. In secondo luogo occorre spiegare il Corano tenendo conto delle peculiarità stilistiche della lingua araba. Naturalmente esistono regole e fonti per fare questo tipo d’analisi. Il punto è che non è legittimo applicare qualsivoglia metodologia all’interpretazione coranica. Si tratta dell’unico documento al quale non è possibile applicare nessuna revisione, nessuna contestazione, né imitazione. Non si tratta di un libro uguale agli altri.
Tuttavia alla Bibbia, libro sacro ai cristiani, è stato possibile applicare metodologie d’analisi da parte di intellettuali cristiani, simili a quelle che Abu Zayd voleva applicare al Corano…
Chiunque voglia avventurarsi nell’interpretazione del Corano dovrebbe attenersi alle metodologie interpretative stabilite dal consenso unanime della comunità intellettuale islamica. Onestamente non so come giudicare chi se ne voglia distaccare.
In Turchia alcuni intellettuali stanno facendo un lavoro interpretativo simile a quello di Abu Zayd, questa volta col consenso del Dyanet, la più alta istituzione islamica del paese. Costoro dichiarano di voler dare un visione dell’Islam in sintonia con la modernità. Cosa ne pensa?
Quando parliamo della Turchia parliamo di un contesto completamente diverso dal nostro. In Turchia esiste la laicità, una laicità estesa anche a livello popolare e non solo ad una piccola porzione dell’élite come nel caso dell’Egitto. Quanto al popolo, gli egiziani sono per cultura tutti credenti. Un altro punto è che l’esercito in Turchia utilizza il potere di veto per evitare l’ascesa dei partiti islamici. Questo spiega i continui ribaltamenti di governo che sono avvenuti nel corso della storia del paese. In Egitto invece, come nel resto dei paesi arabi, si pone il veto ai partiti islamici così come a qualsiasi altro partito che non sia quello al governo!... In Turchia ci sono parecchie più libertà, ci sono ricambi di governo piuttosto pacifici e le elezioni non sono truccate, e le donne non possono portare l’hijab se entrano in parlamento. Qui è esattamente il contrario. In Turchia a nessuno sarà possibile emettere leggi di ispirazione sharaitica. In Egitto invece a nessuno sarà possibile manifestare pubblicamente la sua laicità, né sarà possibile al parlamento emettere una legge che non tenga conto della sharia. Come vede stiamo parlando di due situazioni completamente diverse…
In Turchia tuttavia, il partito al potere è un partito di ispirazione islamica. Non sarebbe possibile prenderlo come esempio di convivenza tra un ordinamento laico, retto da un partito di ispirazione religiosa che pure accetta la laicità dello stato?
Guardi, ogni tentativo di comparazione tra Turchia e paesi arabi è un po’ come voler comparare olive con meloni.
Anche se si sta parlando della stessa religione?
Esattamente. I contesti sono tropo diversi.
D’accordo, allora parliamo di affari religiosi egiziani: il mufti Ali Gomaa ha emesso delle fatwa che hanno fatto molto discutere, come ad esempio quella che dichiarava lecita la ricostruzione della verginità prima del matrimonio tramite intervento chirurgico. Perché secondo lei vengono emesse delle fatwa simili?
Noi siamo convinti che una fatwa debba essere prodotta in maniera collettiva e non emessa da un singolo. La speculazione collettiva, così come la ricerca collettiva ed il dibattito danno luogo a risultati di gran lunga migliori rispetto a quelli a cui può arrivare un singolo. In secondo luogo, l’organo che emette la fatwa, vuoi che si tratti di al Azhar o di qualsiasi altra istituzione, deve essere un organo indipendente, completamente privo di legami col potere esecutivo. Noi invece abbiamo un potere esecutivo onnipresente che condiziona il potere giudiziario, quello legislativo e persino un’istituzione religiosa come al Azhar. E non c’è dubbio che alcune fatwa siano emesse dietro pressioni del potere esecutivo. Da qui noi chiediamo l’indipendenza di al Azhar. Pensi che il Gran Mufti Ali Gomaa è un dipendente del Ministero della Giustizia, ovvero un pezzo del potere esecutivo.
Ma per quale motivo, secondo lei, il governo vuole entrare in questioni di questo genere?
Il motto sbandierato dal governo egiziano è “Niente politica nella religione e niente religione nella politica”. Tuttavia la realtà è completamente l’opposto. Il governo utilizza la religione per fini politici o particolaristici.
Quindi se i Fratelli Musulmani fossero al potere lascerebbero una totale indipendenza alle istituzioni religiose…
Assolutamente si. Deve esserci una separazione reale tra le istituzioni religiose, governative, giudiziarie e legislative, nel quadro di un sostanziale equilibrio tra esse.
Possiamo concludere che non esiste una contraddizione tra Islam e democrazia?
Assolutamente! Dovrebbe essere il popolo a scegliere il programma politico di questo o quel partito, laico o religioso, e mandare al potere il partito che prende la maggioranza dei voti.
Perché secondo lei l’Europa non sembra comprendere a pieno il programma politico dei Fratelli Musulmani?
Le attività, le idee e i programmi dei Fratelli Musulmani vengono svuotate di contenuto. Inoltre vengono diffuse in Occidente idee che mirano a deformare l’immagine dei Fratelli. C’è anche da dire che noi non ci siamo mostrati capaci di produrre o esportare la nostra vera immagine in Europa, né l’Europa si è interessata ad approfondire le sua conoscenza nei nostri riguardi. Tuttavia spero sinceramente che ci possa essere una vera opportunità di reciproca comprensione con l’Europa, nell’interesse di entrambi i popoli e della questione islamica.


