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Filosofia e Religione
giovedì, 5 aprile 2007

“Nessuna religione ha la verita’ in tasca”

Abd Al Wahid Pallavicini, presidente del Co.Re.Is, intervistato da Federica Zoja

Nell’ambito della XIXª Conferenza internazionale del Supremo concilio per l’Islam, organizzata dal ministero egiziano per gli Affari religiosi, al Cairo dal 26 al 31 marzo, ResetDoc ha incontrato lo Sheikh Abd Al Wahid Pallavicini, presidente della Comunità religiosa islamica (Co.Re.Is) italiana, che ha partecipato all’incontro. Un intervento seguito con attenzione, il suo, a tratti percepito da alcuni colleghi come teologicamente ardito. “E’ necessario accettare le differenze tra le varie rivelazioni dell’unico Dio e riconoscere le loro verità relative: ‘relative’ non nel senso di una dittatura del relativismo, ma rispetto alla verità ‘assoluta’”, ha dichiarato Pallavicini.


“E nel senso di ‘inerenti’ a un popolo scelto fra i popoli, gli Ebrei – ha aggiunto – una donna scelta fra le donne, la Vergine Maria, e un uomo intellettualmente vergine, scelto fra gli uomini, il Profeta Mohammed, per ricevere la Parola che è diventata Legge per gli Ebrei (la Torah), Uomo per i Cristiani (Gesù) e Libro o Sacra scrittura per i Musulmani (il Sacro Corano)”.

Sheikh Pallavicini, le sue parole hanno infiammato alcuni colleghi, in particolare il rappresentante della comunità islamica del Bahrein. Se lo aspettava? Quali riflessioni lei intendeva invece suggerire in un’occasione come questa?

Ci si ritrova nel nome dell’unico Dio di Abramo, che è lo stesso Dio di ebrei, cristiani e musulmani - come abbiamo detto nel nostro intervento - nel senso dell’unità nella diversità. Al di là delle differenze e dei punti di incontro, dobbiamo trovare qualcosa che ci eleva, come dice la Chiesa ortodossa: se Dio si è fatto uomo, bisogna che l’uomo si faccia Dio. Mi è stato contestato questo principio perché sembrava che io volessi divinizzare l’uomo. Noi abbiamo aggiunto subito: non nel senso di voler santificare l’individualità umana, ma di superarla. Bisogna superare se stessi, portare lo spirito al di sopra di se stessi. Questa è la ragione della religione. E allora abbiamo cercato di dare questa testimonianza discussa, dibattuta, in un momento in cui non ci si incontra più se non ci si scontra, perché si parla di ‘clash of civilizations’, di Occidente contro Oriente, si identifica l’Occidente con il Cristianesimo e l’Oriente con l’Islam. E invece bisogna andare al di là degli opposti, elevarsi al di sopra della destra e della sinistra, non solo quelle politiche.

L’intervento del rettore della moschea universitaria di Al Azhar ha stemperato gli animi e riportato le sue parole al loro significato originario.

Sì, direi che è stata provvidenziale la presenza del rettore di Al Azhar, Ahmad Al Tayyib, che ha saputo rispondere in termini non solo metafisici, quelli che io prediligo in quanto seguace di René Guénon, metafisico francese, morto 55 anni fa qui al Cairo. Proprio allora, a 25 anni, io mi convertii all’Islam. Il mio oppositore oggi ricordava tutte le differenze che ci sono fra le teologie delle tre rivelazioni abramico-monoteistiche, in termini strettamente scritturali. Non è che in realtà ci sia stato un fraintendimento da parte sua. La questione è che manca una dimensione metafisica: io sono abituato a non trovarla neanche in Italia, soprattutto a Roma, perché questo esclusivismo confessionale, questo pensare che noi come cristiani, come ebrei o come musulmani abbiamo la verità in tasca, e abbiamo una verità che invece è relativa, è un difetto generale. Bisogna avere una mentalità metafisica per capire che al di là della relativa confessione cui noi apparteniamo c’è una verità assoluta, che è Dio solo. ‘Hua al haq’, lui è la verità, e allora da questa verità assoluta, nonostante ciò ci sia rimproverato dall’attuale pontefice, scendono delle rivelazioni rivelate, relative. Non per fare la dittatura del relativismo, come dice Benedetto XVI, ma perché tutto è relativo di fronte all’assoluto. Invece, anche la concezione romana è quella di dire: la verità assoluta è la rivelazione cristiana.

Una reazione violenta, quella del collega delegato. “Come può dire parole del genere proprio in questo convegno, di fronte a così tanti fratelli musulmani?”, le ha rimproverato.

E’ che questo signore del Bahrein è legato a una concezione. E benedetto che sia così, perché probabilmente se non credesse che lui ha la verità e tutti gli altri no, forse non pregherebbe neanche più. In questi momenti, tutti si combattono, e dicono di combattersi in nome di Dio, e invece si combattono nella loro concezione personale del dio, che poi si oppone alla concezione personale degli altri dei, come se ce ne fossero altri. Io credo che era il caso, dopo 55 anni, di venire al Cairo e ripetere quello che abbiamo imparato dal metafisico René Guénon, perché questa dimensione finalmente possa portare pace in terra, e non solo, per gli uomini di buona volontà, quelli ‘muslimat’, ‘muslimun’, cioè quelli che fanno la volontà di Dio. Questo il significato etimologico della parola musulmani: non è una questione storica, geografica o etnica, è una questione di aderenza alla volontà di Dio. E allora che su questi uomini ci possa essere la pace in quanto credono che anche altri si possono salvare. La ragione della religione è la salvezza dell’anima. Non è una questione politico-etnica, alla ‘volemose bene’. L’importante è poter trovare la salvezza e poter dire che è presente anche in altre religioni. Ortodosse, nel senso lato del termine, cioè regolari, soprattutto nelle tre rivelazioni del monoteismo abramico, da cui noi tutti discendiamo. E se è più facile per noi - come ultimi venuti nel monoteismo abramico dal punto di vista storico - riconoscere la verità delle tradizioni precedenti, speriamo che anche le tradizioni precedenti, e questo è il messaggio che dobbiamo portare anche a Roma, riconoscano che ci può essere una salvezza nelle rivelazioni seguenti, ciascuna mantenendo la propria ortodossia, e la propria ortoprassi rituale. Non come succede oggi, cercando, siccome gli altri non si salvano, di convertirli per amore o per forza.

Lo Sheikh Mohammed Sayyed Al Tantawi, Gran Imam di Al Azhar, è stato invitato a Roma dal pontefice Benedetto XVI, ma la visita è stata rimandata dalle autorità di Al Azhar poco prima della data prefissata, probabilmente per pressioni della comunità musulmana egiziana. Sembra che non si riesca a ricucire lo strappo fra Islam e Cristianesimo dopo il discorso di Ratisbona. Che cosa ne pensa?

Senza parlare di questa particolare occasione, vorrei menzionare un tentativo che stiamo facendo noi stessi per fare incontrare i 38 firmatari della lettera al Papa, dopo il discorso di Ratisbona, con le autorità vaticane. E anche lì le cose non sono facili, perché nelle istituzioni, che sia la sinagoga, la chiesa o la moschea, non tutti sono uomini spirituali, c’è sempre un’opposizione di tipo politico. Una legittimazione per il Co.Re.Is non andiamo a cercarla in Arabia saudita o dai Fratelli musulmani, ma qui, parlando con il Mufti Ali Gomaa, il quale con grande apertura ha detto ‘organizziamo a lato di questa conferenza un momento di scambio con le altre confessioni’. Tutto era d’accordo per un incontro di dialogo religioso, finché delle sensibilità personali, individuali, politiche, di potere, hanno intralciato. Sembra che ci siano delle persone che vogliono avere l’esclusiva del dialogo interreligioso. Come negli incontri in Italia, alla fine si parla di questioni di tipo socio-politico-economico, migratorie, che non hanno niente a che vedere con la religione.

Qual è la situazione dei musulmani italiani? E più in generale quali sono i diritti dei musulmani nel nostro paese?

In questi giorni mi è stata fatta tante volte questa domanda. Non c’è mancanza di libertà di culto, però non ci sono le moschee, ce n’è una sola, grande, la più grande d’Europa, a Roma. E in Italia c’è un milione di musulmani, che ovviamente non ci possono entrare tutti. E poi tanti centri di rappresentanza culturale. L’Islam non è riconosciuto in Italia, cosa che invece succede in Russia, Spagna, Belgio, Austria.
Ma ci sono diverse realtà islamiche in Italia. Perché noi nel nostro nome ribadiamo ‘comunità religiosa’? Perché molti di quelli che si dicono musulmani, in realtà non hanno niente di religioso, soprattutto fra i giovani immigrati provenienti dall’altra sponda del Mediterraneo, Egitto compreso, influenzati da concezioni politico-ideologiche. Concezioni che non hanno niente a che vedere con l’Islam, che dura storicamente da 14 secoli, per noi credenti dai tempi di Abramo. Il primo musulmano italiano sono io, dai tempi della Sicilia ad oggi: dunque, l’Islam in Italia è visto per prima cosa come straniero, poi arabo, perché bisogna pregare in arabo. Allora, gli italiani credono che noi non siamo italiani perché siamo musulmani e gli arabi non credono che siamo musulmani perché siamo italiani. Questa è la difficoltà che abbiamo noi. Eppure la cultura italiana di oggi è moderna, non è più ‘tradizionalmente’ italiana, e non ci sono più Stati cristiani. E dopo la fine del califfato, non ci sono neanche veri Stati islamici, neanche l’Iran. Il confronto, a ben vedere, non è fra civiltà, ma fra chi ha perso la sua civiltà, fra non-civiltà.
L’islamofobia è in tutta Europa: vale l’equivalenza straniero, arabo, violento.
Oddio, degli esempi di un Islam spirituale, dialogante, intellettuale, non ce ne sono tanti. Anche qui. Al solo dire che anche ebrei e cristiani si salvano ci sono saltati addosso. In Italia la stessa cosa. Non più ‘filia’, ma ‘fobia’.

Quali sono le differenze fra le diverse rappresentanze islamiche in Italia?

L’Ucoi (Unione delle comunità e organizzazioni islamiche in Italia, ndr) ha la maggioranza forse, ma non va d’accordo né con la Consulta né con noi né con la Lega islamica. Le differenze sono le tendenze politiche. La Lega islamica è wahabita, è in contatto con l’Arabia saudita. I sauditi finanziano la maggior parte delle moschee costruite in Europa. L’Ucoi sta con i Fratelli musulmani. Quelli del Co.Re.Is sono tutti matti, guardati con sospetto. Ma perché il governo deve rapportarsi a una sola rappresentanza musulmana? Forse che cristiani cattolici, protestanti e ortodossi si sono messi assieme? E’ una scusa per non raggiungere un accordo. Noi rappresentiamo solo un 10%, niente secondo concezioni quantitative. In realtà, in quanto italiani siamo gli unici a poter costruire una moschea, ma non abbiamo i soldi. E nessuno li dà per niente: vale il ‘do ut des’, l’adesione a una linea politica.

L’Europa ha paura dell’Islam perché lo associa al terrorismo oppure ci sono timori di natura differente?

La vera paura che l’Europa ha dell’Islam è spirituale. Ex Oriente Lux. Ebraismo e Cristianesimo, non dimentichiamolo, sono venuti dall’Oriente, o Medio oriente se preferite, mentre dall’Occidente ‘dux’, non solo ai tempi dei romani. La gente non è più abituata, non è religiosa da 500 anni, dai tempi di Cartesio. E poi, l’Islam in particolare non si adatta a concezioni democratiche, femministe, moderne, come ha fatto invece il Cristianesimo. Il paradosso di oggi è che il Papa parla di logos, di ragione, da vero professore di università.

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