«Se il processo di pace fosse nelle mani degli imprenditori…»
L'imprenditore Jacob Burak intervistato da Sara Hejazi 29 ottobre 2009

In cosa consiste esattamente la sua attività?

Io sono un uomo di affari che ha passato gli ultimi 35 anni a fare business, e anche se mi è andata bene, mi sento ancora oggi come se quella non fosse stata la mia natura, come scrivo nel libro Do Chimpanzees dream of retirement? Per alcuni individui ci sono cose naturali, che così non sono per gli altri. E per me la finanza era innaturale. Ci sono infatti uomini d’affari naturali e innaturali. Quelli naturali sono veloci a individuare un contesto finanziariamente positivo, sono bravi coi numeri, mentre quelli innaturali hanno pazienza e disciplina, ma non un talento immediato. Sono capacità molto diverse. Entrambi magari avranno successo, ma quello innaturale finirà la giornata stanco morto, mentre quello naturale farà molta meno fatica. La mia attività oggi consiste in questo: scrivere. Ho scritto un secondo libro sui rumori nella nostra vita e come affrontarli, e comincerò un terzo libro, che sarà sui rimpianti. Ho una rubrica mensile per il giornale d’Israele che sta a metà tra la psicologia e la finanza e che tratta soprattutto degli aspetti comportamentali del mondo della finanza. Tutto ciò che ha a che fare con il mondo degli affari non è solo transazione o matematica, ma è anche fatto di gente, di psicologia, e quindi, in un certo senso, provo ad umanizzare la finanza e restituire la dimensione umana a ciò che è considerato normalmente come meccanico, razionale, e puramente logico.

L’altro suo lavoro importante è l’attivismo sociale…

Sono stato capo del Maala, il fondo finanziario israeliano per la responsabilità sociale, che ha lo scopo di incoraggiare la finanza e le imprese a promuovere la consapevolezza e la responsabilità sociale. Ha a che fare con i diritti delle minoranze e con l’etica applicata alla comunità attraverso la finanza e l’impresa. Le società moderne hanno dato alla finanza la priorità già a partire da 140 anni fa. Così le imprese sono state organizzate in modo che le loro responsabilità fossero limitate: se un imprenditore inizia la sua attività e questa attività fallisce, gli unici soldi che le banche possono riprendersi sono quelli dell’azienda, non la casa o la macchina dell’imprenditore. In questo modo la responsabilità dell’azienda è fondata su garanzie limitate a ciò che realmente possiede, altrimenti chi correrebbe il rischio di un’impresa, se dovesse rischiare i suoi propri beni? Quindi, per limitare il rischio, la società ha lasciato che le imprese operassero con una responsabilità limitata e ha concesso questo senza chiedere nulla in cambio. Dunque, il concetto di responsabilità sociale significa, per la prima volta, che la società chiede qualcosa in cambio all’impresa, che può essere una certa etica del lavoro, o il rispetto ecologico nella produzione. Un’altra attività che mi impegna è “l’arrotondare”, che consiste principalmente in questo: noi proviamo a convincere i gestori della carta di credito a mandare al cliente una lettera in cui gli si chieda di arrotondare le spese di transazione della carta all’euro successivo. I soldi accumulati da questa operazione vengono donati tra 50 enti di carità da noi monitorati a livello nazionale. E lo stesso proviamo a fare con le compagnie telefoniche e i fornitori di energia elettrica, finché questa pratica di arrotondare non riguarderà tutto Israele. Questa iniziativa è accompagnata da ricerche sulle attività degli enti di carità, così che i cittadini possano davvero scegliere di donare all’ente più attivo.

Secondo lei la promozione della responsabilità sociale può in qualche modo aiutare il processo di pace nell’area mediorientale?

Non credo, perché sfortunatamente il processo di pace è nelle mani dei politici e non degli uomini d’affari. Se fosse nelle mani delle imprese credo che sarebbe un processo più pratico e meno emotivo.

Nel suo secondo libro lei parla di rumori. Possiamo considerare “rumori” anche i conflitti religiosi?

Il libro parla di tutti i tipi di rumori: quelli esterni, quelli dell’informazione, della medicina ecc…, ma soprattutto quelli interni: ognuno di noi indossa una maschera, e pensare che questa possa venirgli strappata, la paura di essere scoperto, questo è un rumore. Un altro rumore è quello fatto dagli altri: gli altri sono persone di altre nazioni, di altre religioni, di diverse culture. Karl Jung ha usato il termine “ombra” per indicare il velo che noi proiettiamo sugli aspetti di noi stessi che non ci piacciono, per nasconderli. In questo senso, se l’altro ci disturba e fa rumore è perché richiama gli aspetti che noi abbiamo ma che avevamo messo in ombra. Così il conflitto tra Israele e Palestina rappresenta un conflitto con gli altri, e gli altri sono una grande fonte di rumore e l’unico modo per affrontarlo è attraverso la fiducia.

Ma la fiducia di cui parla è un’utopia o una reale possibilità per la soluzione del conflitto?

Se guardiamo le diverse nazioni c’è una grande varietà nel livello di fiducia interpersonale che ciascuna nazione ha sviluppato al suo interno. Per esempio il livello di fiducia interpersonale che c’è in Norvegia è più alto di quello che avete in Italia.

Da quali fattori dipende?

Bisogna credere nel potere dei leader. La persona giusta al momento giusto può innalzare il livello di fiducia. La ragione per cui noi siamo in pace con l’Egitto oggi è perché una sola mossa di Sadat ha innalzato il livello di fiducia di un’interna nazione. Quindi la fiducia non è un’utopia, può essere reale se una relazione di fiducia viene instaurata tra un popolo ed il proprio leader. Il problema è che probabilmente non abbiamo leader all’altezza di questo compito nel presente. E anche i media hanno un effetto negativo sulla fiducia: se decostruisci un leader come fanno le televisioni oggi è difficile che il popolo riesca a fidarsi di lui.