Quel laboratorio per il Medio Oriente
Amara Lakhous 25 giugno 2008

L’esperienza turca fornisce alcune risposte alle seguenti domande:

1) Il processo della democratizzazione presuppone l’“addomesticamento” dei militari? Sì. È significativo il fatto che la maggio parte dei capi arabi siano militari o ex militari. Questa è senza dubbio una delle ragioni del nostro deficit democratico. Non c’è democrazia vera senza un parlamento eletto liberamente dai cittadini. Le costituzioni delle grande democrazie escludono categoricamente qualsiasi ruolo politico di militari. In questo senso, la Turchia ha compiuto passi notevoli, soprattutto dopo l’elezione di Abdullah Gul alla suprema carica dello Stato dopo un duro braccio di forza con i generali.

2) La violenza è funzionale per combattere i regimi totalitari? No. Ricordo uno slogan scritto a grandi caratteri ad Algeri nel 1992: “Avete rifiutato le urne, hanno parlato i fucili!”. I movimenti islamici arabi devono imparare molto dai loro colleghi turchi. Nella metà degli anni novanta del secolo scorso, il partito islamico Rafah, guidato dall’ex premier Arabakan, è stato messo al bando, ma i suoi militanti non sono ricorsi alle armi come in Algeria. È chiaro che la militarizzazione del conflitto politico giova soprattutto ai militari e ai fondamentalisti, e a pagare il prezzo più alto è sempre la società civile.

3) L’unione europea è un club cristiano? Forse sì. L’esclusione (finora) della Turchia, un paese musulmano moderno, dal processo di allargamento dell’Ue, pone una questione molto seria: non esiste la volontà di accettare un paese diverso religiosamente. Il presidente francese Nicolas Sarkozy ha dichiarato che la Turchia è un paese asiatico! Non si capisce come mai i parametri che servono ad includere paesi come la Romania e la Bulgaria non valgono poi per la Turchia, che è anche un membro importante della Nato. La promessa di aderire all’Ue ha velocizzato il processo di democratizzazione, il rispetto dei diritti umani, e soprattutto è servito a tenere a bada i militari, noti per la loro preferenza per i golpe.

4) Il velo è un simbolo religioso o una bandiera ideologica? Forse tutti e due. “La battaglia del velo” in Turchia pone un serio problema alla laicità dello Stato. Certamente ogni religione richiede visibilità nello spazio pubblico, ed ogni democrazia matura deve garantire ai propri cittadini il diritto di culto. Tuttavia la politicizzazione della religione è sempre controproducente. In questo senso, penso che usare il velo – il caso turco docet – come strumento di battaglia per indebolire i cosiddetti garanti della laicità, cioè i militari, sia dannoso. Allo stesso tempo, però, bisogna diffidare del laicismo che tende a diventare a sua volta una religione dogmatica.

La partita turca è ancora aperta perché non si conoscono i vincitori e i vinti. I grandi cambiamenti della Storia sono frutti dell’effervescenza culturale e politica. In attesa del finale, gli arabi continuano a guardare.

Amara Lakhous è uno scrittore e antropologo di origine algerina, residente in Italia dal 1995.