Saggi
Servono notizie degne di fiducia
Un aspetto che va preso in seria considerazione è che, entro certi limiti, esiste una pre-fabbricazione dei fatti da parte dei media: come selezionano le immagini, come scelgono il primo messaggio da trasmettere, la notizia da mettere in prima pagina o con cui aprire il telegiornale. Esistono, in altre, parole, una selezione, un pre-giudizio che non si possono evitare. In secondo luogo, non si avranno mai dei mezzi di comunicazione privi di tendenze. Dobbiamo fare sì che il pubblico sia in grado di trattare direttamente i media, giudicarli, comprendendone i meccanismi. È questo – penso – uno dei problemi chiave, perché un’educazione di questo tipo influenzerebbe gli stessi mezzi di comunicazione.
La sfida globale dei giornalisti
Tanti spettatori guardano i media per riconfermare le loro ideologie. La scena globale è diventata più complicata e così anche il mestiere di giornalista. A causa di questa complessità c’è la tendenza a semplificare le cose. Dopo l’11 settembre c’è una sensazione globale di «urgenza», una «mentalità delle emergenze»: viviamo nell’epoca del giornalismo immediato; i grandi eventi e le catastrofi producono una scarica di adrenalina all’interno delle redazioni il che rende più difficile gestire l’equilibrio dell’informazione, anche per la forte concorrenza che si è venuta a creare tra i maggiori media globali e per la volontà di ciascuno di mostrare i propri muscoli.
Media come armi, tra Oriente e Occidente
Quanto male si possono fare Est e Ovest attraverso i media? E quanto bene? Alcuni produttori televisivi – come Al Jazeera su scala panaraba in arabo, come Cnn, Bbc World, Sky su scala globale in inglese – hanno cominciato a produrre informazione (e intrattenimento e tutto il resto) per un pubblico sovranazionale. Dove non si arriva con il satellite si arriva con il web. E tutto questo sta diventando normale. In questa situazione nuova che cosa si può fare – se si può – per favorire la comprensione degli altri e per diminuire il rischio di una radicalizzazione dell’immagine degli altri, verso il peggio, nel nostro immaginario, e viceversa?
Il futuro del servizio pubblico
Fin dai primi anni Novanta, i governi hanno cercato di rafforzare la propria legittimità presentando i loro servizi radiotelevisivi come i migliori difensori dell’interesse pubblico. Nel frattempo, i media non statali lottavano per affermarsi nel mercato regionale, offrendo contenuti e format radiotelevisivi alla maniera occidentale. Nel 2007, nella regione araba c’erano più di 400 canali satellitari a disposizione degli spettatori. Discussioni accademiche e politiche sul futuro del servizio radiotelevisivo hanno sostenuto l’istituzione del modello del servizio pubblico come una terza alternativa per la regione. Nel mondo arabo il servizio radiotelevisivo statale, eredità dell’era pre-globalizzazione, continuerà a esistere ma in termini totalmente diversi.
Così le tv arabe stanno cambiando il mondo
È particolarmente interessante analizzare come mai proprio le tv arabe, nate tutte in contesti politico-sociali fortemente autoritari e contrari alla tradizione tipicamente occidentale della libertà d’espressione, siano state in grado con il tempo di influenzare non solo il proprio sistema mediatico nell’insieme, ma addirittura quello globale. La prospettiva transnazionalista era molto forte già all’inizio, ma soltanto la diffusione nella regione del satellite, agli inizi degli anni ’90, permise a questo progetto di rinvigorirsi con la creazione di una reale piattaforma regionale. Secondo gli studi dell’Allied Media Corporation, Al Jazeera raggiunge non solo quasi 50 milioni di spettatori, ma delle percentuali per lo meno del 44% in tutti i paesi arabi. E’ insomma una rete davvero transnazionale, a tal punto da emergere come la voce araba nell’arena globale dell’informazione.
Liberi ma non occidentalizzati, la “terza via” del giornalismo arabo
La crescente schiera di esperti di media che si esprime sullo stato del giornalismo arabo ha concluso che, nonostante la crescita nel numero delle fonti, le loro origini e il contenuto, esse cadono tutte nel dominio dell’ideologicamente maligno. Ciò ha giustificato un consistente numero di istituzioni (governative e non) il cui scopo è offrire un’assistenza per migliorare il giornalismo arabo e favorire una maggiore libertà per i media della regione. Ma gli studiosi arabi tendono a vedere le cose in maniera diversa e sostengono che la programmazione occidentale in lingua araba sia, in realtà, un eufemismo del termine "propaganda".
Tante emozioni, poca comprensione
L’utilizzo delle nuove tecnologie in ambito mediatico ha prodotto un’accentuazione degli eventi drammatici, ma disconnessi, che accadono nel mondo e che vengono riferiti in un modo che lascia gli spettatori spaventati, confusi e pronti ad attaccare i «malvagi». Più che mai, l’informazione è diventata una rassegna di eventi catturati da una telecamera, produzione di soft news, notizie frammentate, invece che hard news, capaci di fornire indicazioni di contesto e spiegazione più profondi. Ma le persone esposte a questo tipo di notizie mostrano una maggiore inclinazione a sostenere reazioni semplici o ingenue agli eventi, o perfino bellicose.
Alla ricerca di un nemico
Penso che Carl Schmitt avesse una ragione: ci deve essere un nemico in politica. Ma è necessariamente l’altro, cioè l’avversario politico o il diverso, il nemico? Non potrebbe essere invece l’odio, l’intolleranza e così via, cosicché, se si individua questo tipo di nemico, allora il messaggio che si trasmette attraverso i mezzi di comunicazione diviene assai diverso? Si dirà: ma questo non desta attenzione. Non è così. I leader politici hanno un indiscusso vantaggio competitivo rispetto a chiunque altro: se hanno qualcosa di significativo da dire, ottengono attenzione e visibilità. Un comune cittadino può predicare cose meravigliose senza che nessuno lo ascolti, mentre le affermazioni di leader politici nazionali, regionali e locali sono notizie, che non devono per forza essere cattive notizie.i
Se l’Islam sceglie la democrazia
E’ assurdo ritenere che l' Islam non possa accogliere la democrazia o che la democrazia non ci concili con l' Islam. Di per sé non è l' Islam ma la religione tout court a collocarsi in una situazione di tensione nei confronti del laicismo e della democrazia, tensione che in una libera società è salutare e non negativa. Come il cristianesimo e altre religioni, anche l' Islam è una religione praticata in molte culture e società, è eterodossa, differenziata in più categorie, è scismatica e pluralistica. Nella misura in cui l' Islam è fondamentalista, la religione lo è anch' essa in molti luoghi, perché nella nostra epoca di laicità la religione è sotto assedio e il fondamentalismo è più di ogni altra cosa una reazione alla religione sotto assedio.
Come sarà il mondo se vince Obama
Obama va alla Casa Bianca, e cosa succede? I suoi consiglieri definiscono “internazionalismo liberale” quella che auspicano sarà la sua politica estera. Ma che cosa significa? La fine dell' unilateralismo di Bush, una nuova posizione sul riscaldamento globale, forse qualche segno di disponibilità ad aderire alla Corte penale internazionale, un diverso approccio al Wto, una più forte assunzione della "responsabilità di proteggere" in luoghi come il Darfur o Myanmar, un chiaro riconoscimento che la "guerra" al terrorismo è in massima parte lavoro di polizia e lavoro politico, un ritiro (forse) dall’Iraq, più truppe in Afghanistan, un' iniziativa diplomatica in Medio Oriente. Ma una nuova politica estera americana potrebbe non fare granché la differenza nel mondo.





