L’Europa e i rischi dell’antiterrorismo
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Marco CesarioL’Europa nuova terra di jihad? E’ con questa provocatoria domanda che Anne Giudicelli, esperta di questioni legate al terrorismo di matrice islamica nei paesi arabo-musulmani ed in Europa, affronta la spinosa questione legata alle strutture dell’antiterrorismo e al loro impatto sulle comunità musulmane e sulle libertà civili. Ex-responsabile di missioni di inchiesta sul fenomeno terroristico per conto del ministero degli esteri francese ed ex-reporter di guerra in Iraq ed in Libano, Anne Giudicelli analizza, nel suo nuovo e controverso testo Le risque anti-terroriste (pubblicato in Francia presso la casa editrice Seuil), un fenomeno che avrebbe dovuto concernere, a suo avviso, in misura maggiore Stati Uniti ed Israele e soltanto in misura minore l’Europa.
Fino agli attentati di Londra e Madrid il terrorismo in Europa proveniva soprattutto da stati e servizi segreti di determinati paesi (Iran o Algeria per esempio) e non aveva ancora quel carattere transnazionale e globale che gli riconosciamo oggi. Le cose sono cambiate anche in Europa, nonostante una maggiore volontà politica di aprire un dialogo con i paesi arabo-musulmani ed una maggiore flessibilità diplomatica rispetto agli Stati Uniti. I segni di un’inversione di tendenza si fanno sentire già all’indomani degli attentati dell’11 Settembre 2001. Quale che sia il vero motivo scatenante, l’Europa, sulla scia dell’emozione e del diktat dell’amministrazione americana, opta per un irrigidimento complessivo e senza precedenti dei dispositivi legali e degli strumenti repressivi a sua disposizione per combattere il terrorismo di matrice islamica. Ma le nuove politiche legate alla sicurezza sono concepite per essere efficaci nel breve periodo e dunque non riescono a prevedere le capacità di reazione di un nemico che si adatta sempre più velocemente. Soprattutto, argomenta la giornalista, le politiche europee per combattere il terrorismo non prendono in considerazione il fatto che sono esse stesse, a causa della loro inadeguatezza e limitatezza, a provocare l’espansione di un fenomeno che dovrebbero in realtà contribuire a sradicare.
Il problema maggiore nasce dal fatto che gli affari legati al terrorismo diventano una prerogativa degli stati, che ne monopolizzano e offuscano progressivamente la gestione. I servizi segreti dei paesi europei, dall’11 Settembre in poi, strumentalizzano coscientemente la lotta antiterrorista trasformandola in un ‘affare di stato’ e dunque in ‘minaccia alla sicurezza nazionale’. In tal modo ‘la nebulosa’ si svincola da qualunque controllo da parte sia dell’opinione pubblica che delle istituzioni democratiche creando ‘sacche’ di potere assolutamente autonome e addirittura pericolose per le nostre democrazie. Un governo democratico dovrebbe esprimere la volontà politica del corpo elettorale che lo ha eletto. Ma di fronte alla minaccia del terrorismo islamico i governi non tengono più conto dell’opinione pubblica e del mandato degli elettori, ma combattono nell’ombra un nemico cercando di celare in tutti i modi all’opinione pubblica ciò che accade realmente. E’ quello che succede in Spagna con il premier spagnolo Aznar, che immediatamente dopo l’attentato di Madrid addossa la colpa all’Eta nascondendo invano la vera matrice dell’attentato. E’ quello che accade a Londra con un corpo di polizia in stato febbrile e confusionale che di fronte ad un nemico invisibile decide di seguire ciecamente l’ordine shoot to kill ed uccide a freddo un innocente solo perché correva con uno zaino ed indossava un giubbotto nel mese di Luglio. Nessuno sa più cosa succede, il terrorismo è un problema di sicurezza nazionale, un temibile nemico di fronte al quale lo stato però può utilizzare mezzi eccezionali e spesso in contrasto con la democrazia.
I nemici della democrazia certo vanno combattuti, ma lo stato lo fa segretamente perché segreto è il loro modus operandi. La segretezza però nasconde spesso altre operazioni poco chiare in cui l’unica vittima è lo stato di diritto. Le operazioni di intelligence sono sconosciute e se ne ha notizia soltanto quando sono andate a buon fine. E non importa se implicano sequestri, irruzioni, perquisizioni di cittadini europei la cui unica colpa è spesso quella di avere un nome arabo o di aver parlato con un certo imam, di essere entrati in una moschea o addirittura in un centro culturale islamico. E’ la logica della ‘cittadella antiterrorista’, chiusa in sé stessa, imprendibile e impermeabile a qualunque influenza esterna, che non vuole sentire ragioni né rendere conto alla società del suo operato e all’interno della quale non si sa cosa succede e chi comandi realmente. E poi c’è un altro fronte della guerra al terrorismo. Quello dell’offensiva mediatica. Qualunque informazione viene soppesata con attenzione prima di darla in pasto ai media. Al tempo stesso attraverso sapienti e calcolate fughe di notizie, orchestrate col beneplacito dei mezzi di informazione, si punta a tenere sempre alto il livello di allarme presso l’opinione pubblica.
La fuga di notizie deve infatti produrre l’effetto voluto sul campo oppure fornire un supporto valido e una giustificazione alle cosiddette azioni ‘preventive’. Cosa succede? Perché l’Europa è diventata improvvisamente un terreno privilegiato della nuova jihad? Secondo la Giudicelli uno dei fattori scatenanti è la ‘pressione’ esercitata dai servizi segreti e dalle polizie sugli ambienti integralisti, pressione che ha inasprito le conflittualità in seno alle comunità musulmane e generato nuove forme di clandestinità che si adattano più velocemente alle strategie di sorveglianza e di controllo esistenti. Un altro fattore è l’approccio ‘difensivo’ e votato unicamente a garantire a qualsiasi prezzo la sicurezza dei cittadini senza analizzare il problema di fondo ovvero quello dell’emarginazione e della dissociazione sociale degli individui votati al martirio. Secondo la Giudicelli il jihadista europeo è solitamente un uomo sotto i 30 anni, non sposato che appartiene alle classi medio-basse o più povere e che ha all’attivo fatti minori di delinquenza. L’individuo è solitamente ‘vulnerabile’ perché vittima di un conflitto d’identità, di frustrazione nei confronti di politiche governative che non lo concernono e nei confronti del razzismo di cui è sempre più spesso oggetto. Non trovando più punti di riferimento nella società in cui vive e percependone la distanza rispetto ai propri valori socio-culturali, può diventare facile preda di predicatori di morte che sfruttano il malcontento e l’emarginazione per raccogliere nuovi accoliti da immolare alla causa.
Il vero problema è dunque il perdurare, a livello europeo, di politiche repressive e di un approccio esclusivamente ‘preventivo’ nei confronti di comunità musulmane sempre più emarginate e stigmatizzate. Dall’altro lato la Giudicelli, passando al setaccio il contesto giuridico europeo, nota l’assenza di adeguate politiche di immigrazione e di integrazione sociale volte al miglioramento delle condizioni di vita delle popolazioni più povere delle città europee (spesso a maggioranza musulmana). La risposta dei paesi europei di fronte alla sfida del terrorismo è dunque rigida e cieca e non riesce a cogliere il nodo del problema. Quando il problema della sicurezza viene infatti additato come obiettivo primario da garantire a scapito dello stato di diritto si generano lacerazioni profonde e irreversibili e le società diventano sclerotiche e razziste. Le politiche repressive e discriminatorie generano solo altro terrorismo perché anche nelle società purtroppo vige quel principio della termodinamica per cui ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria.
18 Apr 2008
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