L'Iran, Ahmadinejad e il potere del clero
Giuseppe Martella
Il 24 giugno 2005, al secondo turno delle presidenziali iraniane, Mahmoud Ahmadinejad venne eletto con una preferenza del 64% dei votanti. L’Iran usciva prostrato e disorientato dalla esperienza riformista del doppio mandato di Muhammad Khatami, eppure l’elezione di un ultra-conservatore come Ahmadinejad spiazzò tanto i sondaggi quanto, forse con maggiore intensità, l’opinione pubblica internazionale. Nel libro Nel nome di Omar (350 pagine, 20 euro, editore Odoya, 2008) Marcella Emiliani, insieme ai suoi collaboratori Marco Ranuzzi de’ Bianchi e Erika Attori, indaga le ragioni della vittoria dell’ex pasdaran, e fa luce sugli interventi del clero sciita nell’ambito della politica, interna ed estera, dell’Iran.
Nel nome di Omar si articola in tre sezioni. La prima, scritta da Marcella Emiliani, giornalista e docente di Relazioni Internazionali del Medio Oriente all’Università di Bologna, descrive le modalità attraverso cui il clero sciita si è mosso per affermare la propria presenza nella vita politica iraniana. Lo spunto storico più immediato è la cosiddetta rivolta del tabacco, tra il 1891 e il 1892, determinata dalla decisione di Nasir al-Din Shah di siglare un accordo monopolistico, per la vendita e l’esportazione del tabacco, a tutto vantaggio dell’inglese Gerald Talbot. In un simile contesto, per la prima volta i commercianti scavalcarono l’autorità politica dello Shah e si rivolsero a Mirza Hasan Shirazi, marja-e taqlid (grande Ayatollah) di Karbala. La protesta dei mercanti determinò un boicottaggio del tabacco su scala nazionale, in seguito a una fatwa emessa proprio da Mirza Hasan Shirazi. Lo Shah fu costretto a revocare la concessione.
L’intrusione, per così dire, del clero sciita nella vita politica nazionale ebbe il suo culmine con il decennio di reggenza dell’ayatollah Ruollah Khomeini. Dal 1979 al 1989, il carisma di Khomeini riuscì a instaurare una vera e propria teocrazia che, citando le sue parole, non si schierava né con l’Est, l’America, né con l’Ovest, l’URSS. Capolavoro politico, quello dell’ayatollah, che crollò con la sua morte. Nella seconda parte, il ricercatore Marco Ranuzzi de’ Bianchi illustra le mosse del clero sciita dopo la morte di Khomeini, periodo nel quale Khamenei è la Guida della rivoluzione, mentre Rafsajani, presidente del parlamento, cerca una via per risollevare le condizioni economiche, disastrose, del paese appena uscito dalla guerra con l’Iraq. Tentativi di moderata modernizzazione, come la privatizzazione delle grandi imprese statali o l’investimento di risorse a favore della istruzione universitaria, che tuttavia non raggiunsero pienamente gli obiettivi prefissati. Fino ad arrivare alla seconda metà degli anni novanta, contraddistinta, come si è accennato in apertura, dalla presidenza di Khatami.
Certo non è possibile restituire, in queste righe, la complessità e l’insieme delle sfumature con le quali i tre autori del volume svolgono il nastro della intera storia iraniana. Nelle pagine conclusive della terza parte, Erika Attori, anche lei ricercatrice, elenca le mosse che Ahmadinejad tenta, nei confronti dell’Occidente, per fare sì che l’Iran sia considerato pedina imprescindibile per l’equilibrio e la sicurezza dello scacchiere medio-orientale. In primo luogo, la scelta di Ahmadinejad di interloquire con le Nazioni Unite, piuttosto che gli Stati Uniti, forte della impasse americana in Iraq e nei negoziati tra Israele e Palestina. In seguito, la volontà del presidente iraniano di creare una colonna sciita nella regione, dal momento che la caduta di Saddam Hussein in Iraq e quella del regime talebano in Afghanistan ha rotto il cerchio dei paesi sunniti, che comprendeva inoltre il Pakistan e l’Arabia Saudita. Il terzo aspetto della politica estera di Ahmadinejad riguarda l’appoggio di Hamas e la serie di minacce che con frequenza sicura scaglia contro Israele, strali che devono essere interpretati come una ulteriore leva per considerare il ruolo dell’Iran come interlocutore privilegiato per gli assetti mediorientali.
Ultima considerazione, il nucleare. Ahmadinejad, in questo, non è certo solo. Israele, Pakistan e India sono dotati di nucleare, e gli altri paesi della regione che ne sono sprovvisti, Afghanistan, Iraq ed Emirati, sono comunque sostenuti dagli Stati Uniti e dalla Nato. Una escalation nucleare con tali presupposti, secondi alcuni sembra improbabile. È stato calcolato che, nel 2020, il nucleare costituirà per l’Iran una fonte di energia di primaria importanza, poiché l’Iran potrebbe interrompere l’esportazione del petrolio, per il soddisfacimento della domanda interna. In un simile contesto, oltre all’inasprimento della condizione di isolamento nella quale verte l’Iran, ogni possibile mossa di Ahmadinejad rischia di avere un respiro breve. Le promesse fatte in campagna elettorale, come per esempio la redistribuzione del reddito o il razionamento e l’aumento del 25% del prezzo della benzina, hanno creato non poco malcontento. Senza contare che le elezioni del dicembre del 2006, per l’Assemblea degli esperti e dei consigli municipali, hanno visto Hashemi Rafsajani ottenere la maggioranza. Su Ahmadinejad, infine, pende la proposta di anticipare le elezioni presidenziali, in coincidenza con le elezioni parlamentari. Il tempo per studiare le prossime mosse non è poi molto.
30 May 2008
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