Migranti
Cinesi a metà. Viaggio nella Milano multietnica
Com’è la convivenza tra cinesi e italiani ora che la presenza numerica della comunità è cresciuta e i segni della coesistenza sono più visibili? E’ un rapporto sicuramente complesso, anche per una certa chiusura della comunità cinese. Sempre più però sono gli immigrati che si integrano. Uno di questi è Quing, 40enne da cinque anni a Milano, proprietario di un negozio di generi alimentari. A quasi tre anni dagli scontri di via Sarpi, siamo andati a vedere a che punto è il processo di integrazione.
Le seconde generazioni e le vie dell'integrazione
«L’Italia non ha fatto alcuna scelta sul versante dell’integrazione culturale, affrontando il tema dell’immigrazione secondo un’ottica solo di ordine pubblico o economica». Renzo Guolo è docente di Sociologia dell’Islam alla Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Torino e di Sociologia dei processi culturali alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Padova. Tra i suoi interessi di ricerca: i fondamentalismi contemporanei, i rapporti tra politica e religione, la sociologia dell’Islam, il pluralismo culturale nelle società contemporanee. L’abbiamo incontrato a Torino, in occasione del convegno nazionale Musulmani G2: diritti e doveri di cittadinanza dei giovani musulmani di seconda generazione.
Un'intervista di Sara Hejazi.
«La convivenza è più difficile, se non rispettiamo la loro religione»
I problemi principali che devono affrontare oggi i giovani immigrati in Europa sono il razzismo tradizionale, basato sul colore della pelle, e un diffuso sentimento antireligioso. Lo sostiene Olivier Roy, professore alla Ecole des Hautes Etudes en Scieneces Sociales (EHESS) di Parigi. Il suo ultimo libro, “La Santa Ignoranza. Religioni senza cultura” (Feltrinelli 2009), parla del revivalismo religioso come conseguenza della globalizzazione e della crisi delle culture.
Non c'è integrazione senza lavoro
Secondo fonti Eurostat, gli stranieri rappresentano il 6,2% della popolazione dell’Unione Europea. In Italia, stando alle fonti ISTAT, nel 2008, il numero degli immigrati presenti in Italia é aumentato del 13,4%, per un totale di 3.891.295 unità al primo gennaio 2009. L'aumento del flusso migratorio si scontra però con una crisi economica che colpisce anche e soprattutto le classi più povere, rendendo ancora più difficile la convivenza tra autoctoni e immigrati. Ma è importante ricordare che l'integrazione economica degli immigrati risulta essenziale per un'integrazione compiuta e la pace della società tutta.
«Così diventiamo come l'Alabama degli anni '20»
«In Italia stiamo assistendo, sin dagli anni Novanta, ad una vera e propria costruzione sociale del nemico. Il risultato è che nel tempo si sedimentano negli immaginari e nelle mappe simboliche quotidiane alcuni riflessi, alcune parole d’ordine che contribuiscono, oltre all’instabilità sociale, all’imprenditoria della paura». Jean Léonard Touadi, congolese di nascita e italiano d’adozione, docente universitario e deputato nelle fila del Partito Democratico, commenta per Resetdoc la “caccia al nero” verificatasi a Rosarno, in Calabria, a inizio gennaio.
Spartacus in Calabria
Le immagini dei disordini di Rosarno, trasmesse da giornali e tv, erano cariche di significati di rabbia, disperazione e vergogna. Sembrava di assistere ad un remake di “Spartacus” di Stanley Kubrick, adattato ai giorni nostri. La drammatica situazione di Rosarno è il risultato del fallimento delle politiche agricoli nel sud d'Italia. La globalizzazione dei mercati ha comportato delle nuove sfide. Il taglio eccessivo sui costi di produzione ha generato un sistema schiavistico: braccianti stranieri che lavorano gratuitamente, in più tenuti a vista e sotto un costante controllo dai caporali, magari della stessa nazionalità.
Quel mix di razzismo, ‘ndrangheta e paura
A margine di un incontro tenuto con gli studenti del Liceo Berchet di Milano, in ‘regime’ di cogestione con i loro insegnanti, ResetDoc ha intervistato l’editorialista e inviato del Corriere della Sera Gian Antonio Stella, fresco del successo della sua ultima opera, Negri, froci, giudei & co.. L’eterna lotta contro l’altro, compendio storico sul razzismo in Italia. Un soggetto più che mai di attualità dopo i recenti fatti di Rosarno, comune in provincia di Reggio Calabria, teatro di scontri fra gli immigrati centro-africani e parte della comunità locale.
Le colpe dei media
Il 57,5% degli svizzeri ha stabilito mediante referendum il divieto di edificare minareti. Poiché si tratta di uno dei paesi più progrediti al mondo, dove quasi un quarto della popolazione è in qualche modo immigrata, il discusso risultato non può semplicemente far parlare di mancanza di cultura democratica. E’ necessaria perciò una più ampia riflessione, che facciamo con Hassan El Araby, primo politico apertamente islamico mai eletto in un’amministrazione svizzera, consigliere comunale a Chiasso.
Un regalo al fondamentalismo
Il minareto, come il crocifisso per i cristiani, è un simbolo distintivo dell'Islam. L'espressione di una religione che cerca legittimità, con molta fatica, nello spazio pubblico europeo. In Svizzera i musulmani rappresentano il 5% della popolazione, molti di loro sono stati accolti come rifugiati politici e sono integrati nella società. Perché vengono visti oggi come una minaccia e non come una risorsa? La questione non è religiosa ma politica: conquistare un elettorato in preda alla paura dell'Islam. Questi benedetti musulmani hanno diritto di avere i loro luoghi di culto, di vivere il proprio credo alla luce del sole, sì o no? Questo dovrebbe essere il quesito per un referendum popolare.
Maometto e l’esperta fai da te
Durante un talk show su Canale 5, Daniela Santanché ha definito il profeta Maometto «pedofilo». Offendere un miliardo e passa di musulmani non conta nulla, l’importante è non finire nel dimenticatoio dei media. L’obbiettivo primordiale: soccorrere una carriera politica in affanno. Quello della Santanché è un giudizio gravissimo perché affronta una questione prevalentemente storica (Maometto ha vissuto 14 secoli fa) senza nessuna contestualizzazione. Mia madre si sposò nel 1953 a 16 anni, quindi minorenne. Dovrei considerare mio padre pedofilo?
«Un pretesto per dire: “I musulmani non si integreranno mai”»
«Il burkini è l’ennesimo caso di imprenditoria intelligente che crea un’offerta per una confusa domanda di un bene di consumo che permette di “salvarsi l’anima”, in questa circostanza delle donne che vorrebbero “svestirsi” per fare il bagno ma rispettando le regole del pudore». A dirlo è Enzo Pace, docente presso l’Università di Padova ed esperto di sociologia delle religioni, riferendosi al burkini, il costume da bagno integrale, controversa creazione della stilista musulmana Aheda Zanetti.
Il sociologo Godard: “Burqa fenomeno marginale ma preoccupante”
Per Bernard Godard, ex membro dell’Ufficio centrale dei culti e autore di un libro sulle comunità musulmane francesi, il fenomeno burqa sarebbe marginale ma ugualmente preoccupante. Presente soprattutto all’interno delle comunità salafite (corrente radicale dell’Islam), il burqa sarebbe il simbolo di un rifiuto d’integrazione. Ma la lettura di Godard si fa anche più sfumata. Convinto che per una buona maggioranza di donne sia una scelta ‘libera’, il burqa sarebbe anche il simbolo di una rivolta contro i propri genitori, sempre stigmatizzati nonostante gli sforzi per integrarsi.
Germania, l'integrazione è un successo (anche nel calcio)
La maggioranza dei musulmani tedeschi è ben integrata, secondo un rapporto pubblicato il 25 giugno in occasione dell'annuale Conferenza sull'islam tedeschi. Nonostante tutti i problemi, l'integrazione degli “stranieri” dunque procede, come dimostra anche il calcio. A fine giugno la squadra nazionale under 21 si è presentata ai campionati europei con 9 titolari di origine non-tedesca. Il risultato? Hanno vinto il torneo.
Quei lunghissimi viaggi fra deserto e mare
Secondo l’ultimo rapporto dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, l’Italia nel 2008 ha visto più che raddoppiare le domande di asilo. Circa il 10% ottiene lo status di rifugiato, per gli altri ci sono forme di protezione sussidiaria o umanitaria, rilasciate con tempi di attesa di circa cinque o sei mesi. Ma per chi riesce ad arrivare in Italia ci sono migliaia di persone che non ce la fanno, vittime del mare, del deserto e di traversate sempre più difficili. Parlano la portavoce UNHCR Laura Boldrini e il responsabile di Fortress Europe Gabriele Del Grande.
AAA rondista multietnico cercasi
“Persone per presidiare e difendere il territorio” cercasi. Questo annuncio si può trovare da alcuni giorni nei principali motori di ricerca per offerte di lavoro su internet. Ad inserirlo è stata la Islamic Anti-Defamation League (IADL). Si tratta di una piccola organizzazione, riconosciuta come ONLUS, che è stata fondata alcuni anni fa da Dacia Valent, già europarlamentare del PCI e di Rifondazione, convertitasi all’islam nel 2003.
Gli immigrati, una ricchezza per l’Italia (e per il suo Pil)
La Fondazione Ethnoland ha presentato il 24 febbraio presso il Salone ABI di Roma il primo rapporto sulle 165.000 aziende degli immigrati in Italia, realizzato in collaborazione con i redattori del “Dossier Statistico Immigrazione Caritas/Migrantes”. L’imprenditoria è l'altro aspetto dell'immigrazione, quello che fa da contraltare alle notizie che tutti i giorni sentiamo sugli immigrati nei telegiornali: gli immigrati producono il 10% del Pil italiano, creano occupazione e contribuiscono fortemente al gettito fiscale e previdenziale.
“L’economia ha sconfitto il razzismo”
L’8 Febbraio scorso quasi il 60% degli svizzeri ha detto sì all’Accordo sulla libera circolazione dei lavoratori tra l’Unione europea e la Svizzera. Malgrado il pessimismo dei sondaggi, che agitavano lo spettro di un risultato estremamente incerto, il popolo svizzero ha massicciamente votato per il sì. In un’intervista a ResetDOC, Bernard Wuthrich, giornalista esperto di politica svizzera a Le Temps - uno dei quotidiani più autorevoli della Confederazione elvetica - spiega le ragioni di questo risultato per certi versi sorprendente.
“Visto? Non siamo né xenofobi né isolazionisti”
La Svizzera ha detto sì alla libera circolazione di manodopera proveniente dai paesi di nuovo ingresso dell’Ue. Il tema, sul quale la popolazione elvetica è stata chiamata a pronunciarsi nel corso di un recente referendum, ha suscitato vivo interesse. Dentro e fuori la Confederazione. Infatti, se gli svizzeri avessero sostenuto le ragioni della destra – favorevole a una chiusura delle frontiere, per evitare dumping sociale – sarebbe venuto a cadere l’intero pacchetto degli accordi bilaterali tra Berna e Bruxelles. Pacchetto che, nel corso degli ultimi anni, è risultato vantaggioso per l’una e l’altra parte, spiega Giancarlo Dillena, direttore del Corriere del Ticino.
Romania e Bulgaria festeggiano (con giudizio)
Come hanno reagito al referendum svizzero Bulgaria e Romania, i due paesi contro cui era stata diretta la propaganda della destra, contraria agli accordi di libera circolazione con l’Ue? “La Svizzera ci accetta – ha scritto un giornale rumeno – Ma rassicuratevi, non lo fa perché ci ama. La paura di perdere gli accordi con l'Unione Europea ha giocato a nostro favore”.
Un esempio per l'Europa
Secondo uno studio condotto da Eurostat, più di 200.000 persone attraversano ogni giorno i confini della Svizzera per ragioni di lavoro, e il volume dell’interscambio commerciale Svizzera-UE ammonta a più di un miliardo di euro al giorno. I dati forniti dalle analisi condotte dalla Swiss Business Federation nel 2008 evidenziano come la forza lavoro qualificata apportata dagli immigrati sia ad oggi ancora insufficiente rispetto alle esigenze dell’economia svizzera, ed evidenziano in particolare il fatto che tale forza lavoro è complementare e non sostitutiva della forza lavoro elvetica. In un contesto come quello attuale, di crisi economica globale, una maggiore apertura verso l’esterno potrebbe risultare una via per un reale rinnovamento, uno strumento con cui affrontare le sfide che un mondo globalizzato pone.
“Educhiamo i nostri figli al multiculturalismo”
“I nuovi confini del mondo sono i quartieri difficili, i ghetti, la povertà, il sottosviluppo. E possono essere attraversati”. Questa è l’utopia realizzabile di cui parla Marc Augé. Una riflessione sul multiculturalismo a partire dall’analisi della dimensione urbana prodotta dalla globalizzazione. Il teorico dei non-luoghi, spazi sociali anonimi (aeroporti, autostrade, centri commerciali) frequentati da persone in transito, analizza le attuali megalopoli, città-mondo, luoghi di insediamento delle disuguaglianze globali. E il multiculturalismo si disfa dei suoi tabù. Fa a meno di “confini invalicabili”, della loro mera e ingenua abolizione, fino a prestare attenzione all’abuso del linguaggio, a favore di un uso parco e ponderato di espressioni come “meticciare”, “rispetto delle differenze”, “rapporto con il diverso”. E l’utopia riprende a costruire futuro.
Che cos’è il multiculturalismo?
Si possono distinguere diversi modelli di relazione con le migrazioni, i più importanti dei quali sono quello assimilazionista (americano), quello assimilazionista giacobino universalista (francese), e quello multiculturalista (britannico). Quali di questi possono dirsi falliti? Chi è contro l’immigrazione elabora oggi strategie retoriche di rifiuto basate su ragionamenti che, invece di riferirsi alla “razza”, riguardano gli aspetti culturali, introducendo argomenti essenzialisti, secondo cui tutte le culture sono immodificabili, e qualsiasi migrante che s’immette nel nostro contesto socioculturale è implicitamente o esplicitamente testimone di una differenza incommensurabile, la quale mette per forza in crisi la coerenza del nostro modello identitario.
L’Italia e il razzismo. Tu che ne pensi?
I recenti casi di cronaca hanno riportato all’attenzione dell’opinione pubblica italiana il problema dell’integrazione. Siamo un paese razzista? Gli immigrati cinesi sono oggetto di stereotipi e leggende, mentre negli stadi di calcio gli ultrà rivendicano spesso con orgoglio l’eredità fascista. Chi sono i nostri “selvaggi da tenere a freno”? Giancarlo Bosetti, direttore di Reset, è intervenuto a riguardo sul sito di Telecom, Avoicomunicare.it. Tu che ne pensi? Se vuoi dire la tua, puoi commentare l’articolo di Bosetti a questo indirizzo: Avoicomunicare.it.
Lo sdoganamento della violenza
Ogni razzismo è verbale all’inizio, e successivamente diventa aggressione fisica. La situazione attuale è molto preoccupante perchè c’è stata una sottovalutazione di certi dichiarazioni, a sfondo razzista, di alcuni esponenti politici della Lega Nord. Il caso più significativo è quello del vicesindaco di Treviso Giancarlo Gentilini. Gli ultimi episodi non sono episodi isolati di violenza. Sono, a mio parere, il risultato di una strategia politica e mediatica, iniziata durante l’ultima campagna elettorale. La costruzione del nemico di turno (clandestino, gay, musulmano, zingaro, negro, meridionale) è oramai opera compiuta, e sembra l’unica fonte certa di consenso popolare a disposizione in caso di bisogno.
La strategia dell’emergenza
La parola d’ordine è stato d’emergenza. Emergenza sbarchi, emergenza clandestini, emergenza Rom, emergenza Islam. Emergenza sempre emergenza. Un razzismo necessario per contenere i sogni che non si potranno mai realizzare. E chi meglio dello straniero, il male venuto da fuori, può incarnare e rendere visibile il disagio? Un popolo che non sia in grado di controllare l’aggressività è costretto all’oblio. E l’aggravante in questo contesto è “futili motivi”. L’America, per arginare i conflitti etnici, prepara i leader delle diverse comunità con corsi di mediazione. In Italia, invece, nascosti dietro a “stranieri go home” facciamo finta di credere che gli immigrati non servano a far sopravvivere questo Paese che invecchia.
Batti un colpo, Walter
La tensione con cui la comunità musulmana ha vissuto quest’anno il Ramadan – il Ramadan più sofferto finora dei musulmani d’Italia – avrebbe mobilitato, in qualsiasi altro paese europeo (per non citare gli Stati Uniti), le associazioni dei diritti umani, i gruppi anti-razzisti e le altre comunità religiose. Da noi invece nulla di fatto. Nell’indifferenza del mondo intellettuale (tranne le uscite pubbliche di pochi intellettuali come Nadia Urbinati e Renzo Guolo), l’Italia comincia ahimé a perdere il suo primato nel resto d’Europa come Paese accogliente e ospitale. Cosa ha da dire il Partito Democratico?
“C’era più solidarietà nel Medioevo”
«Le nostre società appaiono bloccate nei loro assetti sociali, dove una minoranza di ricchissimi e una classe media impoverita si allontanano vertiginosamente tra di loro e condividono la stessa mancanza di solidarietà nei confronti dei meno fortunati. Sono società culturalmente poco creative, ripetitive». E’ un bilancio amaro quello che Adriano Prosperi, professore di Storia dell’Età della Riforma e della Controriforma alla Scuola Normale di Pisa e importante storico della modernità, traccia rispetto al nostro rapporto con chi arriva da fuori, o per qualche ragione è più debole, emarginato, diverso.
”La tragedia di chi cerca fortuna altrove”
Basta un piccolo prestito, per pagare la scuola ai figli, o le fondamenta di una casa. Per restituirlo si è costretti a partire «per cercar fortuna altrove», aggiungendo al debito la somma da pagare agli scafisti. L’esito migliore è un viaggio in condizioni brutali, ma senza essere mai scoperti, né durante né all’arrivo a destinazione. Ma, come racconta il cronista di Radio France Jean-Pierre Boris - nel suo commovente libro Per cercare fortuna altrove. Una storia di clandestini (L’Ancora del Mediterraneo edizioni, 2008) - è un esito raro, non scontato, perché molte altre sono le possibilità.
Quegli uomini due volte sfruttati
L’equazione “clandestino = delinquente” è diventata irrefutabile, forse perché la caccia alle streghe continua ad avere un grande fascino anche ai giorni nostri. Gli alibi svolgono un ruolo fondamentale nelle società in preda alla paura. Tuttavia si dimentica che la maggioranza assoluta dei clandestini non appartiene alla categoria dei delinquenti, anzi molti di loro sono vittime di un sistema, basato su un doppio sfruttamento: politico e economico. Purtroppo il doppio sfruttamento che abbiamo analizzato colpisce anche gli immigrati regolari. Con la legge attuale sull’immigrazione, la Bossi-Fini, è facile perdere la possibilità di rinnovare il permesso di soggiorno e di conseguenza diventare clandestini.
I diritti e i doveri dei musulmani d’Italia
Il trasferimento della moschea di Milano da viale Jenner al velodromo Vigorelli si è trasformato in performance di propaganda politica per la ricerca del consenso popolare. La moschea è diventata anche sinonimo di degrado urbano, dopo l’etichetta del terrorismo. E’ vero che i musulmani milanesi devono fare autocritica per la pesantissima eredità della moschea di viale Jenner, ma questo non giustifica che l’Islam in Italia continui ad essere soltanto un problema di ordine pubblico. Si parla pochissimo dell’Islam come spiritualità e cultura. L’interesse maggiore è per la cronaca nera. E’ in gioco la democrazia di questo paese, che si misura con il rispetto dei diritti delle minoranze e non con i poteri della maggioranza. Ma le moschee devono imparare a svolgere il loro compito religioso e culturale.
Il caso belga e il ruolo dello Stato
“I musulmani si aspettano giustamente che questi consigli rappresentino i loro interessi e le loro aspirazioni. Intromissioni gravi, come quella che è avvenuta in Belgio, minano gravemente la credibilità di alcune organizzazioni agli occhi dei loro correligionari, e questo crea un senso pericoloso di disorientamento sui reali rappresentanti dei musulmani". Hossam Shaker, giornalista viennese e attento osservatore delle dinamiche dell'islam e dei musulmani d'Europa, valuta con queste parole i diversi approcci degli Stati europei nel dialogo con i musulmani. A partire dalle recenti elezioni dei rappresentati dei musulmani in Francia, che per Shaker rappresentano "un'esperienza importante e allo stesso tempo problematica”.
Un’intervista di Khalid Chaouki.
“I progressi della Germania”
“La seconda e la terza generazione di immigrati musulmani hanno un approccio differente alla società occidentale rispetto alla prima generazione. Essi si sentono ormai parte integrante di essa”. Il professore Dietrich Reetz – ricercatore presso lo Zentrum Moderner Orient (ZMO) di Berlino e coordinatore del progetto “Musulmani in Europa e loro società di origine in Asia e Africa” promosso dal Ministero dell'Istruzione e della Ricerca nell'ambito del programma “Le scienze sociali nel dialogo sociale” - riassume così il rapporto attuale tra la società tedesca e le tradizioni socio-religiose introdotte dai nuovi cittadini tedeschi di fede musulmana.
Giochi di potere a Parigi
Mohammed Moussaoui, il nuovo presidente del CFCM, il maggior organo rappresentativo delle comunità musulmane di Francia, si presenta come un musulmano illuminato e poliglotta, ma anch’egli sembra essere il rappresentante di un Islam francese “calato dall’alto”. Al primo turno delle elezioni hanno partecipato soltanto 4.900 votanti, su una comunità che conta quasi 5 milioni di persone. Il CFCM appare sempre di più un’istituzione vuota e distante dalle popolazioni musulmane: “Gli eletti dell’Islam di Francia - come spiega la studiosa Fiammetta Venner a Resetdoc.org – sono solo i rappresentanti del numero dei metri quadri delle moschee”. Ora Moussaoui dovrà fare i conti con l’UOIF, che è divenuta di colpo la seconda forza del CFCM. Ed è proprio questo a preoccupare l’opinione pubblica francese.
“Dobbiamo ripulire l’immagine dell’Islam”
“Occorre riabilitare l’immagine di un Islam offuscato da atti i violenza compiuti in suo nome, e fare un lavoro di riappacificazione attorno a tutto ciò che è Islam e musulmano”. Così si presenta a Resetdoc Mohammed Moussaoui, il nuovo presidente del Consiglio francese del culto musulmano, il massimo organo rappresentativo degli islamici di Francia. Professore di matematica, 44 anni, Moussaoui dice che il dialogo interreligioso sarà una delle sue priorità, che i musulmani hanno bisogno di “luoghi di culto degni, aperti e riappacificati”, e conclude: “Abbiamo bisogno di una strategia di comunicazione che metta in risalto soprattutto l’immagine di un Islam moderato”.
Un’intervista di Marco Cesario
Aspettando l’Obama italiano
Barack Hussein Obama è figlio di una coppia mista, la madre è un’americana del Kansas e il padre è un musulmano di origine keniota. E’ quindi figlio di un immigrato. Il suo caso è la più grande espressione del sogno americano. Rivolgendo lo sguardo a casa nostra, ci viene spontaneo domandare: nel futuro non lontano dell’Italia, vedremo un figlio di immigrati diventare Presidente della Repubblica (come nella vicina Francia di Nicolas Sarkozy), Presidente del Consiglio o almeno semplice ministro? Molto difficile. Intanto Mario Balotelli…
“La Federazione serve a fare chiarezza, non è una ‘casta dei moderati’”
“Qualsiasi tentativo di promuovere una rappresentanza unitaria ed omnicomprensiva delle comunità musulmane è destinato all’insuccesso, a causa dell’incompatibilità tra alcune delle sue componenti. Per questo In Italia stiamo promuovendo una federazione tra tutte le realtà islamiche che accettano il pluralismo, e condividono, senza se e senza ma, i principi enunciati nella ‘Carta dei Valori’ approvata dal Ministero dell’Interno”. L’ex ambasciatore Mario Scialoja, membro della Consulta islamica italiana, spiega così le ragioni della nascita della Federazione dell’Islam italiano, di cui è uno dei fondatori. Lo fa rispondendo alle domande di Khalid Chaouki, anch’egli membro della Consulta, che su Resetdoc.org ha espresso il timore che la fondazione si riveli una “casta dei moderati”.
Il ministro, la Federazione e il rischio della “Casta dell’Islam moderato”
Cosa ne sarà della Consulta islamica? Il nuovo ministro degli Interni Roberto Maroni deve ancora pronunciarsi ufficialmente, ma intanto la neonata Federazione dell’Islam italiano taglia fuori l’Ucoii e altre componenti della vecchia Consulta. La via dell’Islam istituzionale, cooptato direttamente dagli apparati dello Stato, non fa altro in verità che fornire ottimi alibi agli esclusi, che anche nel caso italiano sono stati immediatamente etichettati come “estremisti” o “radicali”. Tra i fondatori della Federazione ci sono personalità serie, ma il rischio è che i musulmani la percepiscano sempre più come una “Casta dell’Islam moderato”: lontana da loro, attenta solo a rassicurare il pubblico non musulmano, senza tuttavia avere la forza e il coraggio di affrontare un dialogo vero con il milione e mezzo di musulmani italiani.
Non solo xenofobi. Il successo della Lega Nord
Di fronte alla crescita massiccia dell’immigrazione, la Lega Nord è stata percepita come il partito politico più coerente e combattivo, capace di criticare anche Berlusconi quando ha ammesso la possibilità di concedere il voto amministrativo agli immigrati con permesso di soggiorno. La Lega appare d’altra parte come il partito più sensibile alla crescente domanda di sicurezza che nasce dall’impatto della globalizzazione sulla vita sociale. Parla soprattutto di federalismo fiscale, e attrae sia i voti degli operai sia quelli della grande borghesia. Il modello perseguito oggi dal ceto politico leghista appare simile a quello bavarese praticato dalla Csu: un’alleanza solida con un partito conservatore come il Pdl, per fare avanzare il federalismo regionalista.
Pendolari o cittadini? Un dibattito sull’immigrazione italiana
Come controllare gli ingressi dei lavoratori immigrati di fronte alle scarsità settoriali di manodopera e mostrando solidarietà verso i paesi poveri, ma senza perdere il controllo dell’eccessiva crescita dell’immigrazione? Come controllare le frontiere senza adottare massicce politiche di espulsione e rispettando i diritti degli immigrati? Come integrare gli immigrati nella società italiana, garantendo loro i nostri diritti, rispettando la loro identità culturale, senza tuttavia sfociare nella creazione di comunità chiuse che alimentano il divario fra cittadini e immigrati? Sono le questioni decisive che emergono nel numero della rivista Meridiana (Edizioni Viella, n. 56), interamente dedicato al tema dell’immigrazione.
Erdogan, la pagliuzza e l’integrazione
Hanno destato scalpore in Germania le parole pronunciate dal primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan a Colonia, lo scorso 10 febbraio, di fronte a 15 mila turchi-tedeschi. A una settimana dal tragico rogo di Ludwishafen in cui hanno perso la vita 9 cittadini turchi, Erdogan ha invitato i turchi in Germania ad integrarsi di più nella loro nuova patria, ad impegnarsi di più in politica, ma senza abbandonare le proprie radici e lasciarsi andare all’assimilazione, la quale secondo il premier equivale ad un “delitto contro l’umanità”. Erdogan ha poi proposto, nei colloqui che ha avuto con il governo tedesco, l’apertura di scuole e università turche in Germania.
Moratoria sulla laicità, la Francia discute
Nella laica Francia, da qualche giorno una ventina di aspiranti imam ha iniziato a frequentare un corso universitario di civilizzazione francese appositamente creato per loro all’Istituto cattolico di Parigi. In Francia l’80 per cento degli imam viene dall’estero, e almeno 10 per cento è pagato direttamente dagli Stati d’origine. Più di un terzo quasi non parla il francese e non conosce le regole sociali, giuridiche, istituzionali e culturali del contesto nel quale opera. Intanto Dalil Boubakeur, presidente del Consiglio del culto musulmano, in campagna elettorale per la conferma, ha addirittura chiesto una “moratoria di dieci o vent’anni” sulla legge del 1905 che vieta il finanziamento pubblico dei luoghi di culto, per rispondere ai bisogni dell’Islam francese.
G2, quei giovani italiani stranieri in patria
“Fino a 18 anni non ci sono problemi, poi iniziano le file alla questura per il rinnovo del permesso di soggiorno, il rischio di essere espulsi perché non hai il lavoro, il divieto di iscriversi agli ordini professionali e l’impossibilità di fare esami per concorsi pubblici o di fare sport in squadre nazionali”. Sono le storie dei ragazzi della cosiddetta Generazione 2, le seconde generazioni di immigrati che vivono in Italia senza passaporto italiano. Una parte di loro si è organizzata, e chiede che chi nasce in Italia sia riconosciuto come italiano indipendentemente dalla nazionalità dei suoi genitori. Le loro vicende hanno attirato l’attenzione anche del Capo dello Stato Giorgio Napoletano, che ha ammesso: “La legge sulla cittadinanza è troppo restrittiva”.
“I musulmani europei seguano le leggi dei paesi in cui vivono”
“E’ la democrazia che auspichiamo, intesa come un sistema basato sull’educazione politica e l’alternanza pacifica dei governi, che ha alla base la libera scelta da parte del popolo dei suoi rappresentanti”. Mohammed Habib è il numero due della Fratellanza Musulmana, il movimento islamico egiziano che rappresenta la principale opposizione popolare al regime del presidente Mubarak. In questa intervista a Resetdoc, Habib, volto moderato di un’associazione a volte discussa, spiega che i Fratelli Musulmani credono nel dialogo e nella democrazia. Accettano la reinterpretazione del Corano, e auspicano “una separazione reale tra le istituzioni religiose, governative, giudiziarie e legislative”. Dei musulmani europei Habib dice: “Il musulmano che ha accettato di vivere in Occidente potrà seguire la sharia fino a dove lo consentono le leggi dello stato in cui vive”.
Il “ritorno” dei palestinesi, un mito da cui emanciparsi
In tutto oggi sono circa quattro milioni e 300.000 i profughi palestinesi, "figli" di quegli 800.000 che nel biennio 1948-49 furono costretti ad abbandonare case e terreni. Abu Rami e Jihad rappresentano due diverse generazioni di profughi palestinesi in Libano che non hanno mai visto la loro terra madre. Dopo cena Jihad è tornato al suo internet-point e non ha voluto parlare né di "ritorno" né di "Annapolis". Chiudendosi la porta dietro le spalle ha solo commentato laconico: "Voglio vivere, magari in Canada o in Europa, ma comunque lontano da qui". E' una logica che la dirigenza dell’Anp ha già da tempo accettato. Di questo però non si è parlato ad Annapolis.
“I rumeni? L'integrazione non si fa con le ruspe”
«La sicurezza è un problema, certo, e ha bisogno di una risposta articolata. Ma quando vedo l’esaltazione maschia dei bulldozer che sventrano i campi mi vengono i brividi: mi ricorda quando Marchais guidava un cingolato per abbattere le casupole nella banlieu di Parigi». Andrea Riccardi, presidente della Comunità romana di Sant’Egidio, con l’immigrazione e la diversità è a contatto da sempre. La sua esperienza gli ha insegnato che, «con adeguate politiche di integrazione, gli stranieri si integrano bene e con facilità». Ecco perché, dopo i recenti casi di cronaca che hanno coinvolto cittadini rumeni, invita a individuare e punire gli individui, non i gruppi. E avanza una proposta originale: rafforzare la presenza della Chiesa ortodossa romena in Italia.
I media, la politica e quel processo sommario ai rom
“La morte di Giovanna Reggiani è stato un crimine feroce. Ma delle molte identità che il suo assassino possiede – maschio, giovane, povero, scapolo, rom, rumeno, figlio di quei certi genitori, amico di (non sappiamo), fan di una squadra di calcio (forse), suonatore di fisarmonica (chissà), ex-fidanzato di una ragazza rimasta al paese (non lo sappiamo) eccetera – i media hanno messo in rilievo il fatto che si trattasse di un rom, un rom rumeno”, scrive Giuseppe Mantovani, professore di psicologia all’Università di Padova, in questa lettera aperta ai suoi studenti. “I media suggerivano che responsabile del crimine fosse non tanto la singola persona – aggiunge l’autore di Intercultura (Il Mulino 2004) – quanto piuttosto la sua ‘cultura’”.
“Così la nostra legge difenderà le donne islamiche"
Siete una donna musulmana residente in Italia, e vi capita di innamoravi di un non musulmano? Decidete di sposarlo civilmente? Nessun problema, l’Italia non è certo un paese dove vige la sharìa, che vieterebbe appunto questo tipo di matrimoni: al massimo, questo forse sì, c’è qualche pressione della gerarchia cattolica, ma riguarda i matrimoni in Chiesa, semmai. Eppure, per quanto può apparire paradossale, le cose non stanno così: nessun comune italiano può infatti sposare donne provenienti ad esempio da paesi come Marocco, Egitto, Tunisia o Algeria, senza il nulla osta della relativa ambasciata, che lo rilascia però…previa conversione dell’uomo all’Islam (lo stesso non vale se è l’uomo a voler sposare una donna non musulmana).
Quelle identità soft che aiutano l’integrazione
Il termine “coppia mista” allude ad una qualche forma di eterogamia, ad una alleanza di coppia tra socialmente diversi. Entro le coppie miste si includono quelle in cui i partners sono diversi per appartenenza religiosa, o colore della pelle (“razza”), o origine nazionale, o etnia. I matrimoni misti sono resi possibili vuoi da una bassa identificazione di entrambi i partner con le proprie differenze, vuoi dal fatto che uno dei due rinuncia a far valere la propria differenza. I figli di matrimoni misti per religione sono in media meno religiosi, meno identificati con una o l’altra religione e i comportamenti che ne derivano, dei figli di coppie religiosamente omogamiche.
Un fenomeno in crescita in tutto l’Occidente
Negli Usa, l’accettazione sociale della interrazzialità e della multirazzialità è crescente: secondo un’indagine Gallup, due terzi dei bianchi americani dichiarano che accetterebbero il matrimonio tra un figlio e una persona di razza diversa. L’apertura verso l’intermarriage, oltre a crescere in generale con il livello di istruzione, risulta anche maggiore nelle generazioni più giovani. In Europa, il caso più vicino a quello degli Stati Uniti è quello del Regno Unito. In Francia, i matrimoni celebrati annualmente nei quali uno solo dei coniugi è francese erano attorno al 5% a metà anni Settanta. L’incidenza si assesta attualmente sopra il 15%. Secondo i dati statistici, in Italia i matrimoni misti erano meno del 5% sul totale a metà anni Novanta, e sono ora quasi il 15%.
Inter-marriages in aumento anche negli Usa
Un tempo gli intermarriages erano addirittura proibiti negli Stati Uniti. Si dovette aspettare il 12 giugno del 1967 per legalizzarlo. Da allora il loro numero è cresciuto esponenzialmente: si è passati dai 65mila del 1970 ai 422mila del 2005. Il sociologo di Stanford, Michael Rosenfeld, calcola che più del 7% dei 59 milioni di coppie sposatesi nel 2005 erano miste, rispetto al misero 2% del 1970. Aumentano i matrimoni misti interrazziali, e aumentano anche quelli interreligiosi. “L’esposizione a un’altra cultura aiuta l’integrazione – conferma Jamal Najjab, esperto di islam americano – Un mio amico una volta mi ha detto: ‘Stavo pensando ai musulmani e ai terroristi, e poi mi sei venuto in mente tu e ho capito che l’equazione islam uguale terrorismo non poteva funzionare’”.
Museo dell’immigrazione. A Milano gioverebbe
Una città è solo il suo tasso di efficienza, o è anche una storia e la capacità di scriverla, di pensarsi “mondo” e non solo luogo? A Milano non c’è un museo dell’immigrazione, che pure racconterebbe molta storia di questa città, ma anche della storia nazionale. Domandarsi perché non c’è, o dove questa possibilità potrebbe essere inclusa nel sistema museale esistente, non è ozioso. La storia dell’immigrazione non è solo quella lacrimosa dello sradicamento, ma anche quella dell’orgoglio di avercela fatta, della soddisfazione di sapere che il proprio luogo è attrattivo e non solo espulsivo o “nemico”. Della consapevolezza che la propria storia non è solo la coltivazione pervicace del proprio localismo, ma anche quella della propria capacità e volontà di aprirsi al mondo.
L’elezione di Musharraf e il peso dei pakistani all’estero
Il generale Musharraf potrebbe decidere di abbandonare il ruolo di capo dell’esercito, pur di rimanere presidente del Pakistan. Ma sebbene sfoggi abiti di Armani, la sua divisa è sempre a portata di mano. Nel paese intanto cresce il potere dei media indipendenti, e anche quello degli emigrati – scrive Ahmad Ejaz, pakistano, membro della Consulta islamica – Grazie anche al peso delle loro rimesse, molti pakistani all’estero si sono organizzati e hanno cominciato a fare politica. Parlano, convincono e spingono. Anche se non possono votare, hanno un potere sul parentado. Certo le elezioni del presidente, che riguardano solo l’Assemblea Generale, sono ben altra cosa dalle elezioni politiche. Ma è nelle prime che si fanno e si disfano le alleanze.
Donne migranti, non solo velo
Se fino a un quarto di secolo fa la migrazione era ancora un fenomeno largamente maschile, le donne rappresentano oggi circa il 50 per cento degli immigrati del mondo. Questo mutamento costringe le società occidentali a dover ripensare il proprio approccio, a renderlo più attento alle esigenze e ai problemi delle donne. Se ne è discusso a Roma in un convegno dedicato alle donne migranti e organizzato da Oim, Isesco e Coreis. Vivace il dibattito tra Souad Sbai, presidente dell’Associazione Donne Marocchine, e il rappresentante dell’Ucoii Noureddine Chemmaoui. Hanno partecipato anche la studiosa italo-iraniana Farian Sabahi e l’imprenditrice turca Mutlu Alkan, membro del partito di governo Giustizia e Libertà (Akp).
Islamkonferenz, primi passi di un percorso lunghissimo
Si è chiusa il 2 maggio con un bilancio controverso la seconda sessione plenaria della Deutsche Islam Konferenz (DIK), la Conferenza Tedesca dell’Islam. Mentre il Ministro federale dell’interno Wolfgang Schäuble, dei Cristiano-Democratici (Cdu), a conclusione dei lavori l’ha definita “un successo”, il portavoce del coordinamento delle organizzazioni islamiche, Ayyub Axel Köhler, ha dichiarato: “Non si può andare avanti così. Si discute alla rinfusa”. Qualche giorno più tardi è stata accolta con preoccupazione la notizia che le organizzazioni islamiche presenti alla conferenza hanno ritirato l’assenso inizialmente dato a dei documenti in cui, oltre a definire l’islamismo un pericolo, si affermava il dovere per ogni musulmano tedesco di rispettare l’ordine costituzionale democratico.
“Ecco la via italiana all’integrazione”
“Il modello francese? Un assimilazionismo artificiale. L’opzione multiculturale? Una via che subordina i diritti all’appartenenza ad una enclave. No, noi abbiamo bisogno di una via italiana, che non costringa le persone a scegliere tra la loro identità preesistente e quella italiana. Non si può inchiodare l’Italia ai costumi”. Paolo Ferrero, torinese, Ministro della solidarietà sociale, illustra in questa intervista le misure per integrare realmente chi arriva (lingua e percorsi di mediazione culturale) e spiega perché il nuovo disegno di legge Amato-Ferrero garantirà insieme più diritti a chi vuole entrare e più sicurezza per chi già abita nel nostro paese: “Questa legge riduce la clandestinità”.
Laissez les grandir ici: l’immigrazione nelle urne
La campagna elettorale francese è stata attraversata abbastanza marginalmente dalla questione dell’immigrazione, almeno fino alla “provocazione” di Nicolas Sarkozy, che il 9 marzo scorso ha proposto la creazione di un “ministero per l’immigrazione e l’identità nazionale”. Il candidato della destra, ex ministro degli Interni, promuove la linea dell’“immigrazione scelta e non subìta”. La socialista Ségolène Royal si presenta come la presidente della “Francia meticcia”, mentre il candidato centrista Bayrou intende costruire, in seno all’Unione europea, una politica comune di visti, lotta contro l’immigrazione clandestina e sviluppo.
Rifugiati, no grazie. Il Kenya chiude i confini
Secondo Human Rights Watch, durante i due anni che seguirono lo scoppio della guerra civile (1991-1993), circa 300.000 somali fuggirono in Kenya. Le cose non sono cambiate. In seguito ai recenti scontri in Somalia, migliaia di Somali, ancora una volta, sono fuggiti verso il confine kenyota, ma hanno trovato una frontiera chiusa. A nessun rifugiato è permesso entrare. Il Ministro degli Esteri kenyota Raphael Tuju ha spiegato che poiché le autorità non possono stabilire se coloro che richiedono l’ingresso sono rifugiati o combattenti, non è permesso loro superare il confine. Le critiche delle Nazioni Unite.
Emirati, il boom e l'abuso
Come la Cina, gli Emirati Arabi Uniti stanno vivendo un impressionante boom economico, grazie all’abuso dei lavoratori immigrati, in una federazione in cui gli stranieri rappresentano il 90% della forza lavoro. Human Rights Watch World Report 2006 suona l’allarme, e chiede alla comunità internazionale di esigere dagli EAU progressi nel campo dei diritti dei lavoratori, prima della firma di qualsiasi accordo commerciale. Il paese non tiene elezioni per nessun incarico pubblico, e la partecipazione politica è limitata alla famiglia regnante in ogni emirato.






