Quella vecchia casa nei giardini di Baghdad
Giuseppe Martella
Baghdad ha il colore degli aranci e delle rose, l’odore dei “dolma” appena arrotolati, del “masgouf” addolcito dal mango e appena inasprito dalla salamoia, il chiaroscuro di una vecchia casa che presto non accoglierà più alcun suono se non le sferzate d’aria di un elicottero che vola a bassa quota. Da queste tracce prende l’avvio I Giardini di Baghdad, romanzo d’esordio di Leilah Nadir (pag. 381, euro 18, Cairo Publishing 2008). Seconda di quattro figli, padre iracheno di confessione siro-cattolica e madre inglese, Leilah Nadir è nata in Canada nel 1971, ha vissuto per un breve periodo in Inghilterra e attualmente vive e lavora a Vancouver.
Nelle primissime pagine del suo memoriale di famiglia, la Nadir scrive di essersi interessata al proprio paese di origine, l’Iraq, incuriosita dal significato del suo nome, che vuol dire “notte”. Nome, sottolinea la Nadir, presente nel testo della letteratura araba antica forse più famoso in Occidente, Le mille e una notte. I giardini di Baghdad è dedicato al padre, alla madre, alle zie e agli avi. La Nadir cerca ogni rivolo della cronaca familiare, vuole radunare quanta più acqua possibile per dare respiro a una terra, l’Iraq, che da cinque anni è sotto la morsa della guerra. Per quanto paradossale possa sembrare, proprio la guerra, insieme alla lingua e alla parola necessarie al racconto, costituisce il tessuto connettivo della ricerca della Nadir, un filo rosso che collega gli eventi che hanno composto la storia dell’Iraq: la dominazione ottomana, quella inglese, la presa del potere da parte del Baath negli anni ’60, l’arrivo di Saddam Hussein, il primo conflitto iracheno.
Da un paese a una famiglia. Fino a un ragazzo di nome Ibrahim, padre della scrittrice che, proprio quando Saddam Hussein sta arrivando al potere, parte per l’Inghilterra alla volta dell’Imperial College per studiare ingegneria petrolchimica. Nel cuore di questo giovane iracheno, i cui genitori sono di origine siriana, Londra prende il posto di Baghdad. Quaranta anni dopo, Leilah compie a ritroso il percorso del padre, alla ricerca della propria origine. Ecco allora il nonno Ibrahim che, dopo l’occupazione inglese dell’Iraq, già insegnava al figlio la lingua dell’invasore. Ecco, poi, riapparire a Baghdad Lina quasi ormai sola, tra tutti i parenti rimasti in Iraq, a occuparsi della casa di famiglia. Di nuovo la guerra. La pagina in cui la Nadir descrive il disgusto nel percepire che nel proprio corpo scorre il sangue dell’invasore (la madre inglese) e dell’invaso (il padre iracheno) è forse tra gli esempi più lucidi e stranianti che la letteratura contemporanea abbia fino ad ora dato sulle conseguenze del secondo conflitto iracheno.
A dispetto di quanto sarebbe lecito aspettarsi, le pagine dei Giardini di Baghdad in nessuna occasione, se non in alcune righe di cedimento, prestano il fianco all’odio, al rancore, alla rassegnazione. Allo stesso tempo, la Nadir riesce a rendere con altrettanta efficacia la doppia invasione che è in atto dal marzo del 2003: l’Iraq assediato dalle forze guidate da America e Inghilterra, e gli schermi di buona parte dei mezzi di comunicazione occidentali invasi da immagini dello scenario di guerra. Con un passaggio impercettibile di registro, i ricordi di famiglia lasciano il posto all’attualità e lo stile della Nadir inizia a registrare, quasi a dattilografare, gli eventi della storia contemporanea. Certo, continuando la lettura abbiamo notizie sullo zio Douad, che aprì una tipografia ed ebbe alcune grane con la giustizia irachena, sul bis bisnonno siriano Yousif, conosciuto solo attraverso una foto color seppia. Ma ora a farsi strada sono le generazioni più giovani che vivono nella guerra, o che la vedono e vogliono testimoniarla. Il primo è il caso di Maha e Reeta, cugine di Leilah, che vivono a Baghdad, con le quali avviene un incontro a Londra; il secondo riguarda Farah Nosh, fotoreporter che viaggia alla volta di Baghdad e Damasco.
Le foto poste in apertura di ogni capitolo illustrano donne e bambini che, dalla finestra di un appartamento, osservano la devastazione di un attentato suicida, fissano sulla pagina le palme di Baghdad, o le macerie causate da un’autobomba. Le brevi citazioni da fonti che precedono le fotografie, dapprima non solo giornalistiche, si concentrano ora sui dispacci dell’Iraq Body Count, riportano desolati commenti di editorialisti occidentali sullo stallo del conflitto. Eppure, la lettura di questo libro restituisce un senso di partecipazione, e il dialogo tra padre e figlia, posto in chiusura, lancia un segnale di riconciliazione e di comprensione. Al fondo di questa testimonianza, Leilah Nadir sembra fare eco a una riflessione scritta da Peter Handke alcuni anni fa, per la Serbia, e che inquadra lo spirito dei Giardini di Baghdad: “L’impulso alla rimembranza collettiva come unica possibilità di riconciliazione”.
16 Apr 2008
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