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Democrazia tra Est e Ovest


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Le responsabilità dell’Akp


Andrew Arato

“Non dico che la Corte stia difendendo la nozione corretta di laicità. Dico soltanto che per la Corte è meglio diventare il guardiano della costituzione, come forse è stato per una decisione tecnicamente errata, piuttosto che rimanere il guardiano degli elementi autoritari di un regime dualistico”. Così Andrew Arato precisa la sua posizione sulla decisione della Corte Costituzionale turca di bocciare la legge sul velo nelle università: “L’AKP ha una parte di responsabilità della crisi costituzionale per avere abbandonato il percorso di consenso tipico della politica, e in special modo della costruzione della costituzione. Chi sta al di fuori non dovrebbe essere così svelto nel prendere le sue parti a prescindere. Sono contento che stiate seguendo questo caso – conclude – La sua buona riuscita è davvero importante per tutti noi”.


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“Ma il protezionismo non è un’alternativa”


Una conversazione con Massimo Gaggi

Nei suoi libri (La fine del ceto medio e la nascita della società low cost e Piena disoccupazione. Vivere e competere nella società del quaternario, entrambi Einaudi) – ha descritto le trasformazioni legate alla rivoluzione globale, dalla crisi del ceto medio e del lavoro salariato all’avvento di una società del «quaternario», basata su conoscenze avanzate e imperniata sulla creazione di servizi personalizzati. Ma oltre a raccontare come cambia il nostro modo di vivere e lavorare, Massimo Gaggi, inviato del «Corriere» a New York, ha messo sul tavolo anche le domande, tutte rivolte alla politica, che emergono da quei mutamenti. Che richiedono risposte diverse in America, dove il problema sono le conseguenze sociali di un’economia liberalizzata, e in Italia, dove invece le liberalizzazioni occorre ancora avviarle.

Un'intervista di Elisabetta Ambrosi.


Per un mondo arabo democratico e liberale


Anna Mahjar-Barducci

In Occidente raramente la parola “arabo” è utilizzata assieme a quella di “democratico” o di “liberale”. Ma il liberalismo e la voglia di democrazia nel cosiddetto mondo “arabo-musulmano” esiste. Come dopotutto esisteva all’interno della stessa Unione Sovietica e della Cina di Mao. Se negli anni Novanta le voci liberali erano disorganizzate e disorganiche, dopo gli attentati dell’11 Settembre sono nati numerosi giornali on-line liberali. L’avvento di Internet permette che il dibattito sia libero, e nei siti on-line scrittori, giornalisti e membri della società civile hanno iniziato a esprimere senza censure le proprie opinioni contro ogni tipo di assolutismo.


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Pro e contro, il caso algerino


Mahmoud Belhimer

A che punto siamo noi rispetto al fenomeno globale? Riuscirà l’Algeria a saltare sul treno, già in marcia, della globalizzazione? Siamo vittime o beneficiari della dinamica innescata dall’amplificazione di questo fenomeno di scala planetaria? L’Algeria è diventata un paese ricco con una popolazione povera. Le nuove tecnologie dell’informazione hanno rivelato il vero volto della nostra società e favorito la presa di coscienza della necessità di cambiare lo stato attuale delle cose. Il paradosso è che gli stessi zelanti difensori del socialismo sono diventati, ironia della sorte, i celebratori del liberalismo e dell’economia di mercato.


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Diffidenza e scetticismo al Cairo


Federica Zoja

Attenzione e diffidenza. Sembra questo l’atteggiamento con cui gli osservatori egiziani hanno accolto il recente risultato elettorale italiano, con il ritorno di Silvio Berlusconi alla Presidenza del Consiglio. Non è difficile comprendere perché l’evoluzione della politica italiana sia seguita con attenzione dalla sponda Sud del Mediterraneo: è sufficiente citare i risultati dell’interscambio commerciale complessivo fra Italia ed Egitto a fine 2007, pari a circa 4 miliardi di euro (dati Istat), con le esportazioni italiane a 2,1 miliardi (+ 39,4% sul 2006) e le importazioni a -16%, per un saldo positivo finale di 321 milioni di euro.


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Le elezioni e gli immigrati. Guardando la partita dalla tribuna


Amara Lakhous

Sono extracomunitario, e anche se pago le tasse non ho nemmeno il diritto al voto amministrativo! Così ho “partecipato” alla partita delle ultime elezioni non dalla “panchina”, ma dalla “tribuna”. Il giorno prima del voto, sono stato a cena da amici. Si è parlato soprattutto di elezioni. Il tono era quello di Amleto: votare o non votare? Voto utile o voto inutile? Un’amica, molto indecisa, mi ha perfino invidiato dicendo: “Beato te che non puoi votare!”. Ma non avendo il diritto di voto da mettere sulla bilancia dei rapporti di potere, non c’è nessuna tutela per gli immigrati, al di fuori della propria comunità. Così nascono e fioriscono i ghetti.


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E il ritorno di Calderoli spaventa il mondo arabo


Khalid Chaouki

Il mondo arabo sembra non aver gioito alla notizia della recente vittoria elettorale di Silvio Berlusconi, che per la terza volta, come ha sottolineato il quotidiano libanese “Annahar”, si ri-impossessa del volante al comando dell’Italia. La maggior parte dei media arabi si è limitata a riportare la cronaca delle elezioni italiane senza tuttavia cimentarsi in approfondimenti data la complessità dei giochi politici nostrani. Esulta solo la Turchia.


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Gli equilibri interni e la “micro-guerra fredda” con Teheran


Lorenzo Trombetta

L'alleanza tra Washington e Riad è il pilastro del tradizionale equilibrio regionale. Anche oggi la superpotenza continua ad avere bisogno dell'Arabia Saudita. In cambio, la casa dei Saud si assicura la propria stabilità al potere senza che nessuna minoranza venga "usata" (come invece avviene in Iran o in Siria) e nessuna campagna "per i diritti umani" venga scatenata sui media amici (come avviene oggi per il Tibet in funzione anticinese) per tentare di far traballare la sedia di Re Abdallah. La situazione interna è apparentemente ancora più rassicurante. Confrontarsi con l'Iran non significa però per l'Arabia Saudita scatenare una guerra. Con il vicino iraniano bisogna invece alternare, nell'ottica di Riad, toni duri e bellicosi ad aperture di dialogo.


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“Ecco perché il mondo vota Obama”


Charles Kupchan intervistato da Marilisa Palumbo

Charles Kupchan, membro del Council on foreign relations di Washington e docente di relazioni internazionali alla Georgetown University, è stato a lungo consigliere di Bill Clinton, ma oggi, pur riconoscendo che tra Hillary e Barack Obama non ci sono differenze sostanziali per quel che riguarda la politica estera, dice che Obama potrebbe dare al mondo qualcosa in più. La sua elezione offrirebbe infatti agli Stati Uniti una nuova immagine “multiculturale e multietnica”, e proprio in un momento in cui “la globalizzazione e le migrazioni sollevano preoccupazioni sulla multietnicità e sulla coesione sociale”. Obama poi, grazie alla sua storia, rappresenterebbe, più di Hillary, un cambiamento radicale rispetto agli anni di Bush.


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La laicità nel tempo delle identità


Agostino Giovagnoli

La “riconciliazione” degli anni settanta tra cattolici e laici ha costituito il punto di arrivo di un lungo e tormentato percorso, profondamente segnato dalle peculiarità della storia italiana. Oggi, però, intorno all’idea di laicità prevale una diversa sensibilità. Da una parte, sembra in atto una crescente divaricazione fra laicità e religiosità. Dall’altra, appare meno chiaro e meno diretto il nesso fra laicità e Stato. Lo scontro fra “clericali” e “anticlericali”, pur nelle diverse forme assunte di volta in volta, rivela sempre una debolezza delle ragioni di entrambe le parti e, più complessivamente, una debolezza del principio di laicità.


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Il modello indiano, una sfida per il mondo musulmano


Ramin Jahanbegloo

Per i padri fondatori dell’India contemporanea, il secolarismo non significava esercitare un ateismo antireligioso. Al contrario, esso voleva dire esercizio di pacifica coesistenza tra fedi diverse. La sfida non è l’abbandono del secolarismo, ma la formulazione di esso come una filosofia di valori spirituali anziché come una linea politica dello Stato. Questo è l’unico modo di ripensare l’intero nostro approccio al futuro delle società musulmane, nella misura in cui possiamo consentire al modello pluralista di una «casa comune» di offrirsi come soluzione della «terza via» alla crisi delle società politiche del Medio Oriente, in alternativa all’autoritarismo laico dello Stato e all’ascesa del fondamentalismo religioso nella società civile.


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A metà strada tra società e politica


Alessandro Ferrara

Il primo significato del termine secolarismo si riferisce al fatto che il potere statale legittimo viene esercitato in termini secolari. Nel suo secondo significato, il secolarismo si riferisce a fenomeni sociali più che politici. In questa accezione secolarismo significa che nelle società moderne le comunità religiose perdono la loro influenza sul diritto, sulla politica, sull’educazione e sulla sfera pubblica in generale. Sintetizzando il lungo ragionamento di Taylor, si può affermare che il terzo significato del secolarismo «consiste, tra le altre cose, nel passaggio da una società in cui la fede in Dio è un fatto incontrovertibile e viene quindi vissuta in modo non problematico, a una società in cui la fede viene considerata come un’opzione tra le altre, e spesso neanche la più facile da scegliere».


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Secolo, e derivati, da resettare


Giancarlo Bosetti

Imparare oggi a destreggiarsi in un’opera di traduzione delle parole che descrivono «le laicità», o le relazioni tra confessioni, istituzioni e società nei diversi contesti, è il contributo preliminare che si può offrire alla causa delle buone relazioni tra diverse culture. Ha ragione chi parla di uno sforzo speciale che andrà investito nell’opera immane di traduzione che tocca alle nostre società, anche perché molte di queste opzioni in campo rivendicano il diritto a far sentire di più la loro voce. Il principio di questo mondo non può che essere quello dell’eguale rispetto, negli ordinamenti liberali, tra confessioni e opzioni. Un uguale rispetto che dovrà ispirare il trattamento delle religioni e con esse delle posizioni non-religiose.


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Un popolo affamato di democrazia


Ahmad Ejaz

Cosa ne sarà del Pakistan e del suo sogno di democrazia appena sfiorato? Del suo riscatto dopo decenni di colpi di Stato? Nel suo precedente mandato, Musharraf aveva iniziato con buoni propositi, ma ora vuole impedire di divenire soggetto politico a una classe media che avanza, a una borghesia nuova di un paese diviso tra ricchi e poveri, dove la farina è sparita dal mercato e il suo prezzo ha raggiunto il 400% in più alla borsa nera. Il popolo pachistano è certo di brogli elettorali. Dall’Italia la comunità pachistana chiede la presenza di osservatori internazionali per scongiurare brogli sicuri.


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Bernard Lewis: “Islam e democrazia sono compatibili”


Daniela Conte

Islam e democrazia sono compatibili, e per questo l’Occidente dovrebbe trovare un modo per sostenere quanti, nel mondo musulmano, si battono con coraggio per la democrazia. E’ il messaggio che hanno voluto inviare i dissidenti del mondo arabo-islamico che hanno partecipato, a Roma, alla conferenza internazionale Fighting for democracy in the Islamic world. Nella tradizione islamica – come ha ricordato il grande orientalista Bernard Lewis, che ha introdotto la conferenza – è sempre esistita un’autorità limitata dalla legge di Dio e un dovere alla disobbedienza in caso di contravvenzione ai principi religiosi.


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Un oceano di incomprensioni


Carlo Galli

Il difficile dialogo tra Arato e Hanafi si è subito trasformato in acceso dibattito politico; la Verità che gli interlocutori cercavano si è rivelata una verità situata, condizionata, esposta alla contingenza. Quello che gli intellettuali come Hanafi e Arato possono fare è rifiutare la logica amico/nemico e riconoscere che la democrazia come ideale universale può essere intesa solo come la capacità degli uomini di controllare la loro vita associata attraverso la ragione comunicativa e le istituzioni pubbliche.


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Islam e Occidente, due visioni diverse


H. H.

La democrazia liberale è soltanto una forma di democrazia, non tutte le forme. Non è la chiave magica che apre tutti i segreti del mondo – scrive Hassan Hanafi – Il concetto islamico di democrazia è qualcosa di diverso. Non è un concetto quantitativo, maggioranza-minoranza, potere e opposizione, ma un concetto qualitativo basato sul diritto di ciascuno di esprimersi liberamente. Nessuno ha il diritto di monopolizzare la verità e di imporre agli altri il suo punto di vista. Il diritto alla diversità è un dovere legittimo e un dovere religioso. Il regime politico islamico non è una teocrazia. Dio non governa di persona né attraverso i suoi cosiddetti rappresentanti. Nessuno sulla terra ha il diritto di rappresentare Dio. Nell’islam, il governante, l’imam, è liberamente eletto dal popolo. Il vero governante non è il potere esecutivo ma quello legislativo.


[ EN ] [ AR ]

L’America non è la pietra di paragone


A. A.

Perché accettare l’affermazione che l’America è la pietra di paragone della democrazia? Su ciò sono d’accordo con lei, ma questo non è un punto a sfavore della democrazia liberale – scrive Andrew Arato – Suggerisco di considerare la democrazia un concetto a due livelli, uno normativo e l’altro empirico. Dahl ha definito quest’ultimo «poliarchia» e Israele e gli Stati Uniti sono poliarchie (mentre l’Egitto non lo è). Non credo che si possa respingere la democrazia multipartitica e avere ugualmente una democrazia moderna, e non sono d’accordo sul fatto che portare oggi argomenti a favore della democrazia debba essere semplicemente lo strumento per distruggere Stati deboli che sono d’ostacolo al neoliberalismo o all’impero americano. Le dittature restano inaccettabili sotto troppi punti di vista, né questo argomento può essere usato per arginare gli sforzi compiuti dall’interno in direzione della democrazia, che invece dovrebbero essere appoggiati.


[ EN ] [ AR ]

Non abbiamo bisogno del modello occidentale


H. H.

Soltanto un pazzo può rifiutare la democrazia, e io non lo sono. La differenza sta in ciò che si intende per democrazia e nella forma che essa assume. Per me, democrazia significa il diritto di essere diversi e di opporsi al monopolio delle opinioni e delle decisioni – scrive Hassan Hanafi – Per me è la consultazione, la Shura. L’obiettivo è unico, opporsi alla dittatura, al dispotismo e all’autoritarismo. Inoltre, il diritto di essere diversi, all’interno e all’esterno, è presente in ogni cultura. L’America viene indicata come modello di democrazia ma oggi, riguardo alla guerra contro l’Iraq, l’amministrazione non gode del sostegno popolare. Essa pratica il più orrendo terrorismo di Stato contro altri Stati e contro i loro cittadini. La democrazia è una necessità reale nei paesi del Terzo Mondo. La riforma democratica e la democratizzazione delle società tradizionali non avvengono attraverso l’imposizione del concetto occidentale formale di democrazia ma estirpando le radici della dittatura dalla cultura di massa.


[ EN ] [ AR ]

Ma è la sola risposta alla crisi del mondo arabo


A. A.

Lo scritto di Hanafi è il sintomo di quanto è accaduto: una sempre maggiore confusione che getta discredito sulla democrazia. Di ciò dobbiamo ringraziare Bush, i neoconservatori e i falchi dei diritti umani. La democrazia è un’idea europea, un’ottima idea. Perciò mi dispiace che Bush e i suoi emissari l’abbiano confusa in questo modo – scrive Andrew Arato – Resta probabilmente vero che la democrazia è l’unica risposta alla crisi profonda del mondo arabo, ed ora lei è sul punto di rifiutarla. Cosa avremo, allora? Un nazionalismo che già sta andando a pezzi, un fondamentalismo religioso che ne distrugge un altro, come accade in Iraq, oppure nazionalisti e religiosi che si uccidono a vicenda, come nei territori palestinesi.


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[ EN ] [ AR ]

Quando la democrazia maschera lo sfruttamento


Hassan Hanafi

La democrazia è uno strumento, non un fine. In Occidente, esso è un concetto quantitativo fondato sul criterio di maggioranza e minoranza, ma quante volte la maggioranza ha avuto torto, allo stesso modo del nazismo e del fascismo che un tempo ebbero la maggioranza quasi assoluta? La democrazia in Occidente si fonda sul concetto di individuo e di cittadinanza. Altre culture sono più orientate verso il gruppo e la comunità, verso il concetto di fratellanza e di cameratismo. La democrazia come sistema multipartitico basato su libere elezioni, «un uomo un voto», è un concetto formale. Le differenze tra i partiti possono essere minime. Negli Stati Uniti, i Democratici e i Repubblicani condividono la stessa ideologia riguardo all’egemonia, all’invasione dell’Iraq e al sostegno verso Israele. La democrazia è utilizzata come uno strumento per attuare un’economia liberale e non come valore in sé. Essa è anche una copertura, un mezzo per nascondere lo sfruttamento e l’egemonia.


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[ EN ] [ AR ]

La sovranità popolare e le minacce del capitalismo


Andrew Arato

La debolezza della democrazia rappresentativa rispetto alla potente struttura dell’economia capitalista è stata ben documentata. Il problema iniziale del capitalismo e della democrazia persiste, soltanto marginalmente ridotto dal cosiddetto welfare state democratico. Con i problemi del potere economico e della democrazia tutt’ora irrisolti, l’intera tematica è stata generalizzata, globalizzata e imperializzata. Dall’ultima ondata di trasformazioni democratiche, ancora a carattere prevalentemente locale, dalla Grecia dei primi anni Settanta al Sudafrica degli anni Novanta, a svolgere un ruolo dominante nei processi di democratizzazione è stato sempre lo stesso modello basilare della sovranità popolare. Questa è la migliore risposta normativa alle sfide poste dalla globalizzazione e dall’imperialismo, anche se si tratta soltanto di un primo passo.


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“Le elezioni saranno manipolate. Aspettatevi una grande crisi”


Ahmed Rashid, autore di “Talebani”, intervistato da Alessandra Cardinale

“Musharraf è ancora qui: è ancora in potere e assolutamente nulla è stato fatto per combattere il terrorismo. Vuole essere rieletto nel 2007 e rimanere in carica fino al 2012”. Era luglio 2005 - poco dopo gli attacchi terroristici nella metropolitana di Londra - quando Ahmed Rashid, giornalista e autore di “Talebani” (Feltrinelli 2001), best-seller adottato come libro di testo in oltre 200 Università americane, fece queste previsioni. In quasi tre anni nulla è cambiato nella politica pakistana e secondo Rashid l’unico modo per voltare pagina è che Musharraf si dimetta. Ma in una cosa l’attuale Presidente ha fallito: il sostegno della sua gente, divenuta ora l’unico reale nemico contro il suo governo.


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Sbaglia Berman, diamo il benvenuto a Ramadan


Charles Taylor

Le posizioni tipo quella di Berman sono allo stesso tempo incredibilmente ottuse ed estremamente pericolose. Esse ignorano l’incredibile diversità delle modalità islamiche di devozione e spiritualità. Quello di cui abbiamo bisogno è un’alleanza tra persone di tutte le fedi e civiltà che si oppongano assieme a questa deriva verso la polarizzazione. L’ultima cosa che vogliamo è diffondere il mito secondo cui tutti i musulmani credenti siano devoti a qualcosa la cui elaborazione logica implichi questa forma di jihad. È quello che Bin Laden afferma, ma è una falsità. Tariq Ramadan dovrebbe essere il benvenuto come primo membro di questa alleanza.


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Perché dobbiamo imparare a fare autocritica


N. U.

Tu suggerisci una divisione del lavoro tra coloro che perseguono una strategia di contestazione forte e i sostenitori di una politica di dialogo - scrive Nadia Urbinati a Michael Walzer - come a dire, tra guerrieri e intellettuali, una distinzione che richiama quella tra Hobbes e Kant intesi come modelli contrapposti, identificati da Robert Kagan rispettivamente con gli Usa e l’Europa. Ho dei dubbi se questa divisione del lavoro sia una buona soluzione. J.S. Mill diceva che l’obiettivo del libero pensatore dovrebbe essere quello di mostrare la complessità di una realtà che i credenti considerano invece come semplice e unidimensionale (visione manichea). Gli intellettuali conservatori che hanno dato voce all’amministrazione statunitense, giocando sul rigido dualismo tra gli Usa e l’Europa, tra contrapposizione e dialogo, hanno reso un cattivo servizio al loro paese e al mondo.


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Dialogo o dure campagne? Forse serve una divisione del lavoro


M. W.

Sembra che l’analogia sulla Guerra fredda - scrive Michael Walzer - sia un punto centrale della nostra discussione. Senza la dottrina Truman in Grecia, la guerra di Corea, Radio Europa Libera, il regime stalinista sarebbe stato un sistema fiorente e probabilmente in espansione e il Pci non sarebbe cambiato per nulla. Mi sembra che esista forse un argomento a sostegno di una divisione del lavoro, per la quale alcuni di noi dovrebbero impegnarsi nel favorire una cultura del dialogo, mentre altri dovrebbero sostenere una dura campagna ideologica (non contro l’islam in blocco) ma contro il fanatismo jihadista. Ma se quel che dico è vero, come mai a «Reset» sono così ostili nei confronti di una campagna dura? Continuerò a essere scettico nei confronti del valore dello scambio interculturale, non ostile, ma scettico.


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Il vero nemico è il dogmatismo


N. U.

In Italia, Berman non è un autore della sinistra, al contrario le sue idee sono condivise dai giornalisti e dai lettori de «Il Foglio», un quotidiano di destra. Norberto Bobbio - scrive Nadia Urbinati - rappresenta uno dei più interessanti anti-anti-comunisti (distinguendosi in questo da Aron). La cultura e la pratica del dialogo di Bobbio non metteva in questione semplicemente il dogmatismo comunista, ma il dogmatismo in quanto tale. Tu mi chiedi se la cultura del dialogo può ancora servire a qualcosa di fronte alle questioni attuali. Personalmente credo di sì. Lo spirito manicheo di contrapposizione avrebbe l’effetto perverso di fermare il processo di secolarizzazione politica o anche solo l’avanzamento della «critica interna» nel mondo islamico, oltre a rendere le nostre società meno libere e aperte.


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Ma i dissidenti musulmani apprezzano Berman


M. W.

Non escludo l’islam nella mia visione del multiculturalismo – né lo fanno i miei amici. Un «pensiero assediato» - scrive Michael Walzer - può esistere nell’estrema destra, ma non lo vedo tra la sinistra di «Dissent». Come vedi, non siamo poi così distanti. Tuttavia abbiamo forse una visione differente del valore del dialogo. Io mi preoccupo che i dialoghi che tu proponi si possano trasformare in un sostituto del duro lavoro che entrambe le parti, anche la parte musulmana, devono compiere nelle loro comunità. Dialogare con persone come me e te non è di grande aiuto per i dissidenti, ma si tratta solo di riposo e di svago. E non dobbiamo pretendere che i nostri interlocutori siano i Milosz o i Solzhenitsyn del mondo musulmano. Sono pronto a scommettere che queste persone, se esistono, ammirano in segreto il lavoro di Paul Berman.


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La sinistra non deve pensare per blocchi


N. U.

Il punto della mia argomentazione - scrive Nadia Urbinati - è che non tutti i musulmani sono simpatizzanti o sostenitori del terrorismo, cosa che implica che alcuni, e forse molti, lo sono. Tuttavia, solo abbandonando l’atteggiamento manicheo o, come dice Charles Taylor «il pensare per blocchi» (block thinking), saremo in grado di vedere o riconoscere potenziali interlocutori all’interno del mondo musulmano. Il mio riferimento alla Guerra fredda mirava in realtà al clima di contrapposizione ideologica che aveva alimentato. Paul Berman dice che Ramadan pretende di essere un critico «dall’interno», ma non coglie nessuna opportunità per esserlo. Nel dibattito attuale, la posizione contraria al dialogo è più rappresentativa sicuramente tra gli intellettuali di destra (che, tra l’altro, in Italia apprezzano molto le idee di Berman), ma ha fatto breccia anche a sinistra.


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Cara Nadia, ecco i limiti del dialogo


Michael Walzer

Ero contrario alla guerra di liberazione in Est Europa. Caldeggiavo l’avvio di relazioni diplomatiche con l’Unione Sovietica e la Cina. Tutti noi abbiamo affermato che il regime stalinista era colpevole di omicidi di massa e che non era possibile stringere le mani o intavolare un dialogo con degli assassini. Mentre i diplomatici possono stringere le mani a tutti perché indossano sempre i guanti, gli intellettuali di sinistra dovrebbero porre un limite alla loro disponibilità di dialogare con chiunque. Sicuramente Nadia concorderà con questa restrizione per quanto riguarda il nazismo, ma la stessa si applica anche allo stalinismo e, oggi, al fanatismo islamico. Qual è la posizione che la sinistra occidentale dovrebbe tenere oggi nei confronti dell’islam? La difesa dei principi progressisti di democrazia e uguaglianza dovrebbe essere portata avanti in tutte le occasioni possibili. Non vedo niente di intollerante o di manicheo in questa posizione politica.


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No al manicheismo, scelgo il dialogo come Bobbio


Nadia Urbinati

Nel dibattito sull’identità della sinistra sono emerse due posizioni: coloro che abbracciano il multiculturalismo liberale, ma con un’eccezione, quella dell’Islam; e quelli che rifiutano di fare questa eccezione perché pensano che sia sbagliato prendere la cultura islamica in blocco come se fosse un’entità omogenea. Molti di coloro che durante la Guerra fredda hanno perseguito una politica di radicale intolleranza verso il comunismo, a partire dall’11 settembre hanno fatto altrettanto con l’Islam. L’atteggiamento europeo possibilista, o se si vuole non timoroso del pluralismo, è più difficile da praticare negli Stati Uniti. Posizioni come quella di Paul Berman (che chiamerei di «occidentalismo manicheo») sono, oltre che riduzionistiche e quindi fallaci, anche politicamente pericolose perché aiutano precisamente la causa del fondamentalismo di Osama bin Laden che pure si propongono di sconfiggere.


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L’India non ha niente da perdere


Subir Bhaumik

L’India deve imparare a interpretare i presagi: la giunta militare birmana ha vita breve. Noi che abbiamo a cuore la democrazia indiana e i diritti umani, riteniamo che la politica dell’India verso la Birmania avrebbe dovuto cambiare già molto tempo fa. L’India non può aspirare a essere una democrazia degna di questo nome se continua ad appoggiare ogni sorta di dittature nei paesi vicini. Sul lungo periodo il criterio dei “due pesi e due misure”, che abbiamo imparato dagli americani, non funziona. Ma chi attualmente governa l’India non condivide questi nostri valori. Costoro sono i paladini degli interessi nazionali: scaltri diplomatici, generali inflessibili, uomini che sono a capo delle nostre camere di commercio e spingono per incrementare gli scambi con la Birmania.


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Ma ora i religiosi si alleino con i laici


Samir Mustafa

Il partito islamico marocchino (Pjd) sarebbe pronto a governare? La gente comune si riconosce nella figura del re quale quale protettore dei capisaldi dell’islam, e questo spiega perché un partito democratico, islamico, moderato e moderno come il Pjd non sia riuscito già al primo tentativo, cinque anni fa, a beneficiare di una vittoria plebiscitaria, com’era successo nella vicina Algeria e come succederebbe nel resto dei paesi islamici arabi, dalla Giordania all’Egitto. Ma se vogliono governare, i dirigenti del Pjd, reduci da una storia di duri conflitti e scontri anche fisici negli ’70 e ’80 con i movimenti universitari socialisti e liberali, devono anzitutto liberarsi del pregiudizio anti-laico. E della propria arroganza.


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“Una democrazia in cammino, aspettando l’Ue”


Tahar Ben Jelloun intervistato da Daniele Castellani Perelli

“Per la prima volta nella storia del Marocco abbiamo avuto una consultazione davvero democratica, realmente trasparente. Lo hanno testimoniato gli osservatori internazionali, e nessuno all’interno del paese ha mosso obiezioni”. Lo scrittore franco-marocchino Tahar Ben Jelloun giudica positivamente lo svolgimento delle elezioni, nonostante la scarsa affluenza: “Il Marocco comincia a essere una democrazia”. L’autore di Partire (Bompiani 2007) e di diversi libri dedicati al mondo arabo, all’immigrazione e all’Islam (Notte fatale, Einaudi 1993; Il razzismo spiegato a mia figlia, Bompiani 1998) non serba grande fiducia nel Pjd.


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“Visto? Aprire la democrazia ai partiti islamici non è pericoloso”


Il politologo Driss Lagrini intervistato da Amara Lakhous

Secondo Driss Lagrini, professore di politica presso la facoltà di diritto dell’Università di Marrakech, esistono analogie tra il partito islamico Pjd (“che non suscita timori in Marocco”), e l’omonimo partito turco, Akp, al governo ad Ankara: “Tuttavia - aggiunge - non credo che si possa estendere il modello turco ai paesi arabi, perché non c’è democrazia reale, e perché le formazioni politiche non hanno ancora raggiunto la maturità nei programmi che propongono”. Lagrini segnala comunque un aspetto positivo: “In ogni modo il risultato ottenuto dal Pjd smentisce la tesi secondo cui organizzare elezioni regolari e trasparenti con la partecipazione dei partiti islamici è pericoloso perché spalanca le porte del potere agli islamismi, come è accaduto in Algeria nel 1991”.


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La via africana al cosmopolitismo


Kwame Anthony Appiah intervistato da Alessandro Lanni

Cittadini di un unico mondo ma stranieri gli uni rispetto agli altri. Universalità dei valori e differenze culturali, a volte difficilmente coniugabili. Gli uomini di buona volontà che in questa epoca provano a riflettere e magari a trovare una sintesi si scontrano con una difficoltà che a volte sembra quasi avere la forma del paradosso. Il filosofo ghanese Kwame Anthony Appiah, che insegna a Princeton, è uno di coloro che provano a mettere insieme in maniera coerente l’antica idea del cosmopolitismo con un «mondo di stranieri», per dirla con il titolo di un suo volume recente. Un concetto chiave dei suoi ultimi lavori è quello di «cosmopolitismo radicato». Che suona quasi un ossimoro.


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“Quei tre (tedeschi) e il postsecolare”


Gian Enrico Rusconi

Per Böckenförde, lo Stato secolarizzato è tenuto strettamente al principio della libertà dei cittadini ma deve essere consapevole di non essere in grado di creare una piena integrazione, perché i suoi “presupposti normativi fondativi” gli sono esterni. Attingono infatti a valori pre-politici, religiosi innanzitutto. Anche Habermas ammette che il buon funzionamento della democrazia richiede risorse pre-politiche: tuttavia, il «vincolo unificante» non va cercato prima o fuori dal processo politico-costituzionale democratico stesso. E i credenti, che devono potersi esprimere politicamente, non possono rivendicare il monopolio della verità.


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“Ma così si ricasca nelle braccia di Hegel”


Alessandro Ferrara

Secondo Böckenförde, uno Stato al quale non è dato rendere di nuovo omogenea una società che si è differenziata, rivivificare una sostanza etica che sotto il fuoco della riflessione si è sdilabbrata e resa meno vincolante, legare a sé cittadini che si dividono fra le cure del privato e i coinvolgimenti oltre i confini, è uno Stato che vede assottigliarsi risorse di appartenenza non più riproducibili. Ma c’è qualcosa che non convince in questa diagnosi. La pluralità delle visioni del bene presenti nelle nostre società è il frutto del libero operare della ragione umana in condizioni di finitezza, non il frutto del mulinare al vento di granelli di sabbia che non hanno ancoramenti.


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“Né Stato né Chiesa, ma auto-governo democratico”


Klaus Eder

Le eterogenee società moderne non forniscono la risorsa simbolica sulla quale far leva per creare una comunità politica che trascenda l’individualismo. Ma la situazione attuale esclude una serie di possibilità: una religione condivisa, una comune cultura di appartenenza, una cultura condivisa della diversità. L’unica soluzione consiste nel delegare la trascendenza simbolica della comunità politica a una sovranità democratica. Tale opzione promuove una cultura del dialogo che riunisca tutti i partecipanti al dibattito in una società autoregolantesi che includa la rievocazione critica delle diverse tradizioni.


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“Il liberalismo non è neutrale. Ma questa è la sua forza”


George Crowder

Il liberalismo non è del tutto neutrale; ma se è per questo nessun sistema politico è assolutamente neutrale da un punto di vista filosofico ed etico. Nondimeno, il liberalismo può vantare un sistema di valori di rara e inusitata flessibilità, entro cui è possibile la convivenza pacifica tra le varie concezioni religiose e non. Certo, non si tratta di un accomodamento illimitato – esistono infatti pratiche che il liberalismo non può tollerare – ma è il meglio che possiamo fare. È vero infatti che i liberali cercano di evitare che lo Stato predichi una morale particolare, contestabile, specie se si tratta di una morale fondata sulla religione, ma ciò non significa che il liberalismo manchi di una propria base morale. Al contrario, la concezione dei diritti umani è una dottrina morale oltremodo ricca e illuminante.


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“L’omogeneità non è indispensabile”


Ian Buruma

L’idea di una società completamente secolare è stata sempre un’illusione. La religione organizzata non è mai scomparsa, e oggi attraverso i musulmani e forse perfino il cristianesimo evangelico può addirittura consolidarsi. Ma io non credo che nelle democrazie liberali, a eccezione forse degli Stati Uniti, la religione organizzata giochi un ruolo preponderante all’interno dello Stato. Inteso quale ideologia aggressiva, il secolarismo – o l’ateismo – può diventare pericoloso al pari di qualsiasi fede dogmatica. A mio avviso, inoltre, non è necessario che le società siano “omogenee” perché fiorisca la democrazia liberale. Le società non sono mai state omogenee. C’è invece bisogno di un accordo comune per il rispetto delle leggi; finché ci sarà questo le democrazie liberali non saranno in pericolo.


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“Imporre l’omogeneità dall’alto conduce all’oppressione”


Bruce Ackerman

Non si dovrebbe proclamare che le proprie posizioni politiche si fondano sull’autorità di questo o quel Dio, quanto piuttosto tenere Dio fuori dalla conversazione e cercare di giustificare la propria linea politica adducendo ragioni che tutti i cittadini possano accogliere indipendentemente dalla specifica appartenenza religiosa. La verità è che mai come nella nostra epoca il liberalismo illuminista è stato così potente. Böckenforde sbaglia a sostenere che nella società moderna l’omogeneità morale possa “garantire” la coesione sociale. La profonda diversità morale è un dato di fatto fondamentale, e qualsiasi tentativo di imporre l’omogeneità dall’alto conduce all’oppressione, al conflitto e alla disgregrazione sociale.


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“Impossibile separare religione e politica”


Massimo Cacciari

Diceva un tale che chi pensa si possano separare astrattamente politica e religione non capisce nulla né di politica né di religione. Un certo liberalismo è del tutto “speciale” nel non comprendere nulla di religione, ma di politica qualcosa dovrebbe saperne. Non solo lo Stato liberale, ma la forma-Stato tout court è elemento integrante del generale “destino” di secolarizzazione. Esso non può perciò in alcun modo avanzare la pretesa di fondare e costituire una gerarchia, un ordine assoluto di Valori. Le sue leggi possono avere soltanto validità positiva e relativa. Ma la relatività dei valori può diventare il fondamento di un ethos del confronto, del dialogo, del riconoscimento reciproco.


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“Accettare la diversità, fino al limite possibile”


Giuliano Amato

Il dilemma di Böckenförde è, da quando essa esiste, il dilemma esistenziale della democrazia liberale, la quale da una parte contraddice i suoi principi se non garantisce libertà anche a chi la vuole distruggere, dall’altra non può consentire che la distruzione giunga a compimento. Nella vicenda della storia, la contraddizione ha tuttavia trovato le sue regole per essere gestita. Il dilemma esistenziale lo si è storicamente risolto riservando il massimo di garanzia a tutti coloro che si collocano entro la piattaforma dei consensi/dissensi volta a volta ritenuti compatibili con la sopravvivenza dell’insieme e lasciando invece in un limbo assai meno garantista il dissenso che si colloca fuori dalla piattaforma. Badiamo bene a non essere né assimilazionisti, né integrazionisti, e cerchiamo piuttosto di delineare percorsi di feconda contaminazione all’insegna dell’accettazione reciproca.


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“Ma i valori politici sono fondati su concezioni del bene”


Charles Taylor

Se con “società post-secolare” si intende che la società ha superato una fase di secolarizzazione e ora la religione sta “tornando”, allora tale definizione è alquanto errata. Sotto molti aspetti, la “religione” non se ne è mai andata veramente: la sua impronta sulla nostra cultura è troppo marcata perché sparisca del tutto. Ad esempio, quando si è discusso dell’ammissione della Turchia nell’Unione europea, molti “laici” obiettavano che la Turchia non è “europea”. Perché? Perché non è cristiana. Nozioni elementari come la laicité alla francese, che tendono semplicemente a emarginare la religione, sono ormai inadeguate alla situazione attuale. Böckenförde ha senza dubbio ragione: il problema esiste. Una pluralità di voci può rappresentare un impedimento, ma più spesso costituisce un salutare memento di ciò che con troppa rapidità tendiamo a dimenticare.


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Nilüfer Göle “Sta crollando il muro tra laici e musulmani”


La sociologa di Istanbul intervistata da Nina zu Fürstenberg

L’influenza, la pressione per le riforme e la vicinanza dell’Europa sono state importanti per l’apertura della Turchia e lo sviluppo di uno stato potente e moderno. Nilüfer Göle, la sociologa di Istanbul che lavora al EHESS di Parigi, si chiede quanto sia importante oggi l’Europa per la Turchia dopo il rifiuto francese della partecipazione all’UE. Nella lotta per definire il nuovo spazio pubblico non ancora equilibrato della Turchia moderna, secolare e religiosa, le donne sono state attrici-chiave. Inutile dire che le tensioni tra la sfera religiosa e la sfera secolare sono ancora acute, come gli avvenimenti recenti hanno mostrato, ma sta crescendo rapidamente uno spazio intermedio, e i muri hanno cominciato a sgretolarsi. La politica delle piazze ha dimostrato l’incoraggiante sorpasso della democrazia reale sul secolarismo militare. In tutto ciò, dice Göle, il simbolo del velo sta cambiando di significato, da simbolo di stigma, arretratezza e disuguaglianza di genere, a segno di affermazione positiva di identità, come “nero è bello”, e di attivismo politico.


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Seyla Benhabib: “Religione in politica? Ce n'e' piu' negli Usa che in Turchia”


La filosofa turca di Yale intervistata da Daniele Castellani Perelli

“Il partito dell’Akp e Abdullah Gul non trasformeranno la Turchia in una teocrazia”. Seyla Benhabib non sembra affatto preoccupata da un possibile trionfo del partito islamico Akp alle elezioni turche del 22 luglio, e nemmeno dall’eventualità che uno dei suoi principali leader, Abdullah Gul, diventi il nuovo presidente della Turchia: “Stanno portando avanti un esperimento eccezionale, ed è strano, per un socialista-democratico – quale io sono –, sostenere e osservare attentamente un partito del genere”. Seyla Benhabib, filosofa e professoressa di scienze politiche e filosofia all’Università di Yale, è nata a Istanbul. Tra i suoi libri sono La rivendicazione dell’identità culturale (Il Mulino 2005) e I diritti degli altri (Cortina 2006).


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“Se l’Ue ci boccia finiremo in Medio Oriente”


Una conversazione con Ferai Tinc, columnist di Hurriyet

Il “nodo Cipro”, il rapporto fra governo e militari e le trattative con Bruxelles. La Turchia attraversa un momento nevralgico della sua storia sia per quanto riguarda la politica interna sia quella estera. Un processo del quale l’Unione Europea rischia di perdere passaggi essenziali, necessari da comprendere per un sereno proseguimento dei negoziati di adesione. Questo paese in piena crisi politica e sempre più euro-scettico si avvia ora alle urne, per eleggere il nuovo governo che condurrà i negoziati di ingresso per i prossimi 5 anni. Ferai Tinc, uno dei più noti columnist del quotidiano turco Hurriyet, spiega come la Turchia stia cambiando e come dovrebbe evolvere il dialogo fra Oriente e Occidente.
Un'intervista di Marta Federica Ottaviani.


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Le strategie di Erdogan


Marta Federica Ottaviani

Questa volta si gioca il tutto e per tutto. Recep Tayyip Erdogan, 54 anni e originario di Rize, è deciso a riconquistare la netta maggioranza in Parlamento, la stessa con cui, dal novembre 2002, ha governato il Paese praticamente senza l’appoggio delle altre forze politiche. Il suo Akp, il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo, di orientamento islamico-moderato, esce da cinque anni al potere e con una politica che ha dato i suoi risultati migliori soprattutto nel campo economico e estero. Il voto è fissato per il prossimo 22 luglio, dopo un mese, quello di maggio, segnato da una profonda crisi politica e uno scontro aperto fra parte laica e islamica del Paese.


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“Ma lasciate parlare Tariq Ramadan”


Ayaan Hirsi Ali con Daniele Castellani Perelli

In questi mesi un vivace dibattito sviluppatosi sulla stampa internazionale e sulla rivista Signandsight.com domandava: l’Occidente dovrebbe sostenere musulmani moderati ma controversi come Tariq Ramadan, popolare nipote del fondatore dei Fratelli musulmani, oppure dissidenti islamici come Ayaan Hirsi Ali, che da anni denuncia i crimini commessi sulle donne in nome dell’Islam e che ha scritto la sceneggiatura del provocatorio film Submission di Theo Van Gogh? I due intellettuali si conoscono e non si sopportano. Ma oggi, mentre la destra italiana riprende ad attaccare Ramadan, l’ex rifugiata somala lo difende.


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Le riforme cosmetiche e i fremiti dell’opposizione


Massimo Campanini

La società egiziana è percorsa da fremiti di ribellione. Ma anche se alle elezioni del 2005 ha subito una netta battuta d’arresto, il Partito nazionale democratico può sempre più dormire sonni tranquilli. Gli emendamenti costituzionali rafforzano l’esclusione dei partiti religiosi, e confermano la natura autoritaria del regime – scrive Massimo Campanini, professore dell’Università Orientale di Napoli e autore tra l’altro di Storia del Medio Oriente (Il Mulino 2006) e di Storia dell’Egitto contemporaneo (Edizioni Lavoro 2005) – Tuttavia il livello della libertà di stampa rimane significativo, la magistratura indipendente, e la società civile vivace e aperta.


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“Nessuna religione ha la verita’ in tasca”


Abd Al Wahid Pallavicini, presidente del Co.Re.Is, intervistato da Federica Zoja

Nell’ambito della XIXª Conferenza internazionale del Supremo concilio per l’Islam, organizzata dal ministero egiziano per gli Affari religiosi, al Cairo dal 26 al 31 marzo, ResetDoc ha incontrato lo Sheikh Abd Al Wahid Pallavicini, presidente della Comunità religiosa islamica (Co.Re.Is) italiana, che ha partecipato all’incontro. Un intervento seguito con attenzione, il suo, a tratti percepito da alcuni colleghi come teologicamente ardito. “E’ necessario accettare le differenze tra le varie rivelazioni dell’unico Dio e riconoscere le loro verità relative: ‘relative’ non nel senso di una dittatura del relativismo, ma rispetto alla verità ‘assoluta’”, ha dichiarato Pallavicini.


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Quello che il Vaticano non sa della ragione islamica


Abdolkarim Soroush

Estrarre norme universali dal cuore della “ragione assoluta” e ritenerle applicabili a tutti i popoli di tutte le epoche è diventato oggi più difficile che mai. L’umanità è arrivata a un pluralismo e a un relativismo sano e benefico, il cui frutto è la modestia e il rifiuto di ogni dogmatismo – scrive Abdolkarim Soroush, grande filosofo iraniano, attualmente Isim Visiting Professor alla Vrije Universiteit di Amsterdam – Dei tre nemici della ragione (rivelazione, amore e rivoluzione) il più spietato è il terzo. Nelle rivoluzioni onnicomprensive, che non hanno né la bellezza dell’amore né la sacralità della rivelazione, possiamo solo cercare rifugio in Dio, perché esse rubano alle persone sia la vita che la ragione.


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"Il rischio e' che scoppi una guerra quasi per caso"


Una conversazione con Gary Sick, ex consigliere alla Casa Bianca

Non ha parole tenere verso l’amministrazione Bush, Gary Sick. L’ex consigliere per la sicurezza nazionale dei presidenti Ford, Carter e Reagan, alla Casa Bianca era l’uomo più ascoltato durante la crisi degli ostaggi con l’Iran. Definisce “provocazioni” azioni come l’arresto degli iraniani in Iraq da parte americana, e confessa la sua paura: “C’è il rischio che scoppi una guerra quasi per caso”. Per Sick, che insegna alla Columbia University e ha scritto due libri sull’Iran, Bush sbagliò a inserire Teheran nell’“asse del male” e sbaglia oggi a non seguire i consigli del rapporto Baker. Il professore ricorda che “i democratici sono più o meno sulle stesse posizioni dei repubblicani”, e infine ripercorre la storia dei rapporti tra i due paesi dalla crisi degli ostaggi a oggi: “Per tutti questi anni abbiamo assistito a una sorta di guerra fredda, ma l’Iran una volta era nostro alleato”. Un'intervista di Daniele Castellani Perelli.


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“La religione? Marginale nel dialogo tra culture”


L’analista politico egiziano Sayed Yassin con Giancarlo Bosetti

“La società egiziana registra una progressiva interazione tra le prospettive laica e liberale da un lato e religiosa dall’altro, soprattutto dopo il successo riscosso da 88 membri, o giù di lì, della Fratellanza Musulmana nel Parlamento egiziano. Ecco perché ritengo che secolarismo e religione non siano molto rilevanti ai fini del dialogo interculturale – afferma Sayed Yassin, ex direttore dell’Al-Ahram Centre for Political and Strategic Studies e professore di Sociologia politica al National Center for Social and Criminological Research del Cairo –. L’Olocausto? È un fatto storico. Ma come può un Paese libero rivendicare totale libertà di espressione e, al tempo stesso, promulgare un codice penale che criminalizza chiunque metta in discussione l’Olocausto?”.


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“Intellettuali come Hirsi Ali fanno il gioco dei mullah”


Shirin Ebadi, premio Nobel per la Pace 2003, intervistata da Daniele Castellani Perelli

Quanti sostengono che l’Islam non è compatibile con la democrazia e i diritti delle donne, come Ayaan Hirsi Ali, ex rifugiata somala ora negli Usa e sceneggiatrice del film “Submission” di Theo Van Gogh, “non fanno che giustificare i governi islamici non-democratici”. Lo dice Shirin Ebadi, avvocatessa iraniana e premio Nobel per la pace nel 2003, che in visita in Italia ha chiesto alle femministe italiane di aiutare le donne iraniane, dopo l'arresto di 32 manifestanti avvenuto il 4 marzo a Teheran ("Aiutare le donne ad affermare i loro diritti è il sistema migliore per aiutare la democrazia ad affermarsi").


India, passato e futuro all’insegna del pluralismo


Emanuela Magno

Disparità sociali, povertà, istanze nazionaliste e fondamentalista fanno in India da contrappunto spinoso a un solido assetto politico laico e democratico. Pluralismo e dialettica in questo contesto non rappresentano semplicemente le possibili categorie ermeneutiche attraverso cui interpretare il presente dell’India alla luce del suo articolato passato e della sua multiforme tradizione culturale, ma esprimono anche, come ha sottolineato Amartya Sen, le risorse, le eredità culturali attraverso cui l’India contemporanea può realizzare la sua piena emancipazione democratica


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Erevan, Ankara, Bruxelles: un dialogo necessario


Francesco Anghelone

La Turchia ha la necessità e l’interesse politico ed economico a far sì che la questione del genocidio armeno sia, una volta per tutte, consegnata alla storia. La esigenza di normalizzare i rapporti con l’Armenia deriva anche dall’importanza che l’Europa assegna alla regione caucasica. Il problema principale che coinvolge il governo di Erevan sul piano internazionale è invece il contenzioso per il Nagorno-Karabakh con l’Azerbaigian. Ankara, assieme all’Ue, potrebbe svolgere un ruolo importante per giungere a una soluzione della crisi, ma per il momento tiene ancora chiuse le frontiere con l’Armenia, arrecandole gravi danni economici.


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Ian Buruma, l’Euroislam e i fondamentalisti dell’Illuminismo


Un dibattito internazionale

Nel suo ultimo libro l’intellettuale olandese Ian Buruma ha mosso alcune obiezioni verso Ayaan Hirsi Ali, rifugiata somala e sceneggiatrice del discusso film di Theo van Gogh “Submission”. Timothy Garton Ash si è detto d’accordo, si è chiesto quanto il successo della giovane dipenda dalla sua bellezza, e l’ha definita una “fondamentalista dell’Illuminismo”. Ne è nata una polemica che ha fatto il giro del mondo, con il filosofo francese Pascal Bruckner che ha preso le difese di Hirsi Ali. Insulti e frecciatine personali a parte, il dibattito ha avuto il merito di porre una questione centrale: che ruolo può e deve avere la religione islamica nel futuro dell’Europa? Un articolo di Daniele Castellani Perelli.


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L’Occidente accecato dall’ideologia della secolarizzazione


Alessandro Ferrara

In Occidente il fenomeno religioso, che oggi crediamo viva una sorta di revival, in realtà non è mai scomparso. Abbiamo trascurato questo fatto perché siamo stati accecati dall’ideologia della secolarizzazione. Per correggere questo malinteso, Jürgen Habermas ha adottato il termine post-secular society e John Rawls ha coniato l’espressione political liberalism. Rawls ci invita anche a non confondere “ragione pubblica” e “ragione secolare”. Essendo neutrale dal punto di vista religioso ma non secolarista in maniera militante, la ragione pubblica appare equidistante da tutte le forme di ragione. Il suo standard interno è la “ragionevolezza”, – scrive Alessandro Ferrara, professore di filosofia politica all’Università di Roma Tor Vergata – la capacità di riconoscere il dato di fatto del pluralismo.


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La societa' aperta davanti alla sfida del revival religioso


Giancarlo Bosetti

Le differenze sono sotto i nostri occhi, e non dobbiamo avere il timore di affrontarle. Esistono ad esempio delle parole controverse, che sono in grado di accendere contrasti. Una di esse è “secolarismo”, o “laicità”. Come possiamo ribattere alla pretesa, da parte del mondo religioso, di una maggiore influenza nella vita pubblica? Quali difficoltà comporterebbe l’ipertrofia del fenomeno religioso nei diversi Paesi del mondo, dalle realtà dell’immigrazione in Europa in seguito alle varie diaspore, alle tradizionali comunità europee, agli Usa?


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La contrapposizione tra laicita' e Islam non esiste


Abdou Filali-Ansary

“Oggi sembra che in seno al mondo musulmano l’idea dell’accettazione della laicità sia estremamente remota. È come se l’insieme della società, sulla base di profonde convinzioni, rivendicasse una certa forma non dico di teocrazia, ma senz’altro di moralizzazione della vita pubblica”. Le parole di Abdou Filali-Ansary, direttore dell’Istituto per gli studi delle civiltà musulmane all’università Aga Khan di Londra. Direttore e fondatore della rivista marocchina di libri “Prologues”, è autore di numerose opere sulla tradizione riformista nel mondo islamico, tra le quali L’Islam est-il hostile à la laïcité? (2002) e Réformer l’Islam? - Une introduction aux débats contemporains (2003).


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Islam e democrazia: una terza via


Fred Dallmayr

Quanti sostengono che la democrazia sia incompatibile con l’Islam sottolineano come essa trasferisca alla gente la sovranità che appartiene a Dio. Secondo altri, la democrazia è risorsa imprescindibile e l’Islam, o la religione in genere, vanno ridimensionati nella sfera privata del singolo. E’ possibile una terza via? Sì. È all’interno della società civile che alla religione può e deve essere garantita la libertà di espressione e di movimento. Il discorso tenuto a Rabat dal professor Fred Dallmayr, che insegna filosofia politica e studi internazionali all’Università di Notre Dame (Indiana). I suoi ultimi libri sono Dialogue among civilizations (2002) e Small wonder: global power and its discontents (2005).


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“Ecco perche' l'intervento americano e' profondamente rischioso”


L’esperto di Somalia Ken Menkhaus con Daniele Castellani Perelli

Quanti lo dipingono come uno scontro di civiltà vogliono solo fare propaganda o servire i propri interessi, perché la guerra in Somalia “ha molto più a che fare con la geopolitica che con la religione o la civiltà”. In questa intervista Ken Menkhaus, professore associato di scienze politiche al Davidson College (North Carolina) ed ex consigliere speciale della missione Onu in Somalia, spiega che l’intervento americano è profondamente rischioso: “Perché così lega direttamente gli Usa con il coinvolgimento etiope. Se va male, la popolazione somala considererà gli Stati Uniti direttamente responsabili per l’impatto di lungo termine di quell’azione".


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Gli interessi geopolitici nel ‘bush’ africano


Una conversazione con l’africanista Giampaolo Calchi Novati

“Da una parte l’Etiopia si è prodigata negli ultimi anni per proporsi come l’alleato più fidato, credibile e militarmente efficiente degli Stati Uniti. Dall’altra Arabia Saudita ed Egitto non possono perdere il contatto con le forze islamiche della regione. Difficile parlare di legalità nel Corno d’Africa e nel mondo di oggi”. Così Giampaolo Calchi Novati, uno dei maggiori africanisti italiani, commenta il conflitto in Somalia.


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E se la Cina riscoprisse Marx?


Marshall Berman

Il governo cinese di oggi sembra ostinato come quello di ieri nel tenere serrate le porte alla democrazia e ai diritti umani. Ma è riuscito brillantemente ad aprire l’economia della nazione e a permettere alla Cina di partecipare alla vita economica globale. È soltanto ora, quindi, mentre la Cina attraversa uno sviluppo drammatico ed esplosivo, che il ragionamento di contraddizione di Marx può offrire una potente prospettiva critica della sua vita reale. È paradossale invece che, per decenni, una parodia del marxismo sia stata imposta su una Cina retrograda e contadina che non avrebbe potuto digerirla.


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"Il villaggio globale ha portato individualismo e cosmopolitismo"


Una conversazione con Minxin Pei

“La civiltà cinese oggi sa guardare di più fuori da sé, ed è diventata più materialista e più individualista. E’ il risultato dell’integrazione nel sistema globale e della influenza dell’economia di mercato, che enfatizza individualismo, materialismo e cosmopolitismo”. Minxin Pei è il direttore del China Program al Carnegie Endowment for International Peace di Washington, e non pensa che la Cina sia una minaccia per l’Occidente: “Il successo della Cina sarà un grande vantaggio per l’Occidente”. Un’intervista di Daniele Castellani Perelli.


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"Il paese piu' anti-islamico del mondo"


Federico Rampini con Daniele Castellani Perelli

“Il recupero del confucianesimo vuole arginare un gigantesco riflusso nel privato, e colmare il grande vuoto lasciato dal maoismo”. Quel poco che l’Italia sa della Cina di oggi è soprattutto merito di Federico Rampini. Già corrispondente da Parigi, Bruxelles e San Francisco, l’occhio globale di uno dei più grandi giornalisti italiani si è spostato da qualche anno a Pechino, da dove racconta la Cina per il quotidiano la Repubblica. Su una possibile alleanza tra Cina e Islam, l’autore de Il secolo cinese, L'impero di Cindia e del recente L'ombra di Mao (Mondatori), in questa intervista spiega: “Non esiste paese più anti-islamico della Cina”.


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Filosofia al teatro Eliseo, 1 dicembre, con Ezio Mauro e Timothy Garton Ash


Il primo dicembre,il teatro Eliseo di Roma ospiterà il secondo incontro della serie "Le parole del Dialogo". Lo storico di Oxford, scrittore e commentatore di Guardian e Repubblica Timothy Garton Ash spiegherà la parola "Libertà", mentre il direttore di Repubblica Ezio Mauro parlerà della parola "Stereotipi". Prenderanno parte all'incontro anche Lo scrittore algerino Amara Lakhous e gli artisti Ursula Biemann, Gianluca e Massimiliano De Serio. Condurrà Giancarlo Bosetti.


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Le parole incandescenti


Giancarlo Bosetti

A Rabat le giornate mondiali della filosofia. Su alcuni concetti fondamentali, come laicità, democrazia, o libertà non c' è affatto concordia multiculturale. La star è Mohammed Abed Al-Jabri: autore di una vasta critica della “Ragione araba” e fautore del dialogo, ha descritto la dinamica che ha messo i vestiti dell' Islam ai movimenti radicali del mondo arabo. Tratto da La Repubblica.


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Filosofia al teatro Eliseo, 24 novembre, presentazione del nostro sito


Il 24 novembre il nostro sito verrà ufficialmente presentato a Roma, al Teatro Eliseo. Due grandi filosofi musulmani - entrambi riformisti e secolari - discuteranno di Islam, laicità e umanesimo: l'algerino Mohammed Arkoun spiegherà la parola "Umanismo", mentre l'iraniano Abdulkarim Soroush parlerà della “Ragione". Ne dibatteranno con Giuliano Amato, Giancarlo Bosetti, Renzo Guolo e Nadia Urbinati.


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Le ragioni di un Lessico


Giancarlo Bosetti

Il Lessico di Reset DoC potrà generare domande e facilitare risposte per tutti quelli che lavorano nei settori della società più sensibili al tema. Ci concentreremo su tutti gli aspetti della vita sociale e della discussione intellettuale interessati alla dimensione del rapporto con la differenza, con particolare attenzione alla capacità del pensiero di gettare ponti verso dimensioni diverse da sé, di superare distanze e barriere, di superare conflitti pensandone la soluzione anche in condizioni difficili, di sconfiggere il fanatismo, di gestire il risentimento e la fuoruscita da croniche situazioni di guerra.


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Giornata della Filosofia dell’Unesco, Reset Dialogues in Marocco


Istituita nel 2002 dall’Unesco, l’agenzia culturale delle Nazioni Unite, la giornata della Filosofia ha celebrato quest’anno il quinto anno. Il Marocco ne ha ospitato l’evento principale a Rabat, dal 15 al 18 novembre, e anche Reset DoC vi ha preso parte, organizzando la tavola rotonda «Revival religiosi e società aperta» con il Ministro Giuliano Amato, gli intellettuali Sadik Al-Azm,  Abdou Filali-Ansary, Fred Dallmayr, Giancarlo Bosetti, Alessandro Ferrara, Sebastiano Maffettone e Nina zu Fürstenberg.


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Il dialogo contro un mondo unipolare


Raffaele Marchetti

Cristiani, indù, ebrei, musulmani e persone aderenti ad altre fedi e ad altre visioni del mondo si sono riuniti tutti insieme per parlare di se stessi e, così, conoscersi meglio. E' stato questo in sostanza il quarto World Public Forum-Dialogue of Civilizations (WPF) che si è svolto nell’isola greca di Rodi dal 27 settembre al 1 ottobre 2006. Il WPF riconosce nel discorso sulle civiltà un elemento chiave per comprendere e migliorare gli affari internazionali, e identifica due nemici ideologici: la cosiddetta globalizzazione  neoliberale, con la con la sua tendenza uniformante che dimentica le differenze culturali, e la teoria dello scontro di civiltà.


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“Un attacco all’Iran? I governi sunniti ne sarebbero segretamente felici”


L’autore iraniano-americano Vali Nasr con Daniele Castellani Perelli

Nel dicembre 2004 il re di Giordania parlò del minaccioso emergere della “mezzaluna sciita”, quell’arco che da Damasco arrivava a Teheran passando per la nuova Bagdad. Oggi, con la popolarità di Hezbollah all’apice, quella profezia è sempre più vera, e rappresenta una minaccia anche per i governi sunniti. “Dal Bahrein all’Iraq assistiamo al revival sciita, e Moqtada al Sadr a Bagdad si sta ispirando proprio al modello di Hezbollah”, ci dice da Los Angeles Vali Nasr, giovane studioso iraniano-americano che sta facendo parlare di sé con il suo recente “Revival sciita”, un libro ottimamente recensito da New York Times e Washington Post.


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Istanbul, l'EuroIslam fa autocritica


Joerg Lau

Per ricordare gli attentati del 7 luglio 2005, quest’anno il governo britannico ha riunito a Istanbul i maggiori esponenti del’Islam europeo. Un dibattito franco e (sorpresa) ferocemente autocritico. “Dobbiamo criticare, nel nostro stesso interesse, la violenza domestica, i matrimoni combinati e l’ineguaglianza tra uomo e donna – ha attaccato ad esempio il discusso Tariq Ramadan – Gli europei hanno buone ragioni per avere paura, quando viene loro mostrato cosa combinano i musulmani”. Ne è nato un manifesto contro il terrorismo fondamentalista.


Le delusioni e i dilemmi dell'Occidente


Daniele Castellani Perelli

L’Occidente e il rebus di Teheran. Come evitare il clash delle civiltà? Ci sono alternative alla minaccia bellica? Su invito della nostra associazione Reset DoC, ne hanno discusso al Centro Studi Americani di Roma il ministro degli Interni Giuliano Amato e alcuni studiosi di livello internazionale. “Non possiamo non far sentire la nostra voce solo per paura di nuocere alla diplomazia, non possiamo essere più kissingeriani di Kinssinger”, ha lamentato Amato. “Dobbiamo sperare in un 25 luglio iraniano”, ha spiegato lo studioso Renzo Guolo. Ma dall’incontro è sembrato che l’Occidente, in questa crisi, sia sempre più debole.


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Quei musulmani che dissentono


Daniele Castellani Perelli

Per l’immagine dell’Islam nel mondo, i video in cui vengono tagliate le gole degli ostaggi sono peggio delle vignette danesi. Ha avuto il coraggio di dirlo il direttore di un giornale giordano, ed è stato licenziato. Ora un’associazione di musulmani francesi si ribella contro i fondamentalisti islamici, con il manifesto “Per la libertà d’espressione”, apparso sulla stampa francese e pubblicato in America da Dissent. “Noi crediamo che tutte le contraddizioni del mondo musulmano, quelle passate e quelle presenti, dovrebbero essere affrontate apertamente – scrive Tewfik Allal, autore della denuncia – Un giorno l’esperienza della libertà, come dice Salman Rushdie, ‘romperà la porta della prigione’”.


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Al di là dello scontro delle intolleranze


Ramin Jahanbegloo

Oggi non ci troviamo di fronte a uno scontro di civiltà, ma a uno scontro di intolleranze, secondo Ramin Jahanbegloo. E cos’è l’intolleranza? “Anzitutto l’incapacità o l’indisponibilità a vivere qualcosa di diverso”. “Dobbiamo incoraggiare le forze d’opposizione a aderire ai valori della moderazione, della tolleranza e della non violenza”, chiede questo giovane e coraggioso professore dell’Università di Teheran, membro del comitato scientifico di Reset Doc. Un uomo che è stato appena arrestato, in Iran, per le sue idee pacifiche, liberali e democratiche.


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Cosa pensiamo, cosa vogliamo


Reset Dialogues

Quali sono gli obiettivi di Reset Doc? Cosa vogliamo? Invochiamo condizioni di parità nel dialogo interculturale, e ci rifiutiamo di considerare le due parti come blocchi. Proveremo ad andare al di là di Orientalismo e Occidentalismo, al di là dei rispettivi pregiudizi, per iniziare un vero dialogo tra Occidente e Oriente. Questo è un resoconto scritto dopo la conferenza internazionale tenuta al Cairo dal 4 al 6 marzo 2006.


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Come vincere la paura


Jörg Lau

“E’ prioritario avviare un dialogo autentico. Ma come si trova il tono giusto, al di là di accuse prevenute e falsi riguardi? Questioni non meno significative di queste hanno posto ai propri ospiti Giancarlo Bosetti e Nina zu Fürstenberg, promotori della conferenza del Cairo e responsabili di Reset”. Ecco come il settimanale tedesco Die Zeit ha raccontato il convegno che Reset-Doc ha tenuto al Cairo all’inizio di marzo.


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Civiltà in dialogo vs discorsi di guerra


Fred Dallmayr

Esiste un rimedio contro “gli scontri di civiltà. E’ il dialogo interculturale, “l’antidoto agli scontri di civiltà e alle guerre del terrore”: Professore all’Università di Notre Dame (Indiana USA) e membro del comitato scientifico di Reset-Doc, Dallmayr scrive che oggi “si parla troppo di ‘guerra’ e di ‘missione’, e c’è un enorme deficit di civiltà o di dialogo interculturale o ‘dialogo di civiltà’”. “Possiamo avere una civiltà globale, anziché una guerra civile globale? – chiede – Una ‘città virtuosa’ globale nel senso di Alfarabi, anziché una politica globale dominata dai signori della guerra?”. Una sfida che vale per tutti.


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''Tracciamo una linea tra religione e politica''


Mohamed Salmawy con Giancarlo Bosetti

Quali dovrebbero essere i partner del dialogo tra Occidente e Oriente? “Le due società civili, che stanno affrontando lo stesso problema, l’intrusione della religione nella vita quotidiana. Altrimenti non potremo coesistere”. Mohamed Salmawy si considera un intellettuale “civile” (“secolare”, in termini occidentali) e dice che l’Egitto è più secolare degli altri stati arabi e musulmani, ma meno secolare di quelli occidentali. Il presidente degli scrittori egiziani ammonisce che, anche se “l’Egitto non è mai stato uno stato religioso”, “è vero che la linea tra religione e politica non è più distinta come una volta, e anche l’Occidente soffre dello stesso malessere”.


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''Il problema non è l'Islam. E' la politica''


Hassan Hanafi con Giancarlo Bosetti

“E’ colpa del conservatorismo politico se le nostre società sono oggi conservatrici, non è colpa dell’Islam”. Hanafi, professore di filosofia all’Università del Cairo, rappresenta, nel dibattito odierno, un orgoglioso punto di vista arabo e musulmano. Il filosofo egiziano spiega come l’Islam può (dovrebbe) essere interpretato come un fattore di promozione del cambiamento sociale, del liberalismo e del secolarismo: “L’Islam può rappresentare un valore aggiunto per gli europei – conclude – E il Mediterraneo può svolgere un ruolo chiave nel superamento dell’Occidentalismo e dell’Orientalismo”. Hanafi è membro del comitato scientifico di Reset-Dialogues on Civilizations.


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Fratelli musulmani pronti alla svolta liberale


Mohammed Habib con Federica Zoja

In Egitto gli Ikhwan muslimun si muovono, e continuano a stupire gli osservatori. Dopo aver ottenuto 88 seggi alle elezioni politiche dello scorso novembre, ora propongono una piattaforma politica degna di una destra liberale europea. La parola al vice presidente del movimento, punta di diamante di quella corrente moderata che sembra aver preso le redini della Fratellanza e che chiede tra l’altro “democrazia, separazione fra Stato e religione, modifica della Costituzione”


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La crisi di Teheran nelle mani dell'Europa


Terence Ward con Daniele Castellani Perelli

“La questione del nucleare di Teheran è nelle mani dell’Europa”. Cosmopolita e poliglotta, Terence Ward è uno scrittore americano cresciuto in Arabia Saudita e in Iran. Alla sua vita di americano in Iran ha dedicato un romanzo di grande successo, applaudito dalla migliore stampa americana. “I nostri media descrivono la stessa immagine dell’Iran che vuole comunicare il regime di Teheran – dice Ward, molto severo verso Bush – E così pare che i nostri ayatollah lavorino insieme ai loro ayatollah”.


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Se la libertà diventa un'arma d'offesa


Fred Dallmayr

Sono tempi oscuri e pericolosi. Ovunque ci si volti si trova rancore, astio e animosità in abbondanza. La situazione è chiaramente illustrata dalla rivolta contro le vignette pubblicate in Danimarca.


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Giuliano Amato: ''Il dialogo, antidoto per scontri e pregiudizi''


Daniele Castellani Perelli

“Abbandoniamo i vecchi stereotipi”, ha detto Giuliano Amato al Cairo, dove ha partecipato alla conferenza di Reset-Doc Al di là di Occidentalismo e Orientalismo: “Occidente e Oriente devono prendere coscienza dei propri difetti”. “La battaglia non è persa – ha concluso l’ex primo ministro italiano e vice-presidente della Convenzione europea – Credo sia arrivato il momento di chiamare tutti alle proprie responsabilità. Le religioni, la politica, e i media: consolidare e amplificare gli stereotipi non è senza conseguenze”.


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Guerra al terrorismo, gli equilibrismi dello Yemen


Daniele Castellani Perelli

Centosettantadue persone accusate di far parte di al Qaeda. Il governo è alleato degli Usa, ma, come in Egitto, la popolazione è antiamericana. Il giallo dei 23 prigionieri scappati dal carcere: lasciati fuggire perché tornassero nel network del terrore, o perché cadessero nelle mani della Cia?