Teheran 1981, quegli ebrei nella “città delle rose”
Francesca Giorgi
20 Settembre 1981. Isaac Amin viene portato via a forza dal suo ufficio di Teheran da due Guardiani della Rivoluzione. Lo accusano di essere una spia sionista, ma le sue vere colpe agli occhi degli Ayatollah, i nuovi padroni dell’Iran, sono altre: appartenere a una famiglia ebrea ed essersi arricchito, col suo lavoro di orefice, anche grazie alla popolarità acquisita presso la classe dirigente del vecchio regime. La sua storia, frutto di fantasia eppure così simile a quella di tanti realmente vissuti, è narrata ne La Città delle Rose (Edizioni Piemme, 2008, Euro 16,50), opera prima della giovane scrittrice iraniana Dalia Sofer e segnalata dal New York Times fra le migliori pubblicazioni dello scorso anno.
Isaac ha una moglie, Farnaz, e due figli: Shirin, nove anni e Parviz, diciotto. Dopo l’arresto dell’uomo, la vita di ciascuno dei quattro membri della famiglia Amin è sconvolta e travolta dagli eventi, raccontati, in un gioco suggestivo di alternanze e sovrapposizioni, attraverso i loro rispettivi sguardi. Così, Isaac inizia il suo calvario all’interno del carcere, fra lunghi interrogatori e dolorose torture, assistendo alla morte di molti compagni: lo tengono in vita unicamente il pensiero della sua famiglia, e il desiderio di non lasciare questo mondo senza averla prima riabbracciata. La scomparsa del marito sorprende Farnaz in un’aspettata e ignota solitudine, dopo una vita passata insieme, e la ricerca di notizie sulla sorte di Isaac la costringe a ri-conoscere sé stessa, a fare un bilancio del suo passato, a confrontarsi con un matrimonio in crisi che nella lontananza forzata riacquista l’originale valore.
Shirin è una bambina vivace e intelligente, condannata dalle nuove circostanze all’emarginazione e allo scherno dei coetanei. Inizia ad accusare un continuo malessere fisico, a proiettare su di sé l’inquietudine e la freddezza della madre, a pensare la sua vita in un eterno presente. L’unica persona con cui riesce a mantenere un rapporto di amicizia è, paradossalmente, Leila, figlia di un Guardiano della Rivoluzione. In casa sua Shirin trova dei fascicoli riguardanti persone sottoposte a sorveglianza: con l’incoscienza di cui solo i bambini sono capaci, ne ruba alcuni e li nasconde in giardino...Parviz studia architettura a New York e vive da lontano, quasi inconsapevolmente, il dramma della sua famiglia. Ciò che più lo tocca è l’interruzione dei finanziamenti da parte loro: senza un soldo e pieno di debiti, il giovane è costretto ad accettare il lavoro di aiutante presso la bottega del suo padrone di casa, un ebreo ortodosso che confeziona cappelli. Nel suo cuore la rabbia per la nuova condizione e la nostalgia per l’Iran si mescolano presto all’attrazione nei confronti di Rachel, figlia del suo affittuario. La religiosità della famiglia della ragazza si rivelerà, tuttavia, un muro troppo alto per Parviz.
Alla fine, Isaac riesce a comprare la libertà dai suoi aguzzini, e dopo esattamente un anno dal suo arresto, lui, Farnaz e Shirin lasciano l’Iran: una fuga che sa di sconfitta e umiliazione estrema, per chi sa che mai amerà un altro luogo allo stesso modo, né mai potrà chiamarlo “casa”. Pur essendo un romanzo, il libro ha un forte sapore autobiografico: proprio come Shirin, anche Sofer fuggì con la sua famiglia dall’Iran nel 1982, quando aveva dieci anni, dopo che a suo padre era toccata una sorte simile a quella di Isaac. “La Città delle Rose” non è però un libro sulla memoria, bensì, indiscutibilmente, un libro sul dolore: fisico, intellettuale, spirituale o morale, esso appare, insieme alla capacità di amare, ciò che accomuna veramente tutti gli esseri umani. La sofferenza dei protagonisti si spiega e si specchia continuamente in quella di coloro che gliela infliggono, per i quali gli Amin rappresentano le scorie di un regime ingiusto e violento da spazzare via. E non importa che le colpe dei singoli non siano provate, e che anzi Isaac abbia mantenuto nella sua vita una condotta esemplare: egli si è arricchito e ha prosperato mentre altri soffrivano nell’indigenza, e ora costoro reclamano il loro momento, e pretendono vendetta.
Sorprende, tuttavia, nel libro, l’assoluta mancanza di un giudizio da parte dell’autrice: nessuno dei personaggi antagonisti, neppure il torturatore di Isaac, appare al lettore un mostro assolutamente cattivo. Sofer non vuole condannare ma raccontare, rendere visibile una vicenda di esseri umani simile a tante altre, in ogni luogo e in ogni tempo, che basta a se stessa per mostrare l’orrore della guerra, della violenza, dell’illusione generata e manipolata dalla menzogna. Da qui l’uso di uno stile semplice ma efficace, in cui ogni parola affonda inesorabilmente nella carne del lettore senza bisogno di descrivere l’orrore nei particolari, perché ciò che si intuisce è già sufficiente all’immaginazione per esserne ferita. L’uso del tempo presente e della terza persona contribuiscono all’immedesimazione del lettore, che si ritrova letteralmente trasportato nel racconto e finisce per rimanere intrappolato fra le sue trame, incapace di lasciar soli i personaggi fino all’ultima pagina. A Sofer il merito di aver riportato all’attenzione un tema importante, senza alcuna presunzione intellettuale, ma con la semplicità propria di chi ha deciso, coraggiosamente, di ripercorrere un cammino doloroso.
6 May 2008
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