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Politica e democrazia nell’arcipelago Islam

Daniele Castellani Perelli

Visto che sull’Islam si fa sempre una certa confusione, Massimo Campanini e Karim Mezran hanno scritto un libro che mette subito in chiaro una cosa: un conto è al Qaeda e il terrorismo islamico, un conto sono le forze politiche islamiche democratiche, che stanno emergendo sempre più in Medio Oriente e che rappresentano la vera speranza della regione. In Arcipelago Islam (Laterza 2007, pagine 210, euro 18), il professore dell’Orientale di Napoli e il direttore del centro studi americani di Roma raccontano gli ultimi due secoli dell’evoluzione politica, sociale e dottrinaria dell’Islam, sottolineando il carattere plurale della religione e del mondo musulmano.


Gli autori ricordano che dalla lettura del Corano non è possibile “dedurre alcun progetto costituzionale o di gestione politica”, e che, salvo eccezioni, potere politico e potere religioso sono sempre stati separati nel mondo arabo-islamico. Nella panoramica sul riformismo moderno, gli autori sottolineano come ci sia stato un tempo, tra il 1860 e il 1870, in cui “gli intellettuali arabi e islamici reagirono con grande entusiasmo alla modernità” e al modello occidentale, grazie soprattutto al fascino esercitato dalla tecnologia e dall’efficienza amministrativa e militare europea. Poi qualcosa cambiò. L’occupazione coloniale fece crollare il mito del modello occidentale, e “ciò condusse all’emergere di quei movimenti che sono stati variamente chiamati fondamentalisti, islamisti e relativi all’Islam politico”. Una lezione che pare di grande attualità, visto che anche oggi si potrebbe dire che una delle ragioni del ritorno dell’Islam politico è la caduta del mito occidentale (soprattutto americano) nella regione mediorientale.

Campanini e Mezran raccontano come ogni paese arabo-islamico abbia avuto una storia tutta sua, e che tuttavia, semplificando, si può dire che un po’ ovunque il ritorno dell’Islam politico avvenga in due direzioni: quella del terrorismo, con l’evoluzione del network qaedista, e quella democratica, con la partecipazione di formazioni islamiche alle elezioni nazionali (non di rado coronata da successo). Su al Qaeda il giudizio degli autori è rassicurante: “Di fatto, le organizzazioni jihadiste e qaediste non sono (almeno finora) riuscite a fare breccia nell’opinione pubblica maggioritaria islamica. E non ci riusciranno nemmeno nel futuro, a meno che l’Occidente non persegua ulteriori politiche avventuristiche e aggressive, come le guerre di Bush dei primi anni Duemila. L’11 settembre appare più come un colpo di coda di un’idra che risponde al suo isolamento politico e strategico con azioni sanguinose, eclatanti, ma senza futuro che non la riuscita prova di forza di un movimento popolare, radicato e vitale”.

Il popolo arabo, vera vittima dello stragismo fondamentalista, sta invece sempre più con quei movimenti popolari come i Fratelli musulmani egiziani (cui è dedicato un lungo excursus del libro) o il partito di Giustizia e Sviluppo marocchino. Movimenti che gli stessi autori, nonostante la simpatia, definiscono “conservatori”, ma che sono essi stessi oggetto dell’ira qaedista. “E’ opportuno che si favoriscano i processi di sviluppo ed espansione della società civile”, scrivono gli autori, avvertendo però che ormai da un trentennio, dalla caduta dei miti del secolarismo nasseriano e del socialismo militare rivoluzionario, è in atto una “profonda e diffusa neoislamizzazione” in quelle società civili. Di questo non si può non tenere conto, se si parla di democrazia: “Crediamo che si debba favorire una via islamica alla democrazia, che potrà non corrispondere pienamente con i criteri della democrazia occidentale – concludono Campanini e Mezran – I musulmani devono essere aiutati a integrarsi nel mondo globalizzato, invece di essere emarginati da campagne mass-mediatiche non solo pretestuose quanto soprattutto foriere di ulteriori, reciproche radicalizzazioni”.

16 Apr 2008

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