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La macchia nera della Cina

Eva Pföstl

La crisi tibetana non è certo di buon viatico, e rileva una grande insicurezza da parte del governo cinese: il Partito Comunista non accetta che dentro la società civile vi siano movimenti organizzati, autorità alternative, non controllabili dalla classe dirigente cinese. Dagli anni ’90 è iniziata una ricerca di nuovi valori e identità, dal neoconfucianesimo al postmodernismo e alla religione. I gruppi che seguono tali credenze continuano a espandersi, in parte perché è subentrato un notevole declino della coesione del Partito Comunista Cinese. Il fatto di costringere i tibetani ad accettare condizioni pesanti potrà risolversi in uno svantaggio di lungo termine per la Cina stessa.


L’insurrezione dei monaci e della società civile tibetana rischia di rovinare la festa dei giochi olimpici cinesi: la Repubblica Popolare Cinese, nuovo attore responsabile nella governance mondiale, membro permanente del Consigli di Sicurezza ONU, della WTO, principale partner commerciale dell’Unione Europea e degli Stati Uniti, risponde con feroce repressione. Per il presidente Hu Jintao, confermato dal Parlamento cinese alla guida del Paese per i prossimi cinque anni, la crisi tibetana non è certo di buon viatico e rileva una grande insicurezza da parte del governo cinese: il Partito Comunista non accetta che dentro la società civile vi siano movimenti organizzati, autorità alternative, non controllabili dalla classe dirigente cinese.

La figura del Dalai Lama è inaccettabile, perché rappresenta un’autorità spirituale indipendente. Al di fuori del Regione autonoma tibetana, nella Repubblica Popolare Cinese si contano ca. 180 milioni di buddisti praticanti: guai se dovessi instaurarsi l’idea che la religione può diventare il tessuto connettivo di una società civile autonoma. Come è ben noto, da anni il Dalai Lama e il Governo Tibetano in Esilio si adoperano per una soluzione pacifica della “questione tibetana”. Già nell’ormai lontano 1988, a Strasburgo, di fronte al Parlamento Europeo, il Dalai Lama, rielaborando il Piano di Pace in Cinque Punti esposto nel settembre 1987 ai rappresentanti del Congresso degli Stati Uniti, ha configurato una soluzione basata sulla richiesta di una genuina autonomia per il suo martoriato paese e ha cercato, instancabilmente, di instaurare un dialogo con le autorità di Pechino. Per anni la Cina, nonostante gli sforzi del Governo Tibetano in Esilio e le pressioni costanti dell’opinione pubblica internazionale, tradottesi in numerosissime Risoluzioni del Congresso degli Stati Uniti, del Parlamento Europeo e di molti Parlamenti nazionali, compreso quello italiano, si è rifiutata di intavolare qualsiasi trattativa.

Dalla fine degli anni ‘90 in poi è aumentata però anche la pressione interna sulla Repubblica Popolare Cinese in vista della soluzione dei problemi etnici. Ciò non è solo dovuto alla capacità di ricupero delle mobilitazioni di ordine etnico in tutto il mondo, ma anche al fatto che negli anni ’90 sono intervenuti rapidi cambiamenti socio-economici. Con l’aumentare delle differenze tra livelli di reddito in senso intra- e interregionale, milioni di persone si sono riversate dalle zone rurali nelle città alla ricerca di occasioni di sostentamento, con un conseguente incremento della criminalità e dei problemi sociali. Contemporaneamente svanivano le ideologie e iniziò una ricerca di nuovi valori e identità. Tale ricerca ha assunto svariate forme, dal culto di Mao dei primi anni ’90 al neoconfucianesimo, al postmodernismo e alla religione, amalgamando ogni elemento proveniente dal buddismo e dal cristianesimo, dallo sciamanismo e dal Falun Gong.

I gruppi che seguono tali credenze continuano a espandersi, in parte perché è subentrato un notevole declino della coesione del Partito Comunista Cinese. Nel 1999 i dirigenti cinesi hanno dovuto fronteggiare una protesta senza precedenti dal 1989. 10.000 membri della setta Falun Gong si adunarono all’esterno del centro dirigenziale Zhongnanhai a Pechino. Migliaia di adepti del Falun Gong vennero in seguito arrestati, ma successivamente l’organizzazione fu in grado di indire manifestazioni in Piazza Tiananmen per mesi e mesi. Jiang Zemin ha avvertito che il Falun Gong costituirebbe per il Partito Comunista una minaccia paragonabile a quella di Solidarnósc per il Partito comunista polacco negli anni ’80. Indicò anche gli adepti di Falun Gong, i contadini e lavoratori disoccupati e gli scissionisti tra le minoranze etniche quali fattori destabilizzanti nella società.

Tutto ciò rende esitanti quegli analisti cinesi che non sono convinti circa le certezze offerte dal perseguimento eccessivo dello sviluppo economico favorito dai funzionari cinesi. Essi non credono che la stabilità a lungo termine dello stato cinese sia garantita dalla crescita. Non sarebbe affatto sicuro che i programmi volti a incrementare la ricchezza delle aree urbane attraverso la promozione del turismo, l’espansione delle infrastrutture ecc. attenui le tensioni e conduca alla pacificazione etnica cui si mira. Un barlume di dubbio ha iniziato a farsi strada tra i dirigenti cinesi sul fatto che il Tibet rappresenti solo una questione di superamento della “arretratezza” per cui i tibetani rimarrebbero schiavi della religione e non sarebbero disposti ad accettare i benefici della “civiltà avanzata”. Fino a poco tempo fa essi caratterizzavano il problema in questo modo, ritenendo che la questione tibetana non sussisterebbe se non su istigazione di “forze straniere ostili”. Solo recentemente hanno comunque riconosciuto che la questione tibetana è di natura etnica piuttosto che il risultato sui generis di residui “feudali” del vecchio Tibet e ammettono che essa è comparabile ad altre situazioni etniche problematiche.

E’ importante tenere presente che il processo di riforme politiche della Cina probabilmente conformerà qualsiasi soluzione ragionevole a lungo termine del problema tibetano e ne sarà conformata a sua volta. Infatti, il processo di riforme politiche della Cina è diventato sempre più un “ostaggio” delle sue politiche rigorose nei confronti delle sue comunità periferiche. Le politiche rigorose della Cina nei confronti delle sue comunità periferiche non hanno solo tenuto in ostaggio il processo di riforme, ma hanno plasmato anche il ruolo complessivo della Cina, dando così luogo a una preoccupazione globale. In base a un’opinione assai ragionevole, la riluttanza della Cina, in quanto membro permanente del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, a sostenere gli interventi umanitari in luoghi in cui avvengano disastri umanitari, si ricollegherebbe essenzialmente al timore che un giorno o l’altro un simile intervento possa essere diretto a una delle sue comunità periferiche, soprattutto in Tibet e a Taiwan.

Non vi è dubbio che i dirigenti cinesi attuali abbiano deciso di mantenere il potere e di non cedere porzioni di territorio. Tuttavia anche per questi dirigenti il ricorso alla mera coercizione per soggiogare il popolo tibetano non si presenta esente da difficoltà. Il fatto di costringere i tibetani ad accettare condizioni pesanti potrà risolversi in uno svantaggio di lungo termine per la Cina stessa. Come dimostrano ampiamente i recenti conflitti territoriali interni in zone quali la Cecenia, il Timor Est e il Kosovo , le parti dominanti in conflitti apparentemente unilaterali spesso si trovano a dover affrontare problemi molto più profondi di quanto non risultassero all’inizio. E’ necessario essere più lungimiranti. A prescindere dagli argomenti cui ricorreranno i cinesi per appianare la situazione in Tibet, agli occhi del mondo rimane evidente che la Cina ha sostanzialmente soggiogato una comunità etnicamente e territorialmente distinta.

A nulla serve far notare, come fa la Cina nel suo Libro bianco sulla politica e pratica delle minoranze, che la Cina ha generosamente istituito numerose regioni autonome per 55 “minoranze nazionali”. Se alla base non sussiste una significativa realtà di autogoverno, il governare dall’alto attraverso segreterie locali di partito diventa semplicemente un sistema efficiente di controllo e una negazione dell’autonomia. A nulla vale anche porre in evidenza i privilegi particolari dei tibetani, pretendendo che stiano meglio sotto l’amministrazione cinese. Una delle principali pretese del colonialismo europeo consisteva proprio nel vanto di diffondere una civiltà presumibilmente superiore. Il colonialismo non è più accettabile in nessun luogo. In Tibet non si è indetto alcun plebiscito sull’autogoverno. La Cina è stata politicamente incapace di concedere una vera autonomia e il risultato della sua politica tibetana consiste in una gigantesca macchia nera nella reputazione internazionale della Cina.

L’autrice è membro dello staff scientifico dell’Istituto di Studi Politici S. Pio V.


19 Mar 2008

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