I media, la politica e quel processo sommario ai rom

Giuseppe Mantovani

“La morte di Giovanna Reggiani è stato un crimine feroce. Ma delle molte identità che il suo assassino possiede – maschio, giovane, povero, scapolo, rom, rumeno, figlio di quei certi genitori, amico di (non sappiamo), fan di una squadra di calcio (forse), suonatore di fisarmonica (chissà), ex-fidanzato di una ragazza rimasta al paese (non lo sappiamo) eccetera – i media hanno messo in rilievo il fatto che si trattasse di un rom, un rom rumeno”, scrive Giuseppe Mantovani, professore di psicologia all’Università di Padova, in questa lettera aperta ai suoi studenti. “I media suggerivano che responsabile del crimine fosse non tanto la singola persona – aggiunge l’autore di Intercultura (Il Mulino 2004) – quanto piuttosto la sua ‘cultura’”.


Care Annalisa, Valentina, Alessio, Khalid e tutti gli altri ottanta studenti che oggi, a lezione, avete voluto commentare i fatti di Roma. Avete discusso tra di voi, avete espresso il vostro dolore, la vostra rabbia, la vostra frustrazione per quello che è accaduto e per come se ne è parlato. Mi avete chiesto che cosa ne pensassi. La realtà sembrava troppo aspra, a caldo, per rientrare nelle teorie sul pregiudizio e sugli stereotipi di cui avevamo parlato a lezione. Eppure capire è la sola cosa utile che possiamo fare, ed è proprio ciò che il clamore dei media ci ha impedito. Proviamo ora a fare due riflessioni.

La prima. Che cosa è accaduto? Un crimine feroce. “Bestiale”, è stato detto, anche se sappiamo che le “bestie” raramente si comportano così. Cosa è successo? Non c’è un modo “neutrale” di ricostruire l’ accaduto. Possiamo scegliere tra molti modi. Possiamo dire che un uomo ha ucciso una donna: in questo caso inscriviamo l’evento nella lunga serie di violenze contro le donne. Non una grande novità, se scegliamo di usare questa cornice. Oppure possiamo dire che si è trattato di un povero, di un marginale, forse di un analfabeta; questa ricostruzione del fatto ci porterebbe sulla strada della contrapposizione poveri-ricchi, una strada che è stata appena sfiorata dai media negli accenni alla rapina. Più spesso è stato detto che si trattava di un criminale, di una persona con precedenti di violenza, che viveva in una baracca, in un campo nomadi. Un forestiero.

Un rumeno, hanno detto all’inizio i media – uno dei molti criminali responsabili di tre quarti dei crimini commessi quest’anno nella capitale. In un secondo momento è arrivata una parziale correzione: il criminale era sì rumeno ma era soprattutto uno zingaro, un rom. Il criminale, hanno gridato i titoli dei giornali e della TV, è un rom che vive in una baraccopoli abusiva. Delle molte identità che il delinquente possiede – maschio, giovane, povero, scapolo, rom, rumeno, figlio di quei certi genitori, amico di (non sappiamo), fan di una squadra di calcio (forse), suonatore di fisarmonica (chissà), ex-fidanzato di una ragazza rimasta al paese (non lo sappiamo) eccetera – i media hanno messo in rilievo il fatto che si trattasse di un rom, un rom rumeno. I giornali e la TV hanno collegato in modo molto forte il delitto, la persona che lo ha commesso ed i rom in generale – forestieri miserabili dediti al crimine, pericolosi, da allontanare come “bestie” malate e rabbiose.

Due cose colpiscono in questa situazione. La prima è che nessun organo di stampa, nessun programma TV tra quelli che abbiamo visto e ricordato in classe, ha detto al pubblico che i rom non sono un’accozzaglia di delinquenti ma un popolo nomade presente da secoli in vari paesi europei, marginale e spesso perseguitato: il nazismo fece morire nei campi di sterminio tutti gli zingari su cui riuscì a mettere le mani. La seconda cosa che ci ha colpito, ed è la più grave, è che i media suggerivano che responsabile del crimine fosse non tanto la singola persona quanto piuttosto la sua “cultura”. Tant’è vero che non è stata evidenziata la connotazione più evidente del crimine, insieme alla ferocia: l’assoluta stupidità. Non abbiamo trovato titoli che dicessero che il responsabile del crimine era “uno squilibrato” oppure “un deficiente” oppure “un ubriaco”.

Sembra che la causa del delitto sia nel fatto di essere “rom”, perchè sono “i rom” che sono diversi, miserabili, pericolosi e spesso criminali. Voi sapete che questo modo di vedere non ha alcun fondamento nella psicologia culturale che stiamo studiando. Le “culture” non sono delle realtà a se stanti che dettano delle regole alle persone (Mantovani, Intercultura, Il Mulino, 2004). Sono al contrario le persone che portano la responsabilità di quello che fanno. Le persone decidono nelle situazioni concrete delle loro vite le azioni da compiere, le amicizie da coltivare, i progetti da seguire: scelgono, naturalmente, tra le opzioni a portata di mano. Ma anche nella baraccopoli in cui viveva il responsabile del crimine esistevano delle risorse per fare scelte diverse dalle sue: una “rom” come lui cercò di soccorrere la vittima dell’aggressione con grave rischio personale.

La seconda riflessione riguarda gli altri due crimini che sono stato commessi in questa occasione. Il primo è quello commesso dai media. Care Annalisa, Valentina, Alessio, Khalid e tutti gli altri, non ci mancherà nei prossimi mesi né il tempo né la voglia per fare analisi accurate dei programmi TV e degli articoli xenofobi, in cui il forestiero è stato identificato con il criminale ed i “rumeni” (prima) ed i “rom” (poi) sono stati additati all’odio dei cittadini che non amano che le donne siano aggredite ed uccise dai forestieri. Non ricordo di aver visto nel nostro paese una campagna di odio così sfrenata e mi chiedo come mai la nostra magistratura non senta la necessità di intervenire nei confronti di chi eccita l’ostilità fra gruppi “etnici” o nazionali. Il secondo crimine è quello commesso da “la politica”. I due schieramenti contrapposti (ma non su questo tema) si sono esibiti al meglio: richieste di deportazioni di massa, deplorazione del fatto che le deportazioni non si potessero fare perchè “la comunità europea non le permetterebbe”, lamenti contro i forestieri criminali. Si è creato un serio incidente diplomatico con un paese amico. Sono stati eccitati i peggiori istinti xenofobi, peraltro già da tempo attivi nel nostro paese e concretizzati in ronde, spedizioni punitive e – talvolta – in roghi di campi di baracche con morti e feriti.

“La politica” ha detto ai cittadini che, grazie agli sforzi dei governi presenti e passati, sforzi premiati con prebende esorbitanti estese come è giusto a parenti ed amici, il nostro paese è il miglior terreno di cultura possibile per il crimine. E questo non per colpa dei rumeni, o dei rom, o degli ubriaconi, ma per colpa dello “Stato”. Ci limitiamo a citare da un giornale moderato, il “Corriere della Sera” del 10 novembre 2007, il parere di un ex-direttore, Piero Ostellino, che non risulta iscritto ad alcuna delle sette “estreme” a cui è di moda attribuire le responsabilità dello “sfascio”: “E’ stato scelto un altro fantoccio polemico – la criminalità romena – per non dire che la causa dell’insicurezza delle nostre città è lo Stato. Che non assicura la legalità e non garantisce la sicurezza dei cittadini. La criminalità ne è l’effetto. In Campania comanda la camorra; in Sicilia, la mafia; in Calabria, la ‘ndrangheta. Gli imprenditori pagano il pizzo alla ‘grande criminalità’. Nostrana. Chiamano ‘piccola criminalità’ i furti d’auto, d’appartamento, gli scippi. Ma è più ‘grande’dell’altra. Colpisce tutti, non solo gli imprenditori. L’Italia è il paradiso dei criminali. Un omicida rimane in carcere ‘mediamente’sette anni. Un ladro, meno che in qualsiasi altro paese. ... Dice il responsabile del Partito degli immigrati romeni: ‘Nel mondo criminale il vostro paese è considerato quello in cui tutto è permesso. Ecco perchè tanti delinquenti vengono qui’”. Conclude amaramente Ostellino: “Si è sollevato un gran polverone sulla criminalità romena per stornare l’attenzione da chi non sa governare”.

Cari studenti, dopo questo vergognoso processo sommario mediatico e politico ad un’“etnia” forestiera e marginale, imbastito per nome e per conto nostro (purtroppo) dai “nostri” media e dai “nostri” politici, ci resta il compito di iniziare a costruire sulle macerie morali. Incominciando con il ricordare quando gli emigrati, poveri e spesso criminali eravamo “noi”: venticinque milioni di italiani tra il 1870 e il 1970 emigrarono nel Nuovo Mondo per sfuggire alla fame. E proseguendo poi con lo sforzo di capire come si possa vivere civilmente in un mondo che sarà sempre più “interculturale” e che non perdonerà facilmente altre sceneggiate di questo tipo.

27 Nov 2007

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