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Hamas o non Hamas? Gaza inquieta la Fratellanza

Federica Zoja

Il governo egiziano ha disinnescato in tempi rapidi una bomba potenziale per la propria stabilità, decidendo di lasciar fluire i gazawi fino alla città di El Arich. Ma se questo non fosse successo, i Fratelli musulmani avrebbe saputo gestire la situazione a proprio favore? I cugini di Hamas sono un partner affidabile? Il timore è che un sostegno incondizionato al movimento islamista palestinese, che non ha il pieno controllo di tutte le proprie componenti, possa vanificare gli sforzi per qualificarsi come partito politico moderato e maturo per l’Egitto post-Mubarak.


Il Cairo, Egitto

Tamponata solo momentaneamente - perché un accordo fra i contendenti non è neanche all’orizzonte -, la crisi della Striscia di Gaza tormenta il sonno degli egiziani. Di tutti. Non solo delle autorità, ma anche del maggiore movimento politico di opposizione, la Fratellanza musulmana. Vista da una prospettiva cairota, l’ondata di palestinesi gazawi riversatisi nel Sinai settentrionale per dieci giorni, a partire dal 23 gennaio, ha lasciato infatti dietro di sé pesanti riflessioni e timori riguardo all’assetto della regione in un futuro prossimo.

Scontati i ruoli interpretati dai vari attori egiziani nelle prime ore della crisi, quando alla barriera di Rafah migliaia di persone premevano per spezzare l’assedio israeliano: i leader della Fratellanza – madre delle maggiori formazioni islamiste nel mondo – non hanno esitato a sfruttare l’occasione per denunciare il governo, complice di Israele nell’opprimere i gazawi. E si sa che la causa israelo-palestinese smuove gli animi egiziani più delle ingiustizie subite in prima persona. Da qui le manifestazioni di piazza cui hanno partecipato alcune migliaia di persone, contrariamente agli sparuti gruppi di attivisti politici che di solito agitano cartelli e striscioni davanti a tribunali e sindacati.

Quando si parla dei fratelli arabi, anche il più rassegnato dei “masriin” (“egiziani”, in arabo) si indigna e riprende coscienza del proprio sangue. Ne è pienamente consapevole il presidente Hosni Mubarak, succeduto nel 1982 ad Anwar Sadat, reo di aver firmato nel 1979 la pace con il nemico israeliano. A distanza di quasi trent’anni, quel trattato non è per niente cosa scontata: non solo i Fratelli musulmani, ma anche esponenti dello stesso Partito nazionale democratico, di cui Mubarak è il leader, ritengono che quel documento sarebbe da rivedere. Perché i vantaggi portati all’Egitto, in termini economici e politici, sono considerati deludenti. Proprio per questo, il governo egiziano ha disinnescato in tempi rapidi una bomba potenziale per la propria stabilità, decidendo di lasciar fluire i gazawi fino alla città di El Arich, dove centinaia di migliaia di persone si sono rifornite di beni di sussistenza per oltre una settimana.

Ma se questo non fosse successo – è il tarlo che sembra rodere ora il movimento islamista egiziano – la confraternita avrebbe saputo gestire la situazione a proprio favore? I cugini di Hamas sono un partner affidabile? Il timore è che un sostegno incondizionato al movimento islamista palestinese, che non ha il pieno controllo di tutte le proprie componenti, possa vanificare gli sforzi per qualificarsi come partito politico moderato e maturo per l’Egitto post-Mubarak. L’Egitto non ha negato il proprio aiuto ai palestinesi. Eppure: guerriglieri di Hamas, carichi di armi, si aggirano per il Sinai; la città israeliana di Sderot vive come sempre nell’incubo dei razzi Qassam di provenienza gazawi; con l’attentato nella città di Dimona, nel sud di Israele,è ritornato lo spettro dei kamikaze. Ce n’è abbastanza per decidere di prendere le distanze, almeno verbalmente, dai vicini ribelli.

I Fratelli musulmani in linea con il governo

E così, ecco apparire su giornali filo e anti-governativi le dichiarazioni della leadership dei Fratelli musulmani, stranamente in linea con il governo: sostegno alla ripresa delle trattative fra Hamas e Fatah, monito contro una guerra fratricida fra palestinesi, e persino irritazione per gli episodi di violenza alla frontiera di Rafah di cui si sono resi protagonisti gli uomini di Hamas. Per la Fratellanza musulmana, la partita non è semplice. Come sottolineava già nel febbraio del 2007 un saggio del think tank statunitense Carnegie (“Su che cosa gli islamisti devono essere chiari – Il caso dei Fratelli musulmani egiziani”), atteggiamenti ambigui non saranno perdonati. Riferisce il saggio: “Negli scorsi mesi, il regime ha utilizzato svariati episodi per seminare il dubbio nell’opinione pubblica egiziana riguardo all’impegno della Fratellanza per un’azione pacifica e al vero obiettivo della sua partecipazione politica”.

Sul piano interno, gli islamisti di Gamaa e Jihad sono stati ormai abbandonati a loro stessi dai Fratelli. Nessuna reintegrazione è prevista per chi esce dal carcere dopo aver scontato condanne decennali per fatti di violenza. Se ne deduce che il passo successivo per conquistare la fiducia dei concittadini e degli osservatori esterni è maneggiare con cautela anche gli esponenti più estremisti di Hamas, che potrebbero riportare il terrorismo in Egitto. Gli Ikhwan muslimin egiziani (“Fratelli musulmani” in arabo) mostrano senza dubbio di avere a cuore le opinioni esterne: per verificarlo, è sufficiente consultare il sito web della Confraternita, nelle versioni araba o inglese.

Questa settimana, ad esempio, sono riportati stralci del rapporto del Centro studi politici europei di Bruxelles. Si tratta del saggio intitolato “Islam politico e politica estera europea: prospettive per i democratici musulmani del Mediterraneo”, che cita esplicitamente la Fratellanza egiziana al pari dei partiti islamisti marocchino, turco e tunisino. Se non faranno passi falsi, quindi, i Fratelli potrebbero ricevere un riconoscimento politico straniero prima ancora di quello interno (il movimento è ancora bandito e i deputati presenti in Parlamento sono stati eletti come indipendenti). “Tanto di cappello per come hanno saputo disinnescare l’emergenza”, riferiva alcuni giorni fa una fonte diplomatica al Cairo, riflettendo sulla prontezza del governo egiziano nel controllare la “bomba palestinese”. Per i Fratelli musulmani, occasione fallita per indebolire il regime autoritario di Hosni Mubarak, e tanti dubbi su come gestire il rapporto con Hamas.

19 Feb 2008

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