La democrazia più complicata del mondo
Francesca Giorgi
Che cos’è davvero l’India oggi? Una potenza economica emergente, che presto vedremo accanto a Cina e Stati Uniti a determinare le sorti del futuro, o il paese delle profonde diseguaglianze e povertà che ci veniva raccontato sui libri di scuola? Mariella Gramaglia è andata a vedere di persona, e nel suo ultimo libro, Indiana – nel cuore della democrazia più complicata del mondo (Donzelli 2008 – Euro 16,00), prova a dare, più che risposte, suggerimenti per comprendere al meglio questo immenso paese così lontano dalle nostre categorie e dalle nostre capacità interpretative.
Giornalista e studiosa del movimento delle donne, ex Assessore del Comune di Roma e parlamentare, Mariella Gramaglia ha scelto, all’inizio del 2007, di lasciare la vita politica italiana e di seguire l’Ong di cooperazione della Cgil, Progetto e Sviluppo, in due degli Stati più poveri dell’India: in Gujarat, per lavorare insieme a Sewa, l’unico sindacato di sole donne del mondo, che conta circa un milione di iscritte in tutto il paese, a favore dell’emancipazione femminile; e in Tamil Nadu, uno dei territori maggiormente devastati dallo tsunami del 2006.
In India l’autrice è rimasta circa un anno, raccontando la sua esperienza attraverso un blog, per poi dedicarsi alla realizzazione di Indiana. Un’esperienza cercata, lo sottolinea lei stessa, non per fuggire, ma per “indossare la camicia al rovescio”; non per compiere gesta eroiche, ma per farsi cambiare, per imparare, per acquisire uno sguardo diverso nei confronti del mondo e, perché no, anche del suo paese. Cominciando proprio dall’India, o dalle “mille Indie di cui, come recita un proverbio di qui, se si dice qualcosa è sicuramente vero anche il suo contrario”. Le mille Indie vanno dai lustrini di Bollywood al milione e trecentomila persone che lavorano nel settore di punta dell’informatica, dai soli 30 milioni di lavoratori che hanno un’occupazione stabile ai 260 milioni di persone che sopravvivono con meno di un dollaro al giorno, da un tasso di alfabetizzazione al 61% a una popolazione rurale del 70%.
Ma più dei numeri, per capire, contano le esperienze, e soprattutto gli incontri. Come l’esperienza di una nuova casa ad Ahmedabad, grande città del Gujarat, dove l’acqua corrente arriva solo per due ore al giorno e quella potabile la porta “l’uomo della Bisleri”, azienda di origine italiana che dal 1965 imbottiglia acqua minerale e la distribuisce in tutta l’India. Come l’incontro, fondamentale in questo viaggio, con Ela Bhatt, una delle fondatrici di Sewa. Nelle sue parole la condizione attuale delle donne indiane: “Le donne non sono omogenee. Quelle ricche, urbane, colte, hanno tante opportunità che prima non avevano. Ma per la maggioranza delle donne non ci sono vere opportunità. Bisogna lavorare sodo per cambiare le cose, ma io non sono scettica, anzi sono entusiasta del futuro. Le donne povere, dall’inizio degli anni novanta, non sono diventate più povere, anzi. Ma il gap rispetto a chi ha conosciuto improvvisamente un benessere mai vissuto prima, quello sì, è cresciuto, e con esso il rischio che l’invidia sociale le umili e le paralizzi. Nonostante tutto, io penso che Sewa si sia rafforzata dall’inizio degli anni novanta anche per queste trasformazioni sociali, perché le donne vedono la speranza oltre la miseria”.
Proprio attorno a quest’ultima espressione si snoda tutto il racconto, spaziando dalla politica alla letteratura, dal glamour ai progetti di cooperazione, dalla storia dei movimenti di lotta politica e di genere nell’India indipendente alla difficile convivenza fra le religioni, con l’emergere sempre più forte dell’integralismo hindu in molte aree del paese. Gramaglia non si ferma alla semplice cronaca, ma cerca con forza di creare scenari quasi cinematografici attorno a ogni episodio narrato, a voler concedere anche al lettore di immergersi in prima persona in ciò che sta dietro alle parole. E ci riesce. Certo il suo non è uno sguardo asettico, Indiana non è un saggio, né ha pretesa di oggettività o esaustività.
Si tratta di un diario, in cui l’autrice scrive non solo dell’India, ma anche di se stessa: “Il mio desiderio più grande, per questi ultimi anni, è che si riesca a lavorare per noi e per loro contemporaneamente, nella consapevolezza che la democrazia muore se non viene nutrita. Coscienti che è finita l’epoca delle masse e non è ancora cominciata quella delle persone e che l’unico ponte fra l’una e l’altra sono i diritti: i diritti dei cittadini, delle donne, dei lavoratori, degli atei e dei credenti. Nel balbettare malamente il linguaggio dei diritti, tutto il mondo si somiglia più di quanto non si creda. E si somiglierà sempre di più via via che tanti esseri umani seguiranno le rotte delle transumanze globali. Se sarà per il meglio o per il peggio, dipende da ciascuno di noi”.
4 May 2009
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