Haleh Esfandiari e quelle iraniane senza pace
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Martina TotiA Teheran la prigione di Evin è la più dura, la più temuta, la più pericolosa. È lì che vanno a finire i dissidenti politici e gli oppositori del regime. Ed è lì che, dall’8 maggio, si trova anche Haleh Esfandiari, la direttrice di origini iraniane del Middle East Program del Woodrow Wilson Center for international scholars. Haleh ha sessantasette anni e a dicembre era tornata nel suo paese per trascorrere un po’ di tempo con la madre. Il regime di Ahmadinejad, però, non le ha perdonato il doppio passaporto statunitense e iraniano e, dopo più di quattro mesi agli arresti domiciliari, è arrivato il trasferimento a Evin.
Le accuse, ufficializzate solo il 21 maggio scorso, ma lasciate circolare già dai giorni precedenti sui media più vicini al governo, parlano di spionaggio. In particolare, secondo quanto sostiene il quotidiano conservatore “Kayhan”, la studiosa sarebbe una spia al servizio degli israeliani. Per il ministro dell’intelligence iraniana, avrebbe cercato di incoraggiare una rivoluzione di velluto creando una rete “contraria alla sovranità dell’Iran”.
Ci sono però tre fattori da tenere in considerazione: il fatto che Haleh Esfandiari sia una donna, il suo doppio passaporto, il contesto in cui è maturato l’arresto. Per le donne iraniane non è un bel momento. Da aprile, seguendo le direttive di una nuova campagna di moralizzazione, la polizia applica rigidamente un codice di abbigliamento, che impone l’uso del velo, e arresta e malmena le donne e le ragazze che non vi si attengono. Durante i primi giorni di applicazione della normativa, i funzionari governativi hanno dichiarato di aver arrestato circa 150.000 donne, molte delle quali sono state scarcerate solo dopo aver ammesso la propria “colpa” (non aver indossato l’hijab) ed essersi scusate. 203 deputati del parlamento iraniano hanno firmato una lettera di sostegno alle forze di polizia in cui hanno accusato gli Stati Uniti e Israele di aver “incitato” le donne iraniane a non rispettare il codice.
Oltre alla studiosa del Woodrow Wilson Center, secondo il Washington Post, altre due donne con doppia cittadinanza si troverebbero nelle prigioni di Teheran: la prima, Parnaz Azima, è una giornalista di Radio Farda, l’emittente radiofonica che trasmette in Iran in lingua farsi ma che viene finanziata dagli Stati Uniti; la seconda non ha voluto rendere nota la propria identità. Inoltre, a difendere Haleh Esfandiari sarà una donna, anche lei poco amata dal regime di Ahmadinejad: il nobel Shirin Ebadi a cui, però, sono state negate le visite alla prigione adducendo come pretesto il fatto che la studiosa irano-americana avrebbe rifiutato un supporto legale. Alla Ebadi e ai suoi assistenti sarebbe stato respinto anche l’accesso alla documentazione relativa all’arresto, come afferma la Ebadi stessa in un’intervista concessa alla CNN e trasmessa su YouTube. Essere donna, rivestire un ruolo prestigioso in un centro accademico statunitense sono, quindi, le prime macchie della Esfandiari.
La seconda macchia sarebbe, invece, il suo doppio passaporto. È sulle doppie cittadinanze che Teheran sta giocando la sua partita con l’Occidente e, in particolare, con gli Stati Uniti. L’anno scorso era capitato a Ramin Jahanbegloo, con passaporto canadese e iraniano, tenuto per quattro mesi nella prigione di Evin a causa dei suoi rapporti con il mondo occidentale. Quest’anno, oltre alla direttrice del Middle East Program e alla giornalista di Radio Farda, è toccato anche al ricercatore dell’Open Society Institute di George Soros, Kian Tajbakhsh. Le accuse? Le stesse che gravano sulla Esfandiari. Le stesse pronunciate un anno fa contro Jahanbegloo. C’è poi il caso degli “scomparsi”. Di almeno due persone si sono perse le tracce: un imprenditore iraniano che vive in California, dove non è più tornato, e un ex agente del FBI anche lui desaparecido sull’isola iraniana di Kish.
È in questo contesto che, il 28 maggio, si è svolto il secondo colloquio ufficiale tra Iran e Stati Uniti, dopo la crisi degli ostaggi e la rottura dei rapporti diplomatici tra i due paesi avvenuta 27 anni fa. Poche ore prima dell’incontro, Teheran accusava gli Stati Uniti di aver ordito un complotto contro il regime e questi ultimi respingevano la possibilità di uno scambio tra cinque pasdaran catturati in Iraq e gli irano-americani imprigionati a Teheran, tra cui anche Haleh Esfandiari. Intanto è sulla rete che viaggiano le proteste e le petizioni per la liberazione dei prigionieri. Sul sito www.freehaleh.org, oltre a un continuo aggiornamento sulla situazione, si può aderire all’appello.
19 Jun 2007
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