Diversita'
Le lezioni di Istanbul
Da Nilüfer Göle a Seyla Benhabib a Andrew Arato. E’ unanime il coro di disappunto con cui viene accolta, ai Seminari di Istanbul, la decisione della Corte costituzionale turca di bocciare la legge che permetteva il velo nelle università. La sociologa Nilüfer Göle parla di un tentativo di “confisca della democrazia e del dibattito pubblico in nome del legalismo”. Ora la stessa Corte potrebbe decidere di chiudere il partito di governo, l’Akp, la formazione islamica moderata del premier Erdogan e del presidente della Repubblica Gül. Se così fosse, sarebbe un colpo terribile per le speranze di un ingresso della Turchia nell’Ue. E a gioirne sarebbe solo l’alleanza dei tre fondamentalismi: quello secolarista, quello cristiano e quello islamico.
“Così vincono gli estremisti”
“Forse stiamo assistendo al tramonto del processo di democratizzazione”. Ayşe Kadıoğlu, professoressa di scienze politiche alla Sabancı University di Istanbul, si dice preoccupata dalla decisione della Corte costituzionale turca, che ha bocciato la legge sul velo nelle università: “Qui i diretti interessati sono cittadini adulti. È un problema radicalmente diverso da quello dell’Europa, dove la diatriba sul velo interessa soltanto le scuole primarie e secondarie”. Così, per Ayşe Kadıoğlu, la si dà vinta ai radicali di ogni campo, e l’Europa deve stare attenta a come muoversi: “Sarà l’esito del dibattito sull’ingresso della Turchia nell’Ue a plasmare il volto dell’Europa che verrà”.
Un’intervista di Daniele Castellani Perelli.
Quel laboratorio per il Medio Oriente
Negli ultimi anni, l’interesse degli arabi nei confronti della vicina Turchia è cresciuto molto. I grandi giornali panarabi come Al Hayat e Al Quds Al Arabi dedicano ampi spazi alle vicende turche. I due canali satellitari Al Jazeera e Al Arabiya hanno corrispondenti fissi ad Ankara per seguire da vicino tutte le novità. Non è quindi eccessivo parlare di un “laboratorio turco”, da cui gli arabi si aspettano risposte efficaci per sciogliere i grandi nodi che riguardano tutti i loro paesi: la via nazionale alla democrazia, l’allontanamento dei militari dalla politica, il rifiuto della violenza come mezzo per stabilire i rapporti di forza, la definizione del ruolo della religione nella vita pubblica.
Tutte le tappe di un gioco rischioso
Questa volta il premier Recep Tayyip Erdogan e la Turchia se la vedono brutta. Con la consegna della difesa definitiva, entra nel vivo il processo contro il Partito di maggioranza per la giustizia e lo sviluppo (Akp), che ha un orientamento islamico moderato e che detiene 341 seggi in parlamento su 549. Alle scorse elezioni l’Akp ha ottenuto quasi il 47% dei consensi, raccogliendo 16.800.000 voti. Risulta ormai chiaro che l’Akp sta cercando di andare a sentenza nel minor tempo possibile, per sfruttare, in eventuali elezioni anticipate, il vantaggio de “l’effetto vittima” (che potrebbe venire prodotto dalla eventuale chiusura del partito). Il processo contro il partito di maggioranza sta letteralmente logorando la vita civile ed economica del Paese.
“Chi si chiude non prospera”
“Non so di alcun paese, nella storia, che abbia prosperato senza essere ben disposto al mercato, all’acquisto e alla vendita sui mercati internazionali”. Bill Emmott, ex direttore dell’Economist e autore del recente Asia contro Asia (Rizzoli 2008), non crede che la globalizzazione sia oggi in crisi, spiega perché goda però di scarsa popolarità (“Conviene molto più dare la colpa dei propri problemi agli stranieri, che cercarsi le ragioni in casa”), e conclude: “Il boom economico asiatico non è una minaccia per l’Occidente, è invece un’opportunità”.
"Quella sinistra che non sa più proteggere"
Spaventati, impauriti, in cerca di protezione per sé e per il proprio territorio: così appaiono i cittadini europei. I quali votano sempre più per le coalizioni politiche che promettono protezione dagli effetti della globalizzazione. È dunque possibile dire che il vero criterio di scelta, in occasione delle elezioni politiche, non è più la (vecchia) distinzione destra-sinistra ma la posizione delle forze politiche verso i cambiamenti globali? Ne parla in questa intervista il sociologo di origine polacca Zygmunt Bauman, che spiega: la sinistra ha perso la sua identità e dimenticato il suo impegno nella difesa dei poveri; così il logo “no global” è diventato appannaggio della destra.
“Ecco perché Hezbollah ha deluso noi cristiani”
“I cristiani in Libano rappresentano l'ago della bilancia; la storia ci ha sempre visti vittime di persecuzioni massicce nella regione e questo ci ha portati a tendere sempre verso il dialogo tra le parti. Oggi spetta ai cristiani riunire intorno al tavolo dei negoziati i rappresentanti delle varie correnti confessionali”. Boutros Harb è uno dei candidati che oggi concorre per la Presidenza in Libano, nelle file della coalizione filo-occidentale al governo. E' attualmente membro del Parlamento come rappresentante della provincia Nord del Libano a maggioranza cristiana. In questa intervista a Resetdoc racconta come sta evolvendo il ruolo dei cristiani nella perenne crisi libanese.
“Perché i paesi arabi hanno bisogno di loro”
Cosa può spingere un giovane studioso francese, Frédéric Pichon, accompagnato da moglie e due bambini piccolissimi, a intraprendere un lungo viaggio che dal Libano attraversa la Siria, la Turchia, infine la Grecia, passando di convento in convento? Un amore per il mondo arabo, nel quale ha vissuto a lungo, anzitutto; una forte fede, naturalmente, che lo ha spinto a ricercare quelle comunità che vivono ancora un cristianesimo spirituale e “silenzioso”; infine, la voglia di raccontare la situazione di quelle minoranze religiose che vivono in quei paesi una condizione di marginalità. Quell’impresa è poi diventata un libro, Viaggio tra i cristiani d’Oriente (edito da Lindau, 2008), un utile strumento per chi vuole conoscere la situazione di quei cristiani d’Oriente di cui si sa poco o nulla.
Da nemici ad alleati, i “Combattenti per la pace”
I Combatants for Peace (Combattenti per la Pace) hanno scelto la strada più difficile e spesso meno praticata: la strada della non violenza. Nato nel 2005, il movimento dei CfP è composto da palestinesi che avevano sposato la causa della lotta armata e israeliani che hanno fatto parte delle Forze di Difesa israeliane. Attualmente il numero totale dei membri ha superato il mezzo migliaio, e il comitato direttivo è composto da sei israeliani e sei palestinesi. Resetdoc ha intervistato Joe DeVoir, coordinatore internazionale del movimento.
“Il nuovo governo, l’Islam e il Medio Oriente”
“La Lega ha fatto un discorso sull’identità, e sull’immigrazione ha saputo mettere il copyright. Il Partito Democratico ha cercato invece di evidenziare l’ottimismo della volontà, trascurando le dimensioni conflittuali che stanno a cuore ai cittadini”. Renzo Guolo è editorialista del quotidiano La Repubblica e docente di Sociologia dell’Islam all’Università di Torino. Autore tra l’altro di “Xenofobi e xenofili. Gli italiani e l’Islam” e “La via dell’Imam. L’Iran da Khomeini a Ahmadinejad” (Laterza), spiega come il nuovo governo cambierà la politica estera italiana: “Berlusconi manderà in soffitta l’‘equivicinanza’ del centrosinistra riguardo a Israele e Palestina, ma sul Medio Oriente potrà realizzare la propria agenda solo se alla Casa Bianca troverà il repubblicano McCain”.
Gli affari con la Turchia (in nome dell’Islam)
Altro che stato isolata. L’Arabia Saudita esplode dentro i suoi confini, soprattutto se si parla di affari e soprattutto se questi affari sono condotti con uno Stato sempre più amico come la Turchia. Un rapporto che si è fatto sempre più saldo negli ultimi anni, non a caso sotto il primo governo islamico-moderato guidato da Recep Tayyip Erdogan. Le motivazione di questo fenomeno sono tante, in primo luogo la nuova strategia commerciale messa in campo dal ministro al Commercio Estero, Kurşad Tüzmen, che ha rafforzato tutti i rapporti non solo con i paesi confinanti con la Turchia, ma soprattutto con quelli appartenenti al mondo islamico, con la creazione di decine di zone di libero scambio, condizioni agevolate e tanti investimenti stranieri diretti sul suolo dell’unico paese della Mezzaluna a vocazione europea.
"L'Iran non è il diavolo. E' solo un 'folle paese' come Israele"
“La guerra? La più stupida attività del genere umano. Mi ha fatto diventare vecchio all’età di 21 anni”. Così Yigal Sarna, giornalista israeliano, racconta, con dosi di ironia e pessimismo, un conflitto senza fine. Nato a Tel Aviv nel 1952, Yigal Sarna è uno dei maggiori giornalisti israeliani ed esperti di conflitto israelo-palestinese. Un conflitto che ha cercato di raccontare attraverso angolature diverse e instancabilmente per quasi 24 anni. E’ attualmente reporter e redattore di Yedioth Aharonoth, uno dei quotidiani israeliani a maggiore diffusione sul territorio nazionale. Co-fondatore del movimento extraparlamentare “Pace adesso”, è anche scrittore e romanziere di successo.
Oriana, Magdi e gli immigrati in politica
Giancarlo Bosetti risponde all’e-mail di un lettore che lo accusa di Anti-occidentalismo e che scrive che “L’Islam vuole cancellare tutto ciò che non è islamico, i musulmani vengono a casa nostra a darci ordini, e la destra vince perché la sinistra su questo punto è ambigua”: “Anti-occidentale sarà Lei – replica il direttore di Reset – Troppe certezze nella sua lettera. Si lasci attraversare ogni tanto da quel che c'è di più occidentale: il dubbio, la sfumatura, la differenza”. Nelle mail inviateci dai nostri lettori si affronta anche il tema della discussa conversione al cattolicesimo di Magdi Allam, e la clamorosa assenza di candidati immigrati nelle file del Partito democratico.
La difficile conquista del voto ebraico
Il rapporto tra Barack Obama e la comunità ebraica non è dei più semplici. Sul senatore dell’Illinois non pesa tanto l’“accusa” di essere stato musulmano, quanto una serie di vecchi legami indiretti un po’ imbarazzanti. Come quello con il discusso Louis Farrakhan, che lo sostiene ed è amico del suo mentore, il reverendo Wright. Obama ce la sta mettendo tutta per recuperare il rapporto con la comunità ebraica, ma la strada è tutta in salita. Dei 74 superdelegati democratici ebrei che parteciperanno alla convention di Denver di fine agosto, 36 hanno dichiarato di votare per la Hillary Clinton, e solo 12 per il senatore dell’Illinois.
L’apertura del regime: “Un partito per i Fratelli Musulmani”
Dopo settimane di arresti e intimidazioni ai danni del maggiore movimento politico di opposizione, la Fratellanza musulmana, la maggioranza spariglia le carte e, per la prima volta, tende una mano al ‘nemico’. “E’ tempo che per i Fratelli musulmani ci sia un partito politico”. Con queste parole pronunciate dal presidente dell’Assemblea popolare (la camera bassa del parlamento egiziano) Ahmed Fathi Surour, il Partito nazionale democratico (Ndp), al potere da quasi trent’anni sotto la guida del presidente Hosni Mubarak, sorprende gli osservatori della scena egiziana con un gesto controcorrente rispetto alla repressione anti-Fratellanza in corso dall’inizio dell’anno.
“L’Islam, i baci e i giovani”
“Non possiamo chiedere a giovani dai 17 ai 27 anni di astenersi da qualsiasi contatto con l’altro sesso solo perché non hanno i mezzi per sposarsi. Sarebbe una follia”. Gamal al Banna, fratello minore del fondatore dei Fratelli musulmani e oggi uno dei più importanti intellettuali riformisti egiziani, ha recentemente scatenato un putiferio con la sua difesa dei baci e degli abbracci tra i due sessi prima del matrimonio, anche in pubblico. Con la sua polemica, al Banna ha voluto toccare questioni sociali ben più profonde e sostanziali, come l’aumento drammatico del costo della vita. In questa intervista a Resetdoc si difende, parla di Fratelli musulmani, di donne imam e del rapporto con suo fratello.
Quel che resta del kemalismo
Il 14 marzo, come sempre di venerdì e nel tardo pomeriggio, a mercati finanziari chiusi e con davanti il fine settimana, la società turca è stata sconvolta da una notizia che l’ha riportata indietro di vent’anni e lontana da quel percorso democratico e di emancipazione economica e sociale che sembrava averla caratterizzata nell’ultimo decennio. La Yargitay, la Procura generale della Repubblica, ha inviato alla Corte Costituzionale un ricorso per fare chiudere l’Akp, il Partito islamico-moderato per la Giustizia e lo Sviluppo, attualmente al governo, con l’accusa che non è sufficientemente laico e che attenta alla stabilità della nazione fondata da Mustafa Kemal Atatürk.
La conversione di Magdi Allam, con rabbia e con orgoglio
Battezzato da papa Benedetto XVI in persona, durante la veglia pasquale, e a San Pietro. A far discutere sono soprattutto le modalità “spettacolari” della conversione di Magdi Allam, e non la conversione in sé dall’Islam al cattolicesimo. Dal mondo arabo e musulmano si alzano voci di protesta, che vedono nell’episodio un’altra provocazione nei confronti dell’Islam, un po’ come il famoso discorso papale di Regensburg. Il Vaticano prende le distanze: "Sono idee sue, non nostre". Per il vicedirettore del Corriere della Sera, discusso polemista, è la conclusione di un travagliato cammino. Il dibattito è aperto. Come cambierà il ruolo pubblico di Magdi Cristiano Allam? Può il Corriere della Sera, il più prestigioso quotidiano del paese, lasciare nelle mani di un arrabbiato convertito la questione islamica?
Candidarli? No, we can’t
Hanno partecipato in massa alle primarie del Pd, ma poi il partito di Veltroni non ha candidato nemmeno un immigrato. Anzi ha escluso dalle liste l’unico che per il Pd sedeva in parlamento, Khaled Fouad Allam – lamenta lo scrittore Amara Lakhous, da dieci anni in Italia e autore del romanzo “Scontro di civiltà per un ascensore a Piazza Vittorio”. Il Pdl non è da meno, visto che la candidatura di Souad Sbai è di mera facciata. Gli italiani all’estero, che in Italia non vivono, possono votare. I figli di immigrati, che tifano per gli azzurri, parlano i dialetti locali e magari hanno sempre vissuto qui, non possono. Cari politici italiani, l’integrazione si fa con i fatti e non con le parole.
Ma anche noi dobbiamo farci avanti
Nelle stanze dei partiti tutti sanno, ma nessuno dice, che il tema relativo all’immigrazione e agli immigrati fa perdere voti. Insomma, meglio non parlarne, anche perché la stragrande maggioranza di loro non ha ancora diritto di voto. Una tendenza negativa che di fatto mira all’emarginazione non solo delle tematiche dell’immigrazione, ma anche dei leader dell’immigrazione, che troppo spesso hanno fatto da sfondo “colorato” alle grandi kermesse politiche. E perché allora il partito del “Si può fare”, nonostante l’esperienza del suo leader Veltroni a favore del dialogo tra le culture, non ha incluso nelle sue liste esponenti del mondo dell’immigrazione? E’ colpa anche dei leader di origine straniera, che devono farsi avanti?
“Questa politica più retrograda del calcio”
«Avremo presto Mario Balotelli, cioè un nero attaccante della nazionale italiana di calcio: ma un candidato di colore, in questo panorama politico, è impossibile. Il calcio precederà la politica». Così Gad Lerner, conduttore del programma tv “L’infedele”, commenta la mancata candidatura di rappresentanti del mondo dell’immigrazione (specie musulmana), nel Partito democratico. «Un ennesimo segno del provincialismo italiano», commenta duro il giornalista di La7, che della sua identità ibrida ha fatto una bandiera (ebreo di Beirut cresciuto a Milano, il suo ultimo libro è “Tu sei un bastardo. Contro l’abuso d’identità”, Feltrinelli, 2005). Critica l’inseguimento del Pd a destra sul terreno della sicurezza («Tanto non si convince l’elettore di centro-destra a votare l’imitazione»), e sulla specifica vicenda politica di Khaled Fouad Allam dice: «Già un solo parlamentare a rappresentare la cultura musulmana era poco, ma passare da uno a zero è davvero un uso malaccorto del marketing».
“Veltroni ci ha ignorati, io vado con la destra"
“Gli immigrati non sono un monopolio della sinistra”. Souad Sbai, membro della Consulta islamica italiana e presidente dell’associazione delle donne marocchine in Italia, scende in campo con il Popolo delle libertà, il partito del centrodestra guidato da Silvio Berlusconi. Sbai attacca il “multiculturalismo buonista” del centrosinistra e cerca di prendere con filosofia il suo 20° in lista nella regione Puglia, che lascia in bilico la sua elezione. Ritiene giusto dare il voto agli immigrati anche alle elezioni politiche (“Non serve necessariamente la cittadinanza, basterebbe avere la carta di soggiorno”), e quando le ricordiamo che le sue idee difficilmente verrebbero accettate dall’alleato leghista Roberto Calderoli replica: “Meglio il dialogo con Calderoli che l’indifferenza di Veltroni. In dieci anni l’ex sindaco di Roma non si è mai degnato di venire a visitare il nostro centro”.
Florida, una scuola per trenta nazioni
Trenta nazioni rappresentate nella stessa aula. Non sarà l’Onu, ma poco ci manca. E’ la realtà della scuola elementare Gerald Adams di Stock Island, in Florida. Gli alunni provengono da sei continenti diversi, da Cuba al Giappone fino all’Egitto. Un esperimento a volte faticoso, che crea qualche difficoltà soprattutto linguistica, ma che è stato Fatiche premiato dal Department of education della Florida. Un segno di speranza per il mondo multiculturale.
"Messaggio per la sinistra: Israele ha il diritto di esistere"
«Non sono ammesse ambiguità: o lo Stato di Israele ha lo stesso diritto di esistere degli altri stati, o no. Nel primo caso, tutte le critiche sono benvenute: ma temo che a sinistra le cose non siano così chiare». Così Mitchell Cohen, docente di Teoria politica al Baruch College e alla Graduate School di New York e condirettore della rivista «Dissent», commenta le critiche venute da sinistra alla scelta di Israele come ospite d’onore alla Fiera del libro di Torino. E sull’invito, espresso da Tariq Ramadan, a boicottare l’evento, dice: «Ho l’impressione che parecchie persone a sinistra vivano una storia d’amore con Ramadan. Mi ricorda un po’ troppo il feeling con lo stalinismo di settant’anni fa».
“Per la Russia l’Islam non è più una minaccia”
La situazione è calma, molto diversa da quella che Mosca fronteggiava negli anni ’90. La seconda guerra cecena è finita e per Vladimir Putin, presidente uscente della Federazione russa, la minaccia islamica non è più tale. Né dovrebbe esserlo per il suo delfino Dimitri Medvedev. “Oggi la comunità islamica ha una buona relazione con lo stato centrale”, dice Alexey Malashenko, del Carnegie Endowment for Peace. Malashenko è un apprezzato esperto di questioni islamiche e ha scritto numerosi libri e saggi sul fenomeno islamico in Russia.
Il 'dramma' del Medio Oriente secondo Georges Corm
Il dramma del Medio Oriente è causato da una percezione semplicistica derivata dalle politiche delle potenze occidentali, ma anche dalla scarsezza di vedute dei governi arabi che si sono susseguiti. Ne è convinto lo storico ed economista libanese Georges Corm, che ha pubblicato alcuni mesi fa in Francia (in Italia l'ultima versione, in 4 volumi, è del 2005) la versione aggiornata della sua storia del Medio Oriente ('le Proche-Orient éclaté, 1956-2007 Gallimard), un testo che fa scuola da più di venti anni e costituisce un riferimento per tutti gli storici e gli specialisti di questa regione travagliata del mondo. Esperto di economia e di diritto laureatosi a Parigi, Georges Corm vive oggi a Beirut.
Hamas o non Hamas? Gaza inquieta la Fratellanza
Il governo egiziano ha disinnescato in tempi rapidi una bomba potenziale per la propria stabilità, decidendo di lasciar fluire i gazawi fino alla città di El Arich. Ma se questo non fosse successo, i Fratelli musulmani avrebbe saputo gestire la situazione a proprio favore? I cugini di Hamas sono un partner affidabile? Il timore è che un sostegno incondizionato al movimento islamista palestinese, che non ha il pieno controllo di tutte le proprie componenti, possa vanificare gli sforzi per qualificarsi come partito politico moderato e maturo per l’Egitto post-Mubarak.
La più grande debolezza di Obama
Il più importante avvertimento che ho sentito fare qui al TPMCafe la notte scorsa veniva da Ken Baer: “Dobbiamo prendere sul serio il fatto che aldilà di questi video di YouTube fichissimi e sferzanti e dei raduni incredibilmente affollati, c’è – a volte – una significativa, silenziosa maggioranza di operai bianchi, ispanici, anziani e donne a cui piace Hillary Clinton e che voteranno per lei. Perché Obama ha dalla sua i bianchi benestanti e gli afro-americani…”
Soffiando sul fuoco
Alcuni politici locali dell’estrema sinistra hanno invitato al boicottaggio della Fiera del libro di Torino, rea di aver invitato Israele come ospite d’onore. Si sono detti d’accordo anche l’Associazione degli scrittori arabi e intellettuali come Tariq Ali e Tariq Ramadan. In Italia ne è nato un acceso dibattito, in cui le ragioni di chi è contrario al boicottaggio sono sembrate molto più equilibrate e condivisibili (Non si può confondere il governo di Israele con i suoi scrittori; gli autori invitati, come Oz e Yehoshua, sono uomini di pace e dialogo). Alcuni però, che non vedevano l’ora, hanno colto l’occasione per bollare come antisemita e “fascista islamico” chi, in realtà, aveva fatto solo un ragionamento politico. Come Tariq Ramadan.
Le voci dei refusenik dall’inverno di Gaza
Noam dice: “L’Europa dovrebbe fare un’opposizione feroce, senza preoccuparsi di ricevere critiche di antisemitismo. Voi non dovete odiare, Israele ma l’occupazione”. Noam Livne, refusenik israeliano dell’associazione Courage to refuse, ha rifiutare il servizio militare da riservista, e per questo motivo ha passato sette anni in prigione. Ha raccontato la sua storia all’incontro “La tenacia di resistere, il coraggio di rifiutare”, tenutosi a Roma il 26 gennaio scorso e promosso da Action for Peace, in occasione della Giornata di Azione globale del Forum sociale mondiale 2008 a sostegno della campagna “End the Siege on Gaza”.
“Ma quella di Musharraf era una dittatura illuminata”
“Una dittatura illuminata”. Così Pere Vilanova definisce il Pakistan e il governo Musharraf. Professore di Scienze Politiche all’Università di Barcellona e opinionista del quotidiano “El Pais”, Vilanova, voce fuori dal coro, confida che alle prossime elezioni legislative in Pakistan – in programma per il 18 Febbraio in un clima reso ancora più incandescente dall’assassinio di Benazir Bhutto – non si verificheranno né brogli né accordi sottobanco grazie al rigido controllo degli osservatori internazionali inviati dall’ONU. Esperto in questioni orientali, sin dagli anni ’80, Vilanova ha trascorso lunghi periodi in Pakistan e in tutta l’Asia Centrale, che gli hanno permesso di monitorare gli sviluppi di un paese che come lui afferma sta attraversando “un lungo periodo di transizione”.
E Sarkozy andò à la guerre contro la laicità
Il presidente francese Nicolas Sarkozy dice di non voler toccare gli equilibri fondativi della divisione tra Stato e Chiesa stabiliti dalla celebre legge del 1905, ma il fatto che nel suo discorso di Riad abbia tenuto a declinare la laicità alla sua maniera, conferendole un tocco di “religiosità”, ha innescato un aspro dibattito in Francia. Per il cattolico Bayrou, Sarkozy riporta paradossalmente la religione ad “oppio dei popoli”. I toni del presidente sono da vecchia “destra clericale”, secondo il socialista Hollande. Critiche anche dalla destra gollista.
Benazir e l’infelicità araba
L’elezione di Benazir Bhutto nel 1988 fu uno shock culturale nel mondo arabo. Nessuna donna araba ha potuto mai competere per la carica di Premier o Presidente della Repubblica. Ancora oggi le donne in Arabia saudita non hanno diritto di guidare la macchina, in base a regole consuetudinarie davvero ridicole. Perché Benazir è riuscita a conquistare il potere all’età di 35 anni, mentre le donne musulmane arabe sono rimaste indietro? Il fortunato caso politico di Benazir Bhutto è la dimostrazione che i pachistani non attingevano al modello saudita wahabita come i taliban afgani, bensì a quello inglese ed indiano.
"Un esempio per il mondo arabo"
“Il popolo pachistano aspira da sempre alla democrazia. Per questo ha affidato a una donna il ruolo di premier, nonostante le accuse e lo scherno dei mullah e dell’esercito del paese. Il Pakistan può indicare al mondo la via da seguire con la costruzione di una democrazia musulmana, e diventare un modello per altri paesi islamici e del mondo arabo. C’è solo un interrogativo da sciogliere: l’esercito pachistano e i suoi spalleggiatori americani permetteranno la transizione democratica?”. Hussain Haqqani, ex consigliere di Benazir Bhutto, direttore del Center for International Relations e professore all’università di Boston, esprime in questa intervista il suo cauto ottimismo per il futuro del suo paese: “Le probabilità che il Partito del Popolo e la Lega musulmana di Sharif vincano le elezioni, purché si svolgano in una cornice di libertà e giustizia, sono molto alte – dice Haqqani, commentatore anche per Cnn e Bbc – E sono anche convinto che possano governare assieme”.
Tariq sprona il Pse: “L’integrazione? Pensate a scuola e lavoro”
“Se ascoltate la grande maggioranza dei musulmani europei, nessuno chiede di modificare le leggi del paese in cui vive. Noi rispettiamo le leggi dei paesi in cui risiediamo. Finché ci sono libertà di culto e libertà di coscienza noi obbediamo alla legge”. Intervenendo al Parlamento europeo lo scorso 5 dicembre, ospite dei socialisti europei, il filosofo Tariq Ramadan di è detto fiducioso sul futuro dell’integrazione dei musulmani nel Vecchio continente, ha ammesso che la comunità islamica soffre di maschilismo, e ha spronato i socialisti europei: “Basta parlare di integrazione, fate qualcosa per il lavoro, per la scuola. E’ un circolo vizioso, facciamo qualcosa insieme per interromperlo”.
“Israele deve fare il primo passo”
Una road-map rediviva? Una photo-op? O una concreta opportunità di pace? “La chiave di volta è nelle mani di Israele: Israele è l’occupante e Israele deve fare il primo passo”. Gideon Levy, giornalista e editorialista del quotidiano israeliano Haaretz, ex portavoce di Shimon Peres tra il 1978 e il 1982, definito da “Le Monde” come “una spina nel fianco di Israele”, non usa mezze misure per descrivere l’incontro di pace tenutosi ad Annapolis negli Stati Uniti. Non troppo ottimista sugli esiti del dopo-summit (nonostante, dice, “una piccola speranza ci sia”), Levy invita Ehud Olmert e Mahmoud Abbas a fare un grande passo in avanti, mettendo da parte la politica del rischio calcolato e intraprendendo il lungo percorso di pace con coraggio.
“Uno show per preparare l’attacco a Teheran”
Bush, Olmert, Abbas. I protagonisti del vertice di Annapolis sono accomunati da una caratteristica che rende quanto mai improbabile che riescano a trovare un accordo di pace: sono dei leader irrimediabilmente deboli. Lo dice in quest’intervista Samir Al Qaryouti, giornalista palestinese e opinionista di Al Jazeera: “Perché si è avuta tutta questa fretta nel promuovere la Conferenza, se non per motivi mediatici e propagandistici, magari per favorire Bush? La paura è che lo scopo fosse la costituzione di un fronte anti-iraniano per lanciare tra pochissimi mesi una guerra guerreggiata contro l’Iran”. Al Qaryouti dipinge uno scenario foschissimo: “Se la dichiarazione di Annapolis non verrà applicata, nessuno salverebbe la regione dalla Terza Intifada”.
E l’Egitto non sa più per cosa tifare
La principale stampa egiziana segue l’ambigua linea del presidente Mubarak, da una parte ‘tirato per la giacca’ dagli Stati Uniti e da Israele, e dall’altra dai paesi della Lega e dalla propria opinione pubblica, ancora in larga parte vicina alle posizioni di Hamas. In termini di risultato portato a casa dall’Egitto, sui giornali governativi spiccano le parole del ministro degli Esteri Ahmed Aboul Gheit, che attribuisce al Cairo il merito di aver convinto Siria e Libano ad intervenire ad Annapolis. Il settimanale Ahram Weekly avanza l’ipotesi che il summit sia servito a preparare un attacco militare americano contro l’Iran, come già riferito a ResetDoc dal politologo dell’Acpss Amr Al Shobaki. Intanto si ipotizza che Mubarak possa andare a Gerusalemme.
Lo scetticismo d’Israele e l’incognita iraniana
Israele, come ha ripetuto il premier Ehud Olmert all’indomani della conferenza di Annapolis, rischia di scomparire se presto non sarà fatto un passo indietro per garantire la formazione di uno Stato palestinese al suo fianco. Le reazioni al mega-evento mediatico sono scettiche quando non pessimiste. Per molti analisti, Israele ha vinto ad Annapolis perché non ha dovuto fare concessioni. Pesa però l’incognita dell’Iran. Bush, sentendosi più forte grazie alla presenza massiccia degli arabi ad Annapolis, intende attaccare per distruggere gli impianti nucleari degli ayatollah? E se non sarà lui a dare l’ordine, saranno i piloti israeliani (che continuano ad addestrarsi per il lungo volo) a compiere un raid?
“Ora lasciate che il Kosovo diventi indipendente”
Non molto tempo fa, Mehmet Kraja, tra gli scrittori albanesi più conosciuti, ha scritto nel suo ultimo libro che “il mondo ha fatto una guerra per noi, ma oggi non è interessato né a ciò che diciamo né a ciò che pensiamo”. Dopo aver sostato per otto anni in un limbo sotto amministrazione delle Nazioni Unite, il Kosovo è sul punto di proclamare unilateralmente la propria indipendenza. Sabine Freizer, direttrice del Crisis Group’s Europe Program, ci aiuta a fare chiarezza sull’intricata situazione storico- politica e sulle motivazioni che spingerebbero la Russia a negare il proprio appoggio all’indipendenza. “Il Kosovo è un caso unico che non ha eguali in nessuna parte del mondo”, dice la Freizer. Questo è il punto da cui partire.
Tutti i rischi di un intreccio esplosivo
La definizione dello status del Kosovo è già stata rinviata una volta a causa del fatto che il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite la primavera scorsa, si è trovato in disaccordo con le indicazioni dell’Inviato Speciale dell’ONU, Ahtisaari. Un nuovo rinvio rischierebbe di distruggere ciò che resta presso la popolazione della regione della credibilità, ormai fortemente compromessa, sia della comunità internazionale che degli attuali leader kosovari. E’ probabile che, forse già prima di Natale, Pristina dichiari unilateralmente l’indipendenza. Ciò condurrà con sé altre crisi, forse anche all’interno dell’Ue, la quale, sul Kosovo, non ha ancora raggiunto un accordo. Putin non vede la necessità di cooperare. L’indipendenza del Kosovo potrebbe aggravare l’instabilità dei Balcani, coinvolgendo così gli USA, l’Ue e la NATO.
“Niente fretta, serve una soluzione condivisa”
L’anticamera è brevissima e Oliver Ivanovic, leader della lista serba per il Kosovo, accoglie il cronista nel suo ufficio con un “buongiorno” che conferma la sua fama di poliglotta e fa il paio con la moderatezza, altra qualità di questo politico, ex cintura nera di karate, accreditatosi nel corso degli anni come interlocutore prezioso per chi, tra negoziatori, diplomatici e cancellerie occidentali, s’impegna per la pacificazione di questa irrequieta regione. Una regione che ha in Mitrovica, la “Berlino dei Balcani”, il proprio punto caldo. Ovvio: per Ivanovic pacificazione non significa indipendenza. Come tutti i serbi, radicali e non, si oppone alla piena sovranità del Kosovo. Consapevole comunque che la partita, giunti a questo punto, è persa. «Si può comunque ancora lavorare per giungere a un compromesso più ragionevole, meno doloroso per i serbi del Kosovo», dice Ivanovic sfoggiando un approccio “parecchista”.
Egitto, Piccoli Fratelli crescono
Tre ventenni. Hossem, Mahmoud, Islamil. Traumatizzati, ostacolati, spesso arrestati. Le nuove leve dei Fratelli Musulmani, il movimento di opposizione (bandito, ma tollerato) più diffuso nel paese, raccontano a Resetdoc come è difficile la loro vita sotto il regime di Mubarak. Leggono Sayyid Qutb, ma non vogliono uno stato islamico. Sono attratti dalla concretezza dei progetti del movimento, e subiscono discriminazioni all’interno dell’Università. E – sorpresa - molti di loro sono donne. Le differenze con i vecchi? I ‘Fratellini’ usano la tecnologia e soprattutto osano, non hanno voglia di nascondersi, parlano ad alta voce anche in pubblico: “La Fratellanza – dicono – è l’unica alternativa per l’Egitto a questo sistema corrotto”.
“La vera forza è stata la religione”
“Lo sa perché l’Occidente è così stupito di fronte all’opposizione dei monaci buddisti al regime birmano? Perché ha della religione una visione falsata: o l’immagine guerriera dell’Islam fondamentalista o quella della religione come inutile elemento privato, una specie di gioco magico-mistico. Invece la fede è un sostegno alla vita quotidiana e questo i monaci buddisti l’hanno testimoniato”. Padre Bernardo Cervellera, direttore del sito AsiaNews.it (www.asianews.it), una delle più importanti fonti giornalistiche relative al continente asiatico, risponde implicitamente alle osservazioni che il filosofo politico Michael Walzer aveva rivolto alla rivolta monastica dalle pagine del quotidiano italiano “Repubblica” (“Ammiro questi monaci, ma francamente preferirei una rivolta che si basa su principi social-democratici”).
“Ora l’opposizione è impotente, ma questo è solo l'inizio”
“In questo momento l’opposizione è sottoposta a un’enorme tensione. Il regime birmano non è mai stato tanto repressivo: su tutte le città è imposto il coprifuoco notturno, le strade sono presidiate giorno e notte e chiunque può essere arrestato, proprio come avveniva nella Germania nazista. È per tale ragione che, almeno per ora, l’opposizione non ha alcuna chance”. Maureen Aung-Thwin, direttrice del Burma Project/Southeast Asia Initiative dell’Open Society Institute, organismo della Fondazione Soros, preferisce non alimentare illusioni sul futuro della “rivoluzione zafferano”. Al contempo, però, parla di una crescente pressione internazionale sulla Birmania, principalmente da parte degli Usa ma anche dell’Europa (la quale “può giocare un ruolo enorme”), e per questo si dichiara ottimista: “La Storia non va in direzione di dittature più repressive. Ed è impossibile, nel Ventunesimo secolo, isolare completamente un’intera popolazione dal resto del mondo”.
L’Ucraina e il rebus della lingua russa
Gli arancioni, o meglio quel che resta di loro, non sono teneri con i compatrioti di lingua russa. La teoria di Yulia Tymoshenko, la «pasionaria di Kiev», è molto chiara: dal momento che Mosca è il nemico numero uno di Kiev, l’uso dell’idioma russo è un potenziale strumento per ingerire negli affari interni ucraini. Chiaro anche il corollario: l’unica lingua protetta dalla costituzione continuerà, senza troppe discussioni, a essere l’ucraino. Nonostante la fedeltà a Mosca, Kuchma e Yanukovich cercarono di rafforzare la lingua nazionale a scapito del russo. Non sarebbe scandaloso, anche in virtù di numerosi precedenti (viene in mente il Belgio, per esempio), assegnare al russo il rango di seconda lingua ufficiale del paese.
“Ma Cristo le avrebbe lasciate costruire”
“I media gettano benzina sul fuoco, e quasi mai si mettono in luce gli innumerevoli esempi di armoniosa convivenza di musulmani e cristiani su tutto il territorio italiano”. Silvio Daneo, ex vicesegretario nazionale della World Conference of Religions for Peace (Wcrp), con una ventennale esperienza in Asia, smonta in questa intervista gli argomenti di quanti si oppongono alla costruzione di nuove moschee in Italia, critica quella parte della Chiesa che “sembra dimenticare il Concilio Vaticano II”, e sulla reciprocità nei paesi musulmani dice chiaro e tondo: “Gesù non ha mai usato un criterio di reciprocità ‘interessata’, Gesù parla di un ‘dare’ senza aspettarsi nulla in cambio”.
I sondaggi informati e la lezione australiana
“Lo sa che gli australiani sono un bel po’ contraddittori? In teoria, vanno pazzi per il multiculturalismo, ma in pratica, poi, temono gli immigrati non europei e non anglofoni. Credono che possano cambiare il loro paesaggio, fisico e culturale. Ad esempio, appunto, costruendo moschee”. Pamela Ryan, direttrice dell’Ida (Issues Deliberation Australia), un istituto di studio sull’opinione pubblica che lavora tra Australia e Stati Uniti, di pregiudizi culturali è una vera esperta. “Facilitating Global Dialogue”, questo il motto del suo think tank, che ha come obiettivo il miglioramento della qualità del dibattito pubblico su temi di importanza sociale e politica, come quello dell’immigrazione, appunto.
“La sinistra radicale sbaglia, è giusto avere prudenza”
“I timori dei cittadini sono legittimi, fanno bene i sindaci di Bologna a usare prudenza e gradualità. Ma non è vero che le moschee in Italia siano troppe, sono anzi troppo poche: la capacità complessiva di tutti i luoghi di preghiera musulmani è meno di 60.000 fedeli, corrispondente solo al 7% dei musulmani italiani”. Mario Scialoja, membro della Consulta islamica italiana e voce autorevole dell’Islam italiano, applaude la decisione del sindaco di Bologna Sergio Cofferati di indire un referendum locale sulla costruzione di una moschea nella sua città, e attacca la sinistra radicale: “Vede certi movimenti islamici come la rappresentanza della vera base, del vero proletariato. Ha una certa affinità con loro perché li interpreta come movimenti antimperialisti e antiamericani, ma prende un abbaglio”. Ex ambasciatore in Arabia Saudita, ex rappresentante italiano alle Nazioni Unite, Scialoja si è convertito all’islam nel 1987, e sulla scarsa trasparenza delle moschee italiane aggiunge: “Il mio timore non è che vi arrivino soldi stranieri di dubbia provenienza, ma che anzi raccolgano soldi per finanziare attività dubbie al di fuori del nostro paese”.
“Il referendum? Un errore gravissimo”
“Io non dico che non ci sono problemi relativi alla costruzione delle moschee, ma non sono quelli che si dicono. Il problema è controllare che non ci siano predicatori estremisti ma questo si sta già facendo”. Stefano Allievi, professore di sociologia all’Università di Padova, studioso ed esperto di Islam, autore del libro “Islam Italiano” pubblicato da Einaudi, non è d’accordo sul modus operandi di alcuni sindaci in Italia in merito alla costruzione delle moschee. Allievi cita alcuni stati europei come l’Inghilterra per trarne utili spunti di riflessione, e gli Usa come esempio di un Paese in cui la libertà di religione è un diritto intangibile.
Un’intervista di Alessandra Cardinale.
Tutte le tappe di un dibattito europeo
Davanti alla protesta e alle preoccupazioni di una parte della popolazione, i sindaci di Bologna e Genova hanno recentemente deciso di fermare il progetto della costruzione di due nuove moschee. A Bologna si ricorrerà a un referendum locale, mentre a Genova ci si è rivolti al Ministero degli Interni. Il dibattito sulla costruzione delle moschee impegna non solo la politica italiana, ma anche quella europea. La Germania, è il paese europeo che sembra aver più difficoltà a gestire la questione, ma polemiche sono sorte anche in Gran Bretagna e Francia. Ma quante sono le moschee in Italia? E quante possono realmente definirsi tali?
Elezioni nel Maghreb, malinconia in Egitto
Non le avrà vinte, ma almeno il Pjd, il partito islamico marocchino, ha potuto liberamente partecipare alle ultime elezioni. Il sogno di una democrazia aperta alle formazioni islamiche è una realtà in diversi paesi del Medio Oriente, dalla Turchia alla Palestina al Marocco. Ma continua a essere un tabù per uno dei paesi più importanti della regione, l’Egitto. “In situazioni di multipartitismo i movimenti islamici sono destinati ad ottenere forti maggioranze, perché la loro esperienza del tessuto sociale supera nettamente quella degli altri”, spiega il politologo egiziano Diaa Raswan. Per questo il presidente Mubarak, dopo un’iniziale apertura, è tornato a reprimere i Fratelli musulmani, la principale forza di opposizione. Che oggi guarda al Marocco con una certa malinconia.
Reset presenta Böckenförde, Amato e Bindi all'Eliseo di Roma
Dopo il grande successo del 14 settembre scorso, quando un Teatro Eliseo stracolmo ha assistito al dibattito di Reset Dialogues on Civilizations con il filosofo tedesco Jürgen Habermas, ecco il secondo incontro filosofico organizzato dalla nostra rivista. Il 9 ottobre 2007, alle ore 18 al Teatro Eliseo di Roma, il dibattito sarà tra il filosofo tedesco Ernst-Wolfgang Böckenförde, il Ministro degli Interni Giuliano Amato, il ministro della Famiglia Rosy Bindi e il direttore di Reset Giancarlo Bosetti. Tema: Lo stato liberale ha bisogno di religioni? L'attrice Maria Grazia Cucinotta leggerà brani dell'attivista per i diritti civili Rosa Parks. Il 19 dicembre, invece, sarà il turno di Claudio Magris.
Magdi Allam e le ragioni di Reset
La rivista Reset, nell’ultimo numero di luglio-agosto, ha difeso il professore Massimo Campanini e altri studiosi dalle accuse di collusione irresponsabile con le "ideologie di morte" mosse loro dal vicedirettore del Corriere della Sera Magdi Allam nel suo ultimo libro Viva Israele (Mondadori). E' un appello alla tolleranza, ma la reazione del Corriere parla di "messa all'indice". Bruno Gravagnuolo sull’Unità critica queste informazioni deformanti, e il direttore del Secolo XIX, Lanfranco Vaccari, attacca il metodo del vicedirettore del Corriere Pierluigi Battista. Giancarlo Bosetti, direttore di Reset, risponde ad una lettera dell'Associazione Italia-Israele.
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Asian Values o Values in Asia?
“In Asia non esiste una tradizione comune di interpretazione del Grande Libro dell’Oriente”, come ha detto lo studioso americano di questioni orientali William Theodore de Bary nel suo coraggioso tentativo di elaborare un canone asiatico. D’altra parte, sostiene Eva Pföstl, ricercatrice presso l’Istituto di Studi Politici “San Pio V” di Roma, il pluralismo di “valori asiatici” indica pur sempre che esistono dei valori asiatici. Non c’è nulla di male nel porre l’accento sulla diversità di questi valori e, al contempo, sostenere che tali valori sono asiatici. Certo, è vero che i “valori asiatici” sono una costruzione, ma del resto lo sono anche “l’Occidente” e il “liberalismo”, e anch’essi includono un’ampia varietà di punti di vista. Dal momento che i “valori asiatici” sono stati infangati dall’uso distorto che alcuni regimi politici repressivi ne hanno fatto, si potrebbe sostituire questa dicitura con “valori in Asia”.
Ma poi Pechino sarà come il Lussemburgo?
La democrazia può trasformare la Cina nel Lussemburgo che gode del prodotto interno lordo pro capite più alto del mondo? O nella Finlandia che è al primo posto nel rapporto annuale sulla trasparenza? Oppure può aiutare gli studenti a trovare lavoro dopo il diploma? La democrazia è lontanta dall’essere perfetta. Le richieste di una società moderna e complessa a volte vanno aldilà delle capacità delle persone comuni e la volontà della maggioranza può danneggiare gli interessi delle minoranze. Nel suo Beyond Liberal Democracy, Daniel A. Bell propone la creazione di una camera alta composta da persone scelte attraverso un sistema competitivo nazionale e dotate del potere sostanziale di limitare quello di una camera bassa formata da rappresentanti eletti democraticamente. A me sembra che vada bene.
Ospedale Hadassah, quando israeliani e palestinesi lavorano per la pace
La Young Hadassah International ha tenuto la sua prima conferenza all’hotel Sheraton di Roma. Per quattro giorni, nomi prestigiosi tra cui David Linton, direttore dell’unità di cura intensiva dell’ospedale Hadassah in Israele, Dan Shanit, vice direttore del Peres Center for Peace e la modella internazionale Liya Kebede, top-model e anche ambasciatrice di buona volontà dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, hanno discusso davanti ai membri della Young Hadassah - un gruppo di migliaia di giovani ebrei e non, provenienti da tutto il mondo - e hanno introdotto l’ampia presenza dell’ospedale Hadassah nel mondo.
La miseria del giornalismo
Il modo di ragionare di Battista è francamente singolare. Monta un polverone contro una pretesa (e inesistente, se le parole hanno un senso) “tentazione censoria”. Quando Bidussa gli fa notare che non ha fatto bene il suo mestiere, perché non ha correttamente dato tutte le informazioni sulla polemica, finge di non sentire e va avanti imperterrito per la sua strada. E’ una strada scivolosa. Secondo un costume molto diffuso in questi anni confusi, Battista si fa paladino di una lettura dei fatti strettamente ideologica. Pare anche di capire qualcosa di più disturbante. E cioè che Battista non sopporti che qualcuno coltivi la possibilità di criticare Israele – meglio ancora: l’idea che di Israele propone Allam. Se è così siamo molto vicini alla pretesa del pensiero unico.
Berman, Ramadan e quel “sempliciotto” di Buruma
Tariq Ramadan è un uomo pericoloso oppure è la vera alternativa moderata all’islamismo violento? L’argomento è caldo. Oggi la polemica è riesplosa per il ritratto che Buruma ha dedicato a Ramadan su The New York Times Magazine. Lo scrittore olandese ha assolto il filosofo svizzero dalle principali accuse: “La sua politica offre un’alternativa alla violenza che, in fin dei conti, è una ragione sufficiente per instaurare con lui un dialogo. In modo critico, ma senza paura”. La ragione non è invece sufficiente per Paul Barman. Nel suo lunghissimo saggio, Who's Afraid of Tariq Ramadan?, apparso a inizio giugno sulla rivista americana The New Republic (e in Italia sul quotidiano berlusconiano Il Foglio), l’autore di Idealisti e Potere critica aspramente l’articolo di Buruma.
Magdi, Reset e l'Islam moderato
L’appello con cui la rivista Reset, nell’ultimo numero di luglio-agosto, ha difeso il professore Massimo Campanini dalle accuse di antisemitismo mossegli dal vicedirettore del Corriere della Sera Magdi Allam nel suo ultimo libro Viva Israele ha provocato la reazione del Corriere della Sera, e si è guadagnato spazi su radio, tv e giornali. Un altro vicedirettore del Corriere, Pierluigi Battista, ha parlato di una ricerca di un “effetto intimidatorio”, di “una deriva di arroganza” da parte di Reset. Bruno Gravagnuolo, su l’Unità, ha definito invece il nostro documento “un appello contro l’intolleranza”. Solo nel 2002 Magdi Allam scriveva cose ben diverse da oggi. Il Magdi Allam di oggi prenderebbe un caffé col Magdi Allam di allora?
Gentile amica, ecco le nostre ragioni
Ho volentieri ospitato il documento con le firme, e vi ho aderito, perché esso era, ed è, un atto di solidarietà dovuto a studiosi accusati da Magdi Allam di essere in pratica amici dei terroristi – risponde Giancarlo Bosetti, direttore di Reset, alla lettera di Laura Camis de Fonseca – Quanto a Israele, rappresenta molte cose, e tra queste anche una preziosa scheggia di occidente e di democrazia nel Medio Oriente. Sono convinto che abbia ragione Furio Colombo a criticare i pregiudizi acriticamente filopalestinesi di tanta storia della sinistra italiana. Troverà su Reset valutazioni in tal senso, che la bolla mediatica del momento, costruita faziosamente intorno alla “messa all’indice”, ha lasciato fuori.
Siete poco chiari, come potete attaccarlo?
Cari Amici (se così posso chiamarvi), non è Magdi Allam a indicare in Israele il teatro di guerra: è l'Iran, e insieme all'Iran le organizzazioni jihadiste. Magdi Allam sta cercando di dire a noi qui in Occidente che è necessario operare per convincere gli islamici a dire apertamente “non voglio distruggere Israele, ma voglio che i miei figli vivano e siano forti”. E voi firmate una pubblica petizione contro di lui? Perché? - ci chiede Laura Camis de Fonseca, dell’Associazione Italia-Israele di Torino - Vorrei averne una spiegazione valida. Purtroppo gli articoli sui giornali di alcuni di coloro che hanno anche sottoscritto l'appello mi sono sembrati superficiali, vaghi, non chiari. Se proprio debbo dirla tutta, mi sono sembrati moralmente bruttini, un po' vigliacchi.
Islamic Banking, la finanza secondo Maometto
Hussein Hamid Hassan è uno studioso islamico 75enne. Di umili origini – ha passato l’infanzia in un remoto villaggio egiziano – è riuscito a riscattarsi, prima laureandosi a New York e poi diventando consigliere economico per diversi stati islamici come Egitto, Kuwait e Libia. Ma è negli ultimi anni a Dubai che ha fatto fortuna, grazie al boom che ha fatto registrare un insolito mercato: quello delle fatwa che attestano la conformità all’Islam degli strumenti finanziari. Un business che si sta rivelando molto profittevole, di pari passo con l’esplosione in Medioriente dell’islamic banking, unico settore della finanza internazionale che cresce ad un ritmo del 15-20 per cento all’anno.
Yalla Italia, ridere da musulmani
Tra integrazione e attualità, per abbattere i luoghi comuni più ostici. È con questo spirito che Yalla Italia (Vai Italia), lo scorso maggio, ha fatto il suo debutto in edicola come allegato del settimanale no profit Vita. Scritto da dodici studenti e lavoratori arabi under 30, immigrati di seconda generazione, il nuovo mensile si rivolge non solo ai figli di immigrati nati e cresciuti in Italia, ma a tutti quelli che desiderano conoscere un altro punto di vista, libero da pregiudizi di sorta, sul mondo musulmano. Non a caso il tema scelto per l’esordio è all’insegna dell’ironia e dell’auto-ironia. Umorismo, barzellette e vignette – non certo un terreno “facile” per iniziare –, che passano a setaccio politica, costumi e tradizioni, fino ad arrivare alla religione.
Cio' che e' in ballo – e cio' che non lo e'
Siamo atterrati ad Istanbul il 16 maggio per lavoro e per rendere visita a famiglia ed amici. Siamo arrivati ad Ankara, poi ci siamo diretti a sud-est verso i villaggi vicino a Kayseri, poi di nuovo a Istanbul per una conferenza internazionale di antropologia, prima di visitare la città portuale di Izmir per qualche giorno, per quindi viaggiare di nuovo nell’interno verso il centro tessile di Denizli, e ritornando finalmente a Istanbul per ripartire il 5 giugno. Abbiamo parlato con più persone possibile, dai tassisti ai milionari, uomini d’affari, attivisti di sinistra, universitari, per indagare il clima politico di questo paese crocevia di civiltà. Questo è il nostro reseoconto di quelle conversazioni. Nota: per proteggere la privacy dei nostri intervistati tutti i nomi sono stati rimossi, fatta eccezione per Jenny White che ci ha consentito di usare il suo.
“Quella maggioranza invisibile di musulmani moderati”
Alle 18 e 15 Ezhar Cezairli ha appena finito di visitare i suoi due ultimi pazienti, e può finalmente dedicarci qualche minuto al telefono. Perché, oltre ad essere un membro laico della conferenza islamica tedesca, è anche una dentista di Francoforte. “La conferenza ha permesso l’inizio di un dialogo e anche all’interno della comunità abbiamo ora finalmente cominciato a discutere”, ci dice da Francoforte Ezhar Cezairli, che è la prima turca ad avere fatto la maturità in Germania, ha fondato un’associazione di musulmani secolari e crede in una fede privata: “La maggioranza dei musulmani tedeschi è moderata e bene integrata, ma non è organizzata e gode di scarsa visibilità – sostiene –. I tedeschi sono fortunati, perché la gran parte della popolazione musulmana nel loro Paese è di origini turche, e in Turchia – finora – politica e religione sono state realtà ben distinte. Ma temo che gli ultimi sviluppi nel Paese possano influenzare anche i musulmani tedeschi”.
Un'intervista di Daniele Castellani Perelli.
Kermani: “Finalmente la mia Germania affronta il problema”
“Nel complesso mi sento molto a mio agio in Germania, e soprattutto a Colonia. La seconda e la terza generazione di migranti cominciano a penetrare verso le elìtes, e sapranno farsi valere. E la Germania è già diventata molto più aperta, se la paragoniamo con i freddi anni cinquanta”. Navid Kermani osserva con ottimismo gli ultimi passi dell’integrazione della comunità musulmana in Germania. Il giovane scrittore, drammaturgo e orientalista tedesco-iraniano, nato in Germania da genitori iraniani, ha più volte raccontato con passione il dramma dell’immigrazione, ed è autore di Gott ist schön – Das ästhetische Erleben des Koran (2000) e del recente romanzo Kurzmitteilung (Ammann Verlag, febbraio 2007, 180 pag).
“Hezbollah? E' come un Giano bifronte
A dieci mesi dalla guerra, il sud del Libano è ancora impegnato nella ricostruzione delle zone coinvolte nel conflitto del 12 luglio scorso. Il professore Augustus Richard Norton dell’Università di Boston, nel suo ultimo libro Hezbollah (Princeton University Press), uscito ad aprile negli Usa, spiega con chiarezza le funzioni e il peso che l’organizzazione libanese ha nello scenario politico e sociale del Paese. Nel libro mostra entrambe le facce di Hezbollah: quella solidaristica e quella militare, tra l’altro strettamente connesse l’una all’altra. Due facce che lo rendono come un giano bifronte, sempre più apprezzato nel Medio Oriente, come rileva lo stesso Norton.
Lavoro, corruzione, riforme: i temi del voto
E’ una campagna elettorale caratterizzata dalla necessità di riconquistare la fiducia dei cittadini e condita dal leit motiv dell’appello per un’affluenza massiccia al voto, quella che si e’ aperta ufficialmente il 26 aprile scorso in Algeria e che coinvolgerà il Paese fino al 17 maggio, giorno della terza consultazione legislativa pluralista nella storia dell’Algeria dalle elezioni del 1991, vinte dal dissolto Fronte islamico di salvezza (Fis) e poi annullate, cui seguirono 15 anni di violenze interne. Le prossime elezioni, dalle quali gli integralisti islamici e radicali sono stati esclusi, vedono in lizza un gran numero di ministri e leader di partito uscenti.
La testa a Parigi, il corpo ad Algeri
Nei paesi arabi le elezioni sono decise a priori. Ma quando, per miracolo, le elezioni sono un po’ libere, allora la gente va votare per fare dispetto al governo in carica da tantissimi anni, per punire i dirigenti per la corruzione, i fallimenti. Pertanto si tratta di un voto sostanzialmente di protesta come abbiamo constatato dopo le vittorie di Hamas e dei Fratelli Musulmani. Gli algerini però si ricordano molto bene delle legislative del 1991, vinte dai fondamentalisti del Fis. Non ci saranno quindi sorprese, perché i fondamentalisti non avranno la maggioranza nel parlamento. Tuttavia un’alta astensione è molto probabile e bisogna interpretarla come una protesta contro il partito egemonico del Fln.
Che noia la democrazia paralizzata
La coalizione governativa ha creato una novità nella pratica politica: i tre partiti che ne fanno parte si sono trasformati in comitati di sostegno ad un candidato indipendente ed estraneo alle loro rispettive strutture politiche, in questo caso Abdelaziz Bouteflika, mentre avrebbero dovuto porsi l’obiettivo di accedere al potere e applicare i loro specifici programmi politici. Il perdurare di questa configurazione politica dalle elezioni legislative del 2002 ad oggi ha reso la vita politica opaca, monotona e sterile. Siamo tornati ad un’altra forma di monopolio politico. Tre partiti si sono costituiti intorno ad un pensiero unico.
Eric Salerno: “L’identita’ non esiste”
Nel suo libro Mosè a Timbuctu (pubblicato recentemente da ManifestoLibri), Eric Salerno, corrispondente de Il Messaggero da Gerusaleme, affronta la delicata questione dell’identità attraverso un incontro tra un giovane immigrato africano e un viaggiatore europeo. Il racconto è un viaggio piacevole e fruttuoso alla scoperta della memoria comune dove l’altro rappresenta lo specchio per completare la propria immagine. Questo libro riflette in modo efficace la personalità cosmopolita di Salerno in cui varie identità convivono serenamente nella sua visione del mondo. Eric Salerno è nato a New York da padre calabrese e madre ebrea russa. Vive in Italia dal 1953.
Socialismo addio, arriva il regime dei businessmen
Il 26 marzo scorso un referendum popolare ha approvato la modifica di alcuni importanti articoli della Costituzione. Scontato il quasi plebiscito per il sì (76%), ma alle urne si è recato solo il 27% degli aventi diritto. Cosa cambia per l’Egitto? Le nozioni di socialismo, sistema socialista, principi socialisti sono state cancellate del tutto: i businessmen locali hanno seppellito il nasserismo. Sul piano politico il regime si fa ancor più autoritario: sono vietati i partiti di natura religiosa (ma la Sharia rimane la fonte principale della legislazione), è eliminata la supervisione elettorale dei giudici, vengono rese definitive le leggi d’emergenza anti-terrorismo.
Ma il prezzo del pane conta piu' delle riforme
L’aria di riformismo che spira sulla terra del Nilo è il prodotto del nuovo pensiero, la nuova filosofia che il Presidente Mubarak inaugurò nel 2002. La “falla” fondamentale del nuovo pensiero – scrive Marco Hamam, esperto di Medio Oriente e autore di Egitto, la svolta attesa (Edizioni Memori 2005) – è però la mancata presa di coscienza del reale impellente problema dell’Egitto, che non è l’aumento della pratica democratica. In un paese in cui ogni 23 secondi nasce una nuova vita, in cui più della metà della popolazione sopravvive con meno di 40 euro al mese, l’andamento del costo del pane interessa molto di più delle riforme costituzionali o della stessa partecipazione alla politica.
Nixon in Egitto
Ma se Richard Nixon fosse ancora presidente degli Stati Uniti, dialogherebbe con i Fratelli Musulmani? “Beh, è una domanda molto ipotetica, ma credo di sì, credo che il dialogo con i Fratelli Musulmani sia coerente con la strategia dei repubblicani realisti. In fondo il presidente Nixon ha aperto all’Unione Sovietica, ed è stato il primo presidente americano a recarsi in Cina”. Robert S. Leiken, direttore del programma per l’immigrazione e la sicurezza nazionale del Nixon Center di Washington e autore di “Musulmani arrabbiati d’Europa”, ha fatto molto discutere con il suo saggio “I Fratelli Musulmani moderati”, scritto insieme a Steven Brooke e pubblicato sul numero di marzo-aprile di Foreign Affairs.
“Senza laicita' dello stato non esiste liberta' religiosa”
“In questa campagna elettorale è visibile tutta la crisi della Repubblica”. È severo Theo Klein, nel denunciare l’assenza di idee per il futuro e la deriva comunitarista che a suo avviso starebbe “minando alla base la democrazia francese”. Ex partigiano, una delle voci più autorevoli dell’ebraismo francese, Theo Klein è stato dal 1983 al 1989 presidente del Crif (Consiglio rappresentativo delle istituzioni ebraiche di Francia), ed è tutt’ora avvocato. Attaccato all'identità ebraica fino a ottenere la nazionalità israeliana, è stato il protagonista di un caloroso dialogo con il rappresentante della Lega araba in Francia, Hamadi Essid.
Un'intervista di Simone Verde.
Gilles Kepel: “Comunque vada, la nostra politica estera non cambiera'”
“Il mondo arabo segue con ansia la campagna presidenziale”. Così Gilles Kepel, giornalista storico di Le Monde Diplomatique. “L’inquietudine – spiega il professore dell’Istituto di Studi Politici di Parigi e autore di Fitna e Jihad. Ascesa e declino – nasce dalla paura che la Francia rinunci alla sua indipendenza in politica estera. E dal fatto che nessun candidato abbia statura internazionale”. Inquietudini che tuttavia Kepel giudica infondate. “Il prossimo presidente – aggiunge – non avrà la possibilità di compiere grandi stravolgimenti. Gli interessi economici e strategici sono tali che, anche se fosse eletto Nicolas Sarkozy, il tanto paventato allineamento con gli Stati Uniti sarebbe impossibile”.
Sarko et les musulmans, storia di un amore mai nato
Il candidato della destra Nicolas Sarkozy per molto tempo ha operato per il riconoscimento dell’Islam francese, per poi alienarsi il consenso di larga parte di questo elettorato con le sue sterzate repressive sul fronte dell’immigrazione e delle banlieues. In realtà il rapporto tra l’ex ministro dell’Interno e i musulmani è sempre stato ambiguo e spesso legato ad un opportunismo elettorale che gli ha messo contro prima i repubblicani e poi i musulmani stessi. Certo dire che i musulmani non voteranno il candidato dell’Ump è un po’ troppo, ma si può affermare con certezza che la sua immagine di ex ministro dell’Interno sia quantomeno compromessa presso di loro.
"L'Egalite? Per noi neri non esiste"
Per Patrick Lozes non ci sono dubbi: se vogliono i voti dei “neri di Francia” i candidati alle elezioni presidenziali devono dire come intendono intervenire “pragmaticamente”, non per abolire, ma “per migliorare un sistema repubblicano d’integrazione che non funziona”. Secondo il presidente del Consiglio rappresentativo delle associazioni nere (Cran), infatti, le discriminazioni subite dai neri sono il vero handicap che pregiudica il principio repubblicano d’uguaglianza: “Il 61% dei neri interrogati dice di essere stato vittima di discriminazione negli ultimi 12 mesi".
Un'intervista di Luca Sebastiani.
Rapporto Onu, quelle donne strette tra casa e velo
Secondo il IV Rapporto Onu sullo sviluppo umano nei paesi arabi, per le donne istruzione, salute, politica, lavoro e diritti rimangono ambiti ancora difficilmente e scarsamente accessibili. Alcuni articoli della Convenzione per l’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne, per esempio, vengono ritenuti in contrasto con la legge nazionale e con la sharia, in alcuni paesi. Disoccupazione, analfabetismo, aids, violenze domestiche sono piaghe verso cui le società arabe continuano a fare troppo poco. Eppure, per gli autori del Rapporto, proprio dalla conquista della piena autonomia da parte delle donne potrebbe partire la rinascita commerciale, economica e culturale dei paesi arabi.
Il mondo e' piatto, ma non per le donne
“Uno dei testi sacri della letteratura ‘globalizzante’, quello di Thomas Friedman, ha come paradigma un mondo piatto. The World is Flat. L’immagine che però accompagna il logo di questo Forum delle donne imprenditrici del Mediterraneo, di una donna energica, sportiva, impegnata nel free-climbing – dice Emma Bonino, ministro italiano per il Commercio internazionale, ex Commissario europeo e Professore Emerito all'Università Americana del Cairo – ci ricorda che esso non è sempre piatto. Non per tutti. C’è ancora chi deve arrancare; ma lo fa con convinzione, con entusiasmo, con determinazione, senza lamentarsi: lo fa guardando avanti”.
Medio Oriente, la rivoluzione del capitalismo rosa
Nella regione del Medio Oriente e del Nord Africa (Mena) il tasso di disoccupazione è concentrato soprattutto tra i giovani e le donne, e solo il 13% delle aziende sono di proprietà di donne. Tuttavia – nota Nadereh Chamlou, Senior Advisor della Banca Mondiale e co-autrice di un rapporto su come le diseguaglianze di genere influiscono le performance economiche dell’area Mena – le aziende possedute da imprenditrici hanno in media più impiegati e sono mediamente più grandi, rispetto a quelle dei colleghi maschi. Impiegano più donne, e dipendenti più qualificati e più istruiti. Sanno attrarre di più gli investimenti stranieri, esportano di più e gestiscono aziende che valgono di più di quelle degli uomini.
La Chiesa copta, Mubarak e lo zampino del diavolo
Fronde interne ne incrinano l’unità, mettendo in discussione l’autorità di Papa Shenouda III. Ma fuori dal ghetto in cui sembra essersi rinchiusa la Chiesa copta d’Egitto (che rappresenta il 10% della popolazione del paese), le cose non sembrano andare meglio. Ormai la laicità della Repubblica egiziana è un ricordo lontano. “La Sharia islamica è la religione ufficiale dello Stato egiziano, e questo è diventato più che mai motivo di discriminazione per noi – dice a ResetDoC padre Morkos Aziz Ghalil, sacerdote della Chiesa Sospesa del Cairo – Eppure siamo anche noi cittadini egiziani”. Così oggi, per paradosso, l’ultima àncora di salvezza dei copti è rimasto proprio lui: il Faraone Mubarak.
Non fate i bulli con l’Iran
“Sempre di più, molti degli iraniani secolari, come me, pensano che anche se l’Iran si trasformasse nello stato più democratico, secolare, giusto e pacifico della terra, non ci sarebbe garanzia che gli Stati Uniti non trovassero un’altra scusa per cercare di rovesciare il suo governo. sono ateo e questo può darmi seri problemi in qualsiasi paese islamico. Non ho votato per Ahmadinejad e farei qualsiasi cosa per rovesciarlo democraticamente. Ho anche rischiato la mia vita e il mio futuro in Iran diventando il primo iraniano dopo la rivoluzione a visitare pubblicamente Israele. Se gli Stati Uniti dichiarassero guerra all’Iran, di sicuro tornerei a difenderlo”. La controversa posizione del più famoso blogger iraniano.
“Non lasciate che il mio Iraq diventi khomeinista”
“Un attacco americano all’Iran trasformerebbe l’Iraq in un ostaggio in prima linea. Teheran potrebbe utilizzare molti dei suoi seguaci in Iraq per compiere attacchi contro la presenza americana o anche contro le istituzioni irachene”. Il curdo-iracheno Erfan Rashid, ex oppositore di Saddam e oggi caporedattore del desk arabo dell’agenzia AdnKronos, spiega quale disastro rappresenterebbe per l’Iraq una guerra in Iran, ricorda che c’è una differenza importante tra gli sciiti iracheni e quelli iraniani (“i primi sono arabi e i secondi sono farsi”), e aggiunge: “Se l’Iraq rimane un paese con un dominio quasi assoluto dei partiti o delle milizie sciite corre il rischio di diventare una fotocopia dell’Iran khomeinista”.
Khamenei-Ahmadinejad, coppia scoppiata?
Negli alimentari iraniani è difficile trovare pomodori perché il loro prezzo è altissimo. La popolarità del presidente sta rapidamente calando via via che le sue politiche economiche falliscono e si soffia sulla retorica del nucleare. Secondo l'Economist “sembrerebbe che un gruppo di anziani del regime, tra cui forse il leader supremo, l’Ayatollah Khamenei, abbiano appoggiato le critiche”. Ma la rottura tra Khamenei e Ahmadinejad è definitiva? O la frattura tra i due è più nella forma che nella sostanza?
Isfahan, meta' del mondo
“Un tasso di criminalità abbastanza basso, pochissimi i mendicanti, inesistenti i senzatetto, l’Iran è anche un paese dai livelli igienici e sanitari decisamente accettabili. Il passante non è perseguitato dalle insistenti richieste di bakshish dei paesi arabi, né sconvolto dalla tremenda realtà dei bambini del Brasile, che la notte vagano da soli per strada in cerca di cibo – scrive nel suo libro Oltre il chador Marcella Croce, il primo lettore di italiano inviato dal ministero degli Esteri a Isfahan, la città che nel 1500 era conosciuta come "la metà del mondo" – Ma queste cose, e sappiamo bene perché, non fanno così paura quanto un velo nero sulla testa di una donna”.
“Cari Edgar e Vasken”. La storia di Bush e del genocidio armeno
“Cari Edgar e Vasken, gli armeni vennero sottoposti a una campagna genocida che resiste a ogni comprensione e impone a tutte le persone oneste di ricordare e riconoscere i fatti e le lezioni di un crimine orribile. Se verrò eletto presidente, assicurerò che la nostra nazione riconosca adeguatamente la tragica sofferenza del popolo armeno”. Così parlò il governatore del Texas George W. Bush nel febbraio del 2000, durante la sua prima campagna presidenziale. George W. Bush è presidente da sette anni, ma gli Usa ancora non definiscono “genocidio” il massacro di inizio Novecento del popolo armeno. Ora una legge potrebbe finalmente riconoscere quel crimine. Ma la Turchia già dice che sarebbe una “seria minaccia” alle relazioni tra i due paesi.
“Il genocidio? La verita' si fa strada, come una goccia nella pietra”
Potrà sembrare un paradosso, ma episodi tragici possono aprire uno spiraglio. Quando dice queste parole Atonia Arslan, italiana di origine armena, autrice di un romanzo di successo che racconta il genocidio, pensa all’assassinio di Hran Dink e alle centinaia di migliaia di turchi che, al funerale del giornalista ucciso perché voleva portare alla luce la verità del genocidio, gridavano in piazza: “Siamo tutti armeni”. E quando vede spiragli, la Arslan pensa anche a come la questione armena sia entrata nel Festival del cinema di Berlino con uno scossone. Dal suo romanzo La masseria delle allodole i fratelli Taviani hanno tratto un film presentato alla Berlinale.
“100% armeno, 100% francese”
Non c’è dubbio che le relazioni tra l’Armenia e la Francia, soprattutto attraverso la diaspora, siano divenute negli anni sempre più strette. Lo scorso settembre, per testimoniarlo, è stato lo stesso Jacques Chirac a recarsi di persona ad Erevan per una visita ufficiale e un concerto del più noto degli armeni francesi, Charles Aznavour. Una prima volta per un presidente della Republique. Abbiamo incontrato Harout Mardirossian, presidente del Comitato per la difesa della causa armena (Cdca), che da anni si batte in Francia e in Europa affinché sia ristabilita la verità storica sul popolo armeno.
“Le diaspore non sono ghetti, sono ponti che uniscono”
“Sono un armeno per nascita, un americano per cittadinanza, e dal punto di vista culturale mi definirei come prevalentemente influenzato dalla letteratura armeno-asiatica, da quella russa, da quella francese e inglese, e infine dalle traduzioni italiane. Sento di esser io stesso minoranza, nel senso che do molta importanza alle minoranze, e come appartenente alla minoranza cristiana in Medio Oriente non mi sento a disagio. E’ una cosa che rafforza la tua identità, che tu lo voglia o no”. E’ vero che Vartan Gregorian, presidente della Carnegie Corporation di New York dal 1997 e autore di ‘Mosaico Islam’ (Marsilio, I Libri di Reset, 2006), è un perfetto cittadino del mondo, ma non ha mai dimenticato le sue origini armene.
Ospedali e carceri, la Francia vara la Carta della laicita’
Un giovane musulmano schiaffeggia un ginecologo accusandolo di gesti “impudici” contro la moglie, che ha appena partorito. Questo e altri fatti di cronaca hanno indotto l’Alto Consiglio all’integrazione francese a consegnare un rapporto molto preoccupato al Primo ministro De Villepin. Ne è nata una Carta che dovrebbe essere affissa in luoghi pubblici come ospedali e carceri. Nessuna deroga alla regola repubblicana, nessuna deroga alla laïcité. Dopo la legge sul velo a scuola, ora si intende allargare il campo e rendere chiaro che “il principio della laicità non si limita ai soli istituti d’istruzione”.
Cronaca di un conflitto internazionale
La Somalia cerca di uscire dall’incertezza. Per sei mesi la popolazione di Mogadiscio e del sud del Paese ha vissuto una relativa ma illusoria tranquillità sotto il controllo dell’Unione delle Corti Islamiche. Ora l’intervento delle truppe etiopi e degli Usa, a sostegno del debole governo ad interim, ha scacciato le milizie dei religiosi e riaperto la partita. Un conflitto locale che ha assunto presto implicazioni internazionali, con le chiare prese di posizione da parte del numero due di Al Qaeda Ayman al Zawahiri e dell’amministrazione Bush. Ma gli sviluppi futuri restano quanto mai imprevedibili.
Al-Ghazali, la fitra e la religione naturale dell’uomo
Hamza Piccardo, traduttore e interprete del Corano e segretario nazionale dell'Unione delle comunità islamiche italiane (Ucoii), ha scritto a Reset Dialogues on Civilizations per commentare un saggio che il professor Massimo Campanini ha pubblicato sulla nostra rivista. Ne è nato un piccolo scambio di mail, erudito e cortese, che qui trascriviamo. A proposito di un hadith citato dal teologo medievale Al Ghazali, del concetto di fitra e della religione naturale dell’uomo.
Souad Sbai: "La poligamia? Piu' diffusa qui che nei paesi d'origine"
“Il caso Piccardo? Ma quella è una truffa, e come tale va denunciata e punita. Mi sembra strano che la signora Lia, insegnante e donna di cultura, non abbia preso le dovute contromisure”. A parlare così è Souad Sbai, presidente dell'Associazione donne marocchine e membro della Consulta islamica, a cui abbiamo chiesto di commentare la vicenda – raccontata da Magdi Allam sul “Corriere” – di Lia, “sposata” nella moschea di Verona con Hamza Piccardo (segretario nazionale dell’Ucoii, l’Unione delle comunità e organizzazioni islamiche in Italia), e successivamente ripudiata – confessa lei – tramite un brusco sms.
Un professore di scienze politiche a Pechino
Quando decise di accettare un incarico all’università Tsinghua di Pechino, i suoi colleghi lo accusarono di pazzia: eppure, per Daniel A. Bell si trattava di un’occasione irripetibile per vedere l’evoluzione di un paese in cambiamento e per insegnare alla sua futura élite. In confronto a Singapore, la Cina è il paradiso della libertà accademica. Non vi sono censure su ciò che si vuole insegnare, con un’unica eccezione: il pensiero marxista. Inoltre il professore è un’autorità intellettuale e una figura etica, che ha a cuore lo sviluppo emotivo dello studente. L’avversione della Rivoluzione culturale nei confronti delle élite intellettuali sembra ormai acqua passata.
Il mandarino alla conquista del mondo
“È l'equivalente linguistico del mandare un uomo sulla Luna”, ha detto Oded Shenkar, autore di The Chinese Century. La strategia del governo di Pechino è di diffondere il più possibile la propria lingua per conquistarsi più facilmente uno spazio al sole in Occidente. I mercati più caldi sono, per ora, la Thailandia e la Corea del Sud, ma intanto anche in Europa, in particolare in Francia e Germania, il cinese si va diffondendo. Pechino non sta facendo nulla di diverso da quel che a loro tempo hanno fatto inglesi, americani o francesi: sta inviando emissari all’estero per diffondere la propria lingua e la propria cultura.
Conflitti tra fazioni: prossima fermata Bahrain
Durante gli anni novanta il Bahrain ha spesso sofferto del conflitto tra il governo sunnita e la maggioranza sciita, che si sente confinata al di fuori dell’economia, dei fondamentali diritti sociali e di qualsiasi opportunità. Da una parte il Bahrain è stretto alleato degli Usa, ma i suoi sciiti hanno sostenuto Nasrallah durante la guerra in Libano, e il clan del re Al-Khalifa sospetta che siano fomentati dall’Iran. Ora il paese si avvicina alle elezioni parlamentari di novembre, e l’opposizione sciita accusa il governo.
Fratelli ebrei, tornate in Libano
"Tutti sono stati vittime della guerra civile, ma sono stati i nostri fratelli ebrei a pagare il prezzo più pesante". Aaron-Micaël Beydoun è un musulmano sciita libanese, che tramite il suo blog sta cercando di rivitalizzare la comunità ebraica sciita. "Il Libano è stato lasciato a se stesso per decenni - dice - Credo sinceramente che se non riusciremo a vivere insieme in Libano, la coesistenza religiosa fallirà in tutto il mondo e l’idea che oggi circola di uno scontro di civiltà verrà solo rinforzata".
"Beirut torna alla vita. Ma quanto odio ha generato Israele"
"L'odio contro Israele c'è sempre stato e ora non può che crescere, dopo tutte le incredibili distruzioni che Israele ha inflitto al Libano". Rami G. Khouri è il direttore dell'istituto Issam Fares dell'American University di Beirut e editor-





