Da nemici ad alleati, i “Combattenti per la pace”

Giuseppe Martella

I Combatants for Peace (Combattenti per la Pace) hanno scelto la strada più difficile e spesso meno praticata: la strada della non violenza. Nato nel 2005, il movimento dei CfP è composto da palestinesi che avevano sposato la causa della lotta armata e israeliani che hanno fatto parte delle Forze di Difesa israeliane. Attualmente il numero totale dei membri ha superato il mezzo migliaio, e il comitato direttivo è composto da sei israeliani e sei palestinesi. Resetdoc ha intervistato Joe DeVoir, coordinatore internazionale del movimento.


Il ciclo della violenza in Medio Oriente sembra proseguire inevitabilmente il proprio corso. Le lacrime versate lo scorso marzo per i morti di Merkaz Harav Yeshiva, il più grande collegio rabbinico di Gerusalemme, bruciano ancora. Eppure ci sono persone che oppongono la riconciliazione al conflitto, le braccia tese alle armi impugnate, persone le cui scelte di vita e di partecipazione alla lotta israelo-palestinese avrebbero potuto causare altre morti e nuove sofferenze. A dispetto del nome che si sono dati, i Combatants for Peace (Combattenti per la Pace) hanno scelto la strada più difficile e spesso meno praticata: la strada della non violenza.

Nato nel 2005, il movimento dei CfP è composto da palestinesi che avevano sposato la causa della lotta armata e israeliani che hanno fatto parte delle Forze di Difesa israeliane. Nei loro primi incontri, i veterani raccontavano in che modo e con quali conseguenze avevano partecipato alla lotta armata, fino a spiegare le ragioni che li avevano portati a rigettare definitivamente la violenza come unico mezzo di risoluzione del conflitto. Attualmente il numero totale dei membri ha superato il mezzo migliaio, e il comitato direttivo è composto da sei israeliani e sei palestinesi. Ma questa divisione imparziale di organizzazione e direzione è solo la punta dell’iceberg, indicativa dell’approccio democratico e partecipativo dei CfP. Un’occhiata al loro sito dà la misura dello spirito che muove ogni loro iniziativa: la necessità di cessare l’occupazione e ogni forma di violenza, l’educazione all’ascolto e al rispetto attraverso letture pubbliche e racconti di veterani di entrambi gli schieramenti, la creazione di progetti per l’educazione alla non violenza, la richiesta della nascita di uno Stato palestinese affianco a quello israeliano, con capitale Gerusalemme Est.

La storia di Sulaiman Khatib è esemplare per capire lo spirito che muove i CfP. Originario del villaggio di Hizme, a Nord-Est di Gerusalemme, Khatib ha abbracciato al-Fatah all’età di dodici anni e due anni dopo, nel 1988, è stato condannato a quindici anni di reclusione per aver pugnalato insieme a un suo amico un soldato israeliano. Dalla sezione minorile del carcere di Hebron, Khatib è stato poi trasferito nella prigione di Janad, nei pressi di Shechem. Lavorando nella biblioteca della prigione, ha avuto modo di istruirsi e formarsi una nuova coscienza di uomo e di combattente. Nel 1997, dopo dieci anni e mezzo di reclusione, Khatib è tornato alla libertà. E’ stato uno dei fondatori dei CfP, per i quali oggi svolge il ruolo di coordinatore internazionale. Un’altra storia, non di redenzione ma di impegno e di volontà di costruzione, riguarda Abir Aramin, bambina palestinese di dieci anni uccisa, nel gennaio 2007, presso la scuola femminile di Anata da un proiettile di gomma partito da un fucile di un soldato delle Forze di Difesa israeliane. Il padre di Abir, Bassam Aramin, è tra i fondatori dei CfP ed è ora impegnato nella raccolta di fondi per la costruzione del giardino di Abir, un parco giochi per bambini in memoria della figlia uccisa. Il progetto, per il quale stanno raccogliendo fondi anche Rebuilding Alliance e Women of a Certain Age, va avanti nonostante il rigetto del ricorso da parte della Corte d’Appello israeliana.

L’agenda dei CfP è comunque fitta di impegni. Solo nello scorso febbraio, come indica la newsletter mensile diffusa online a partire dal 2008, la loro presenza è stata rilevata a Betlemme, dove si è tenuto un incontro di sensibilizzazione con i palestinesi, e a Nablus, dove il gruppo locale sta avviando le proprie attività, mentre il gruppo di Ramallah-Gerusalemme si è riunito per pianificare le attività di sensibilizzazione con particolare attenzione alle università. Attività e informazione, dunque. Oltre alla newsletter, infatti, altro strumento di divulgazione per il movimento sono le proposte mensili che, scaricabili in formato pdf dal sito, permettono a qualsiasi utente del web di diventare un sostenitore. Anche YouTube si è dimostrato un terreno fertile per informare in merito alle iniziative del movimento e creare consapevolezza sulle strade, praticabili, alternative alla violenza.

Abbiamo girato alcune domande a Joe DeVoir, coordinatore internazionale del movimento. È interessante notare come le risposte che ha dato indichino di per sé lo spirito dei Combatants for Peace: laconicità, qualche volta al limite della telegrafia, che indica soluzioni e racconta dei risultati ottenuti. Si tratta di un racconto tutto da scrivere, perché ancora in corso.

La storia del vostro movimento assomiglia a una storia di volontà di libertà e di pace. Qual è la vostra reazione a eventi quali la strage avvenuta presso la scuola rabbinica Mercaz Harav's Yeshiva?

I Combatants for Peace condannano ogni forma di violenza e di spargimento di sangue compiuta da entrambe le parti, siano essa organizzate, uno Stato, o singoli attori. Condanniamo soprattutto la violenza ai danni dei civili perpetuata nella scuola rabbinica, nonché l’assedio cui è sottoposta Gaza e l’occupazione, tuttora in corso, della Cisgiordania, che noi consideriamo una causa radice.

Quali sensazioni percepite da parte di chi ascolta le vostre storie personali di scelta della non violenza?

Le primissime reazioni sono un misto di sorpresa e sospetto. C’è un desiderio innato di credere nell’organizzazione, ma anche una mancanza di fiducia derivante da anni di paura, di odio e di violenza. Questa è una conseguenza del nostro riunire persone che hanno alle spalle esperienze personali opposte tra loro. Non sono soltanto dei civili che si incontrano per discutere una semplice soluzione, sono ex combattenti ed ex nemici. A causa di questa condizione è in atto un processo che ognuno dei nostri membri attraversa. La cosa comporta innanzitutto l’ascolto delle loro storie e la costruzione della fiducia, dell’impegno, attraverso la partecipazione agli eventi e alle attività, raccontando poi le loro storie, e infine dandosi da fare concretamente per l’organizzazione degli eventi dei Combatants e per le attività di reclutamento. Chi ascolta dall’esterno le nostre storie è preso da un senso di shock. Si tratta di persone che di solito non sanno cosa stia accadendo, e cosa è accaduto, nella regione, così inizialmente il nostro messaggio arriva come una sorpresa. Poi è la volta di un senso di generale conforto e speranza. Il nostro messaggio, che perviene da entrambe le parti, è ampiamente accettato da chi lo ascolta, sia che si tratti di chi decide le linee di azione, sia che si tratti di gruppi di pressione.

Pensate che la creazione di uno Stato palestinese con capitale a Gerusalemme sia un progetto politico realizzabile?

Di certo è la nostra speranza. Gerusalemme è importante, per entrambe le popolazioni, non solo da un punto di vista religioso e politico, ma è anche per lo sviluppo di un possibile Stato palestinese. Per quanto riguarda la realizzabilità del progetto, sicuramente le Nazioni Unite e una grande quantità di associazioni intergovernative e non governative la pensano in questi termini.

Il vostro movimento fa largo uso dei media digitali e del web, senza considerare gli incontri, le serie di letture dedicate all’educazione, i progetti congiunti e le strutture comuni. Le vostre attività forniscono dei risultati? Penso, per esempio, al Giardino di Abir.

C’è stata una crescita di risultati nel campo in relazione al nostro messaggio qui, a casa, e all’estero. Nel corso dell’ultimo anno ci siamo ampliati sul territorio attraverso un progetto chiamato Local Group expansion (ampliamento dei Gruppi Locali). Nel passato abbiamo avuto un centro di attività a Al-Ram (area C) posto tra Ramallah e Gerusalemme. Abbiamo lavorato per promuovere il numero degli iscritti e la rappresentazione, formando nel 2007 altri tre gruppi nel nord (Tulkarm-Tel Aviv), nel centro (un secondo gruppo a Ramallah-Gerusalemme) e nel sud (Beersheva-Hebron). Per il 2008 stiamo già formando altri due gruppi, a Nablus e a Jenin, con delle città partner a Israele. Questo finoora è stato il nostro progetto più importante, e sarà così fino a quando i gruppi non saranno in grado di portare avanti le proprie attività. Le conferenze conservano la loro importanza, ma stanno migliorando in termini di realizzazione, e per quanto riguarda la nostra abilità di intercettare gruppi di “veto”. Grazie alla crescita della nostra popolarità nei media, siamo capaci di scegliere il nostro pubblico sempre più, e di prendere tempo rispetto ai decision maker a livello locale e internazionale. Infine, ci battiamo per essere non solo un forum per il dialogo e la pace. I Combatants for Peace compiono con frequenza regolare azioni comuni per solidarietà con le vittime della violenza, o contro l’occupazione. Le azioni comuni includono le proteste, le ricostruzioni delle case, la protezione contro i militari e i coloni, e la rimozione delle restrizioni, illegali, di movimento. Ciascuna di queste azioni, o tutte esse, producono un impatto, anche se sarebbe difficile quantificarlo. Il Giardino di Abir procede bene, con l’aiuto di Rebuilding Alliance e Women of Another Voice.

Quale strada pensate possa condurre alla pace tra la Palestina e Israele? Le Nazioni Unite e l’Unione Europea possono fare qualcosa per costruire questa strada?

Sul nostro sito sono indicati i passi che, nella speranza dei Combatants for Peace, condurranno alla pace. Le Nazioni Unite e l’Unione Europea possono fare moltissimo in termini di pressione e supporto politici ed economici, così da compiere questi passi.

6 May 2008

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