Kunthea e le altre. La dura vita delle vittime degli espropri

Alessandro Rizzi

Phnom Penh e il resto della Cambogia sono oggi terra di conquista per le tasche rigonfie di dollari. Tuttavia, se a sud furono i russi, i francesi, gli svizzeri, gli australiani a contendersi le terre, ora è il turno degli investitori cambogiani arricchitisi negli ultimi decenni. Non si contano più, sui pochi giornali indipendenti rimasti, i casi di espropri ordinati dal governo in seguito ad accordi, a lungo tacitati, che prevedono la cessione dei terreni a compagnie private, gestite da figure politiche legate al partito dominante e assolutista, il Cambodia People’s Party. Secondo un recente rapporto di COHRE, Ong con sede a Ginevra, i cittadini espropriati a Phnom Penh dagli anni Novanta ammonterebbero a 133000, più del 10% della sua popolazione.


Phnom Penh

La Cambogia è un incubo distante trent’anni, sussurrato timidamente all’orecchio di famelici turisti a caccia dell’orrore che fu, di una follia che imbrattò di rosso sangue scuole vestite da prigioni e campi di sterminio ricavati fra risaie. La Cambogia è un futuro che sembra sfuggire dalle mani della sua gente, se intravisto fra gli scheletri di cemento e le gialle cime di gru minacciose. Minacce reali, che cancellano periodicamente interi villaggi di baracche e ne espropriano gli abitanti, costringendoli ad evacuare di nuovo, trent’anni dopo il regime di Pol Pot e dei Khmer rossi.

Nuvole nere si addensano sui destini di chi quotidianamente stenta a sopravvivere, e non fatevi ingannare dagli indici di felicità che piazzano questo paese davanti agli Stati Uniti: è questo un popolo che ha imparato a non chiedere, che vive alla giornata perché sa bene che oggi è oggi e domani chissà. Ma chi sa sussurra che, come gran parte delle spiagge sulla costa meridionale e le isole che si affacciano poco più in là furono acquistate a peso d’oro dai magnati dei paesi sviluppati, così anche Phnom Penh, la capitale, e il resto del paese sono, oggi, terra di conquista per le tasche rigonfie di dollari.

Tuttavia, se a sud furono i russi, i francesi, gli svizzeri, gli australiani a contendersi le terre, ora è il turno degli investitori cambogiani arricchitisi negli ultimi decenni. Modellini di palazzi sempre più alti e sempre più lussuosi, impalcature che metro su metro si avvicinano al cielo, squadre di muratori, dalla divisa fluorescente, lampeggianti come lucciole nella notte: dietro il sipario del progress, si celano spesso tristi storie, simili fra loro nei volti stravolti della povera gente e nelle schiere di polizia armata di terrore e bastoni elettrici. Non si contano più, sui pochi giornali indipendenti rimasti, i casi di espropri ordinati dal governo in seguito ad accordi, a lungo tacitati, che prevedono la cessione dei terreni a compagnie private, gestite da figure politiche legate al partito dominante e assolutista, il Cambodia People’s Party.

Ma a far festa non è mai chi guadagna meno di 30 dollari al mese ed è costretto a mandare i figli per le strade a setacciare spazzatura riciclabile, appetita dagli imprenditori cinesi e coreani. Li chiamano “progetti di sviluppo”. Le organizzazioni presenti sul territorio, a difesa dei diritti umani, continuano ad aggiornare drammaticamente le statistiche: secondo un recente rapporto di COHRE, Ong con sede a Ginevra, i cittadini espropriati a Phnom Penh dagli anni Novanta ammonterebbero a 133000, più del 10% della sua popolazione; Lichado, poi, una delle organizzazioni umanitarie più attive in Cambogia, conta più di 250000 persone sfrattate dal 2003 nelle 13 province in cui opera; e Amnesty, a fine 2008, prevedeva più di 150000 cambogiani a rischio trasloco forzato nei mesi a venire.

Cifre spaventose, destinate a crescere ancora. Il 28 dicembre 2009 l'assemblea nazionale cambogiana ha approvato i primi articoli della legge sugli espropri, che prevede la confisca di terreni nel caso siano ritenuti di pubblico interesse. Un’arbitrarietà preoccupante che sottende la legalizzazione di una consuetudine spesso ai confini dell’illiceità. Il caso più eclatante, e tutt’ora in evoluzione, affligge il lago Boeung Kak, il più ampio di tutta Phnom Penh e polo di attrazione per i turisti con lo zaino in spalla. La sponda est pullula, infatti, di bar, ristoranti e pensioni frequentate dai cosiddetti “backpackers”, che possono isolarsi in un’oasi di quiete calma e staccare la spina dal caos acustico e frenetico della città. Ma il lago è soprattutto la dimora di chi giunse dalle province negli anni Ottanta, ripopolando le strade svuotate dai Khmer Rossi, che avevano spedito il popolo a lavorare nei campi, facendo di Phnom Penh una città fantasma di spettri, ragnatele e silenzi di morte. Migliaia di famiglie cambogiane, qui, hanno costruito le loro case, cresciuto i loro figli e reso la zona abitabile.

Camminando per i sentieri che cingono le rive, ci si accorge che, ora, il lago è soprattutto un dantesco purgatorio riservato a coloro che se ne andranno, ma le sue anime non sembrano affatto dirette al paradiso. I 133 ettari che lo comprendono furono infatti acquistati il 6 febbraio del 2007, per un periodo di 99 anni, a una cifra pari a 79 milioni di dollari, dalla Shukaku Inc., una compagnia privata presieduta da Lao Meng Khin, influente senatore del Cambodia People’s Party e figura molto vicina al primo ministro, Hun Sen. L’area sarà destinata a condomini, alberghi e negozi, il cui profitto economico è garantito dalla cruciale prossimità al centro città. Un bel colpo per Lao Meng Khin, il cui progetto non incontrò ostacoli a dispetto degli sforzi delle organizzazioni umanitarie, come COHRE, che a dicembre 2008 pubblicò una dettagliata disamina giuridica: COHRE riteneva del tutto illecita la concessione del lago a Shukaku Inc. in quanto la legge vigente proteggeva le risorse naturali da sviluppi commerciali, dichiarandole proprietà statali inalienabili.

E a nulla poterono i tentativi legali delle famiglie, neppure chiamate in causa durante le negoziazioni, nonostante molte di loro possedessero i terreni abitati. Come a nulla servirono le valutazioni sugli impatti ambientali, fornite da un gruppo di ingegneri australiani, convocati, nel corso del 2008, dall’organizzazione no profit cambogiana Teang Tnaut: secondo il rapporto redatto, il lago costituirebbe un serbatoio fondamentale nel contenere le piogge durante la stagione dei monsoni ed eviterebbe pertanto di aggravare i rischi, già alti, di allagamenti. Tutto inutile. Nell’agosto 2008 iniziarono i lavori di insabbiamento, finalizzati al riempimento del 90% della superficie del lago. Da allora alcune abitazioni sono sprofondate sotto il livello dell’acqua e la stagione delle piogge è arrivata, causando disagi ulteriori rispetto agli anni passati. Ma soprattutto, da allora, le paure dei residenti hanno trovato i temuti riscontri e il perimetro del lago è stato spazzato di casa in casa. Le rive sono suddivise in villaggi numerati e dapprima è toccato sgomberare ai numeri più alti. Ora è il tempo di quelli bassi, e attraversando il villaggio numero uno, mentre i bambini continuano a giocare, negli occhi degli adulti s’incontra solo angoscia e smarrimento.

Una donna, che dice di chiamarsi Kunthea ma preferisce mantenere la propria reale identità riservata, spiega che il mattino stesso del nostro incontro si è presentato un rappresentante del governatore distrettuale. «Ha voluto sondare il terreno – mi racconta – e ci ha detto che se abbandoniamo la casa, non ostacolando i lavori, la ricompensa è di 8000 dollari. E’ una cifra irrisoria, con cui non potremmo mai comprare una casa a Phnom Penh. Già qualche settimana fa ci avevano formulato le tre alternative: o consegnarci, appunto, un contributo di 8000 dollari, a prescindere dalle dimensioni della casa ceduta; o assegnarci un’abitazione fra cinque anni, sempre nella zona del lago, tramite un’estrazione a sorte per deciderne l’ubicazione; o consegnarci una casa subito a Borei Santepheap 2, una comunità a circa 25 km da Phnom Penh. Non sappiamo che cosa fare».. Kunthea scuote la testa e guarda in basso. Così fa suo marito. Giunsero dalla provincia di Kandal, non lontana dalla capitale, agli inizi degli anni ’90 e, col tempo, comprarono un pezzetto di terra. «Alcuni del villaggio numero quattro – continua Kunthea – hanno accettato di trasferirsi fuori città, ma per loro era diverso. Vivevano in catapecchie, tutti ammassati, a volte addirittura dieci persone in pochi metri quadrati. La nostra casa, invece, è spaziosa e in ottime condizioni. Se scegliamo i soldi, non bastano. Se optiamo per l’estrazione a sorte, chissà quale pescheremmo e chissà quando poi, in realtà, avremmo davvero la possibilità di tornare qui. E se decidiamo di trasferirci...– Kunthea tira un sospiro lungo una vita di sacrifici, stenti e risparmi – Sappiamo come sono i luoghi che propongono. Non c’è nulla a Borei Santepheap 2. Non ci sono servizi, non c’è elettricità, non ci sono pozzi dai quali attingere acqua e non ci sono mercati. Le case, poi, spesso sono fatte di pareti di legno marcio e tetti di latta, e quando piove si allagano tutte».

E andare così lontano significa perdere il proprio lavoro. Il marito guida il motodop, che altro non è che una moto con cui vaga per la città in cerca di un cliente da trasportare, meglio se turista. A volte torna con poco, a volte torna con niente. Trasferirsi a 25 km da Phnom Penh significherebbe dover spendere, per raggiungere la città, più di quanto possa guadagnare. Kunthea è segnata da rughe seccate dal tempo e dal sole, qualche capello bianco affiora nella chioma nera e opaca. Fa la sarta, ma anche qui il lavoro scarseggia. «Fino a poco tempo fa, come molti qui, allevavamo pesci. Avevamo recintato uno spicchio di lago, e dopo averli nutriti li vendevamo al mercato. Ma ora non ha più senso. Rischiamo di spendere soldi e tempo per crescerli ed esser mandati via prima che possano essere venduti». Ogni volta che Kunthea fa una pausa, spunta qualcuno da chissà dove, si ferma con la moto e partecipa alla conversazione. Alcuni hanno contattato Radio Free Asia, radio indipendente finanziata dal congresso degli Stati Uniti, che trasmette in nove lingue asiatiche. Chiesero aiuto dopo che le squadre inviate a riempire il lago avevano demolito i loro recinti nell’acqua. Ma le risposte tardano ad arrivare. Sono pochi quelli disposti ad aiutarli. Alcune organizzazioni non governative si sono attivate e hanno sostenuto i primi villaggi che sono stati colpiti. Nonostante gli sforzi legali e la mobilitazione mediatica, il lago e la sua pace sono destinati a diventare ricordo. Così come la casa di Kunthea. E la vita di Kunthea sarà ancora una volta in salita.

1 Feb 2010

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